Ieri sera, mentre seguivo le notizie che arrivavano dal Policlinico Gemelli, ho provato un sentimento difficile da descrivere. Papa Leone XIV era stato operato al polmone. L’intervento era riuscito, e questa era già una ragione per ringraziare il Signore. Poi è arrivata la conferma della natura maligna del tumore e, insieme alle comprensibili preoccupazioni, sono cominciate le valutazioni sulle prospettive di sopravvivenza.
Qualcuno ha osservato che, in situazioni simili, si possono tranquillamente superare i cinque anni. Capisco l’intenzione rassicurante di quelle parole, eppure mi sono rimaste dentro con una certa amarezza. Cinque anni. Mi sono domandato da quando abbiamo cominciato a considerare consolante una previsione che sembra assegnare alla vita una scadenza. So bene che si tratta di statistiche mediche, utili per comprendere l’andamento delle malattie. Quando però queste statistiche entrano nel linguaggio quotidiano, rischiano di farci dimenticare che davanti a noi c’è una persona, con la sua storia e con una vita che conserva interamente il proprio mistero, anche quando la medicina cerca di prevederne il corso.
Mi sono tornate alla mente le parole del salmista: «Gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più robusti» (Sal 89[90],10). È una pagina che acquista un sapore particolare quando gli anni cominciano ad accumularsi anche sulle nostre spalle. Da giovani la vecchiaia sembra appartenere a un mondo lontanissimo. Poi, quasi senza accorgersene, ci si ritrova a guardare la vita da una prospettiva diversa, scoprendo che il tempo trascorso è ormai molto più lungo di quello che ragionevolmente possiamo immaginare davanti a noi.
Viviamo in un’epoca che cerca continuamente di allontanare questa consapevolezza. La medicina ha raggiunto risultati straordinari, dei quali dobbiamo essere sinceramente riconoscenti. Si vive più a lungo, molte malattie vengono curate e anche la vecchiaia può conservare possibilità impensabili per le generazioni precedenti. Intorno a questi progressi, però, è cresciuta una curiosa illusione: quella di poter prolungare indefinitamente anche la giovinezza. Si rincorre il traguardo dei cento anni quasi fosse una conquista capace di dare da sola significato all’esistenza. Il corpo continua intanto il suo cammino, segnato da un declino naturale che possiamo accompagnare e rallentare, senza riuscire a cancellarlo.
Forse abbiamo bisogno di recuperare la sapienza del crepuscolo. È un’ora del giorno che conosco bene, vivendo in abbazia. La luce cambia lentamente, le ombre si allungano sulle pietre antiche e ogni cosa sembra acquistare una profondità diversa. Il crepuscolo possiede una bellezza che appartiene proprio a quell’ora, quando il giorno ha già consegnato gran parte della sua luce. Anche l’età avanzata può custodire una bellezza simile, purché si abbia il coraggio di riconoscerla e di abitarla serenamente.
Il salmista, poco dopo, rivolge a Dio una domanda che mi sembra racchiudere tutta la saggezza della vita: «Insegnaci a contare i nostri giorni e acquisteremo un cuore saggio» (Sal 89[90],12). Contare i giorni significa riconoscere che ci sono stati affidati, che nessuno di essi ci appartiene per diritto e che ciascuno possiede un valore che non dipende dalla quantità di quelli che verranno.
Mentre riflettevo su queste cose, mi è riapparsa davanti agli occhi un’immagine delle scorse settimane. Papa Leone, pellegrino a Lourdes, raccolto in preghiera davanti alla Grotta di Massabielle. Ricordo soprattutto il bicchiere d’acqua della sorgente che gli venne offerto e che egli bevve con semplicità. Un gesto comune a tanti pellegrini che arrivano in quel luogo portando nel cuore le proprie speranze, le sofferenze di qualcuno che amano e quelle domande alle quali soltanto Dio può dare una risposta.
In quel momento nessuno di noi poteva immaginare quale notizia sarebbe arrivata dopo pochi giorni. Il Papa era davanti alla Vergine come un figlio che si affida alla Madre. Oggi, ripensando a quell’immagine, sento che quel bicchiere d’acqua ha assunto per me un significato diverso.
C’è poi la data del 13 ottobre. Per chi conosce la storia di Fatima, quel giorno richiama immediatamente il 1917, l’ultima apparizione e il miracolo del sole. Proprio il 13 ottobre 2026 Leone XIV è stato sottoposto all’intervento chirurgico che ha confermato la presenza del tumore maligno. La malattia era stata individuata nei controlli precedenti, e l’operazione ha consentito ai medici di affrontarla tempestivamente.
Non conosco il significato nascosto di questa successione di avvenimenti. Sarebbe presuntuoso pretendere di leggerla come un messaggio di cui possediamo già la spiegazione. Eppure non riesco neppure a guardarla con l’indifferenza di chi considera ogni cosa una semplice combinazione di circostanze.
Mi viene da pensare a quel Democrito che Dante colloca tra gli antichi sapienti, descrivendolo come colui «che ‘l mondo a caso pone». La fede mi ha educato a uno sguardo differente. Credo nella Provvidenza di Dio, che accompagna la storia degli uomini anche attraverso quelle cause naturali delle quali spesso conosciamo soltanto una piccola parte. Credo che il Signore possa essere presente nella capacità di un medico e nella possibilità di una cura. La sua azione non ha bisogno di sottrarsi continuamente alle leggi della natura per essere autentica.
Forse è proprio su questo che dovremmo riflettere quando parliamo di miracoli. Siamo facilmente attratti da ciò che sorprende, da un avvenimento capace di imporsi all’attenzione di tutti. Il miracolo, nel suo significato propriamente teologico, rimane un intervento di Dio che supera le possibilità delle cause create. Esiste anche l’azione ordinaria della Provvidenza, che può essere riconosciuta con gratitudine proprio mentre le cose seguono il loro corso naturale. È una presenza meno appariscente, che domanda uno sguardo educato dalla fede.
Non so quale cammino attenda Leone XIV. Nessuno di noi lo sa, e questo vale anche per la nostra esistenza. Gli auguro di guarire e di poter continuare a lungo il ministero che il Signore gli ha affidato. Penso però che quanto sta vivendo possa ricordare a tutti noi una verità che preferiamo lasciare ai margini dei nostri pensieri: siamo pellegrini, anche quando ci sentiamo saldamente sistemati nelle nostre giornate.
Forse quel bicchiere d’acqua di Lourdes continuerà a tornarmi alla memoria. Lo immagino nelle mani del Papa, accolto senza sapere ciò che lo avrebbe atteso, come accade a ciascuno di noi quando riceve un dono del quale comprenderà soltanto in seguito la portata.
Mi accorgo che la vicenda di questi giorni mi sta riportando alla domanda del salmista. Non conosco quanti anni mi rimangano, né desidero che qualcuno pretenda di calcolarli al posto mio. Vorrei piuttosto imparare a vivere quelli che ricevo con quella sapienza che nasce dalla consapevolezza del loro limite.
E quando penso al Papa, alla sua preghiera davanti alla Vergine e alle mani dei medici che ieri si sono prese cura di lui, sento il desiderio di affidarlo ancora una volta al Signore. Ringrazio per l’esito dell’intervento e prego per la sua guarigione, lasciando a Dio ciò che soltanto Lui conosce.
Forse il miracolo che dobbiamo imparare a riconoscere, prima ancora di chiederne uno straordinario, è questa possibilità di vivere ogni giorno nella fiducia, sapendo che il nostro tempo è custodito da Colui che ci ha chiamati alla vita e ci attende oltre il suo crepuscolo.

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