Soliloquio del cuore, lunedì 26 ottobre 2026
Sono tornato nell’Abbazia dopo due giorni che mi sembrano molto più lunghi del tempo realmente trascorso. Le voci delle persone incontrate, le preghiere e le tante manifestazioni di affetto hanno lasciato il posto alla quiete della sera. Oggi ho celebrato le esequie di mia madre, compiendo quello che considero l’ultimo atto d’amore che un figlio sacerdote possa offrire alla propria mamma: accompagnarla attraverso il sacrificio eucaristico e la preghiera della Chiesa, affidandola alla misericordia di Dio.
Questa sera ho desiderato recitare la Compieta nella cripta dell’Abbazia, accanto al sepolcro dei miei confratelli. Avevo bisogno di quel luogo e del silenzio che lo custodisce, di ritrovarmi in uno spazio nel quale tante volte ho pregato e dove riposano uomini che, prima di me, hanno condiviso la medesima vocazione. Dopo le esequie della mamma, sostare vicino alle loro tombe mi è sembrato il modo più naturale per concludere una giornata così intensa. Nel vuoto dell’Abbazia, lontano dalle tante voci che mi avevano accompagnato, potevo finalmente raccogliere ciò che avevo vissuto.
Terminata la preghiera, sono rimasto ancora un poco in quel silenzio. Mi sono tornate alla mente le parole della liturgia appena recitata e, insieme, quelle della Scrittura sulle quali nel pomeriggio mi ero soffermato durante l’omelia delle esequie. Ho sentito il desiderio di ripercorrerle, lasciando che il ricordo della mamma trovasse spazio nella meditazione.
La lettura della Seconda lettera ai Corinzi ci aveva ricordato che tutti dovremo comparire davanti al tribunale di Cristo. San Paolo, parlando della nostra condizione terrena e del desiderio di abitare presso il Signore, esprime quello che dovrebbe essere il proposito fondamentale del credente: «Ci sforziamo di essere a lui graditi» (2Cor 5,9).
È stata soprattutto questa parola a trattenermi durante l’omelia. Essere graditi al Signore, essere belli ai suoi occhi. Mi sono domandato quale bellezza possa riconoscere Dio in una vita umana, spesso attraversata da debolezze che conosciamo bene e da altre che fatichiamo persino ad ammettere a noi stessi.
È la bellezza di una vita che si lascia plasmare dalla grazia, imparando a rimanere fedele anche nella fragilità, a esercitare la pazienza quando le circostanze diventano difficili e a custodire la fiducia quando non riusciamo a comprendere il disegno del Signore. Essere graditi ai suoi occhi significa vivere desiderando la sua amicizia, sapendo che la nostra santità nasce dalla sua misericordia e dalla disponibilità ad accoglierla.
Mi è tornato alla mente anche un altro passaggio di san Paolo, quello nel quale, scrivendo ai Filippesi, confida di essere combattuto tra il desiderio di lasciare questa vita per essere con Cristo e la consapevolezza che rimanere sia ancora necessario per il bene dei fratelli. È il desiderio di un uomo che ha imparato a guardare alla propria esistenza alla luce dell’incontro con il Signore, riconoscendo che anche il tempo che gli rimane da vivere appartiene alla sua volontà.
Pensavo alla mamma mentre cercavo di spiegare queste parole. Novantadue anni sono una vita lunga, attraversata da vicende che nessuno, neppure un figlio, può conoscere interamente. Quante cose rimangono nascoste nel cuore di una persona, quante preoccupazioni non vengono confidate e quanti sacrifici sono compiuti senza che nessuno se ne accorga. Dinanzi a Dio, invece, nulla di ciò che abbiamo vissuto rimane sconosciuto.
A questa riflessione si è unita la promessa di Gesù nel Vangelo di Giovanni, quando dichiara che la volontà del Padre è che nulla vada perduto di quanto gli è stato affidato e che tutto venga condotto alla risurrezione nell’ultimo giorno.
Mi sono soffermato sul legame tra queste parole e il desiderio paolino di essere graditi al Signore. La fiducia cristiana trova qui il suo fondamento: possiamo affidarci a Cristo perché Egli è fedele alla volontà del Padre e custodisce coloro che gli sono stati consegnati. La nostra speranza riposa sulla sua promessa e sulla misericordia con la quale accoglie chi ritorna a Lui.
Quando oggi ho affidato la mamma al Signore, ho desiderato soprattutto questo: che tutta la sua vita, con ciò che è stato bello e con quanto ha avuto bisogno di perdono, fosse raccolta nell’amore di Cristo, perché quella misericordia alla quale tante volte ci siamo affidati durante il cammino terreno potesse ora purificarla e condurla alla pienezza della comunione con Dio.
Durante l’omelia ho richiamato anche l’immagine biblica dei patriarchi che, giunti al termine dei loro giorni, vengono riuniti ai padri. Mi era tornato alla mente il racconto delle mie sorelle sugli ultimi istanti della mamma. Dopo averla lavata e vestita, stavano per aiutarla a sistemarsi sulla poltrona quando lei aveva chiesto di riposare ancora un poco, perché si sentiva stanca. Si era adagiata sul cuscino, aveva portato una mano sotto la guancia, come faceva abitualmente quando desiderava dormire, e aveva chiuso gli occhi. In quel gesto così familiare si era conclusa la sua vita.
Anche mio padre era morto in maniera simile. Durante la consueta passeggiata aveva avvertito un torpore, si era seduto, aveva appoggiato il bastone e si era spento. Ripensando a entrambi, ho sentito il desiderio di ringraziare il Signore per la serenità che ha accompagnato i loro ultimi momenti. Ho parlato di una santa morte, pensando a quella grazia che la tradizione cristiana ci insegna a domandare: poter concludere il proprio cammino affidandosi alla misericordia divina.
Ora, mentre queste immagini ritornano alla memoria, mi accorgo che il cuore cerca anche un’altra strada per comprendere ciò che ho vissuto.
Ero giovanissimo quando morì mia nonna, la mamma di mia madre. Ricordo che durante quei giorni non vidi mai la mamma piangere. Affrontò tutto con una compostezza che allora mi impressionò, forse perché, come accade ai ragazzi, ero abituato a considerare i genitori capaci di sostenere qualsiasi difficoltà.
La sera andai a letto e lei rimase in cucina. A un certo momento cominciai a sentirla piangere, e quel pianto accompagnò gran parte della notte. Ricordo ancora il dolore che provai ascoltandola dalla mia stanza. Avrei voluto raggiungerla e consolarla, senza sapere quali parole trovare. Rimasi nel letto, turbato dalla scoperta che anche la mamma, quella presenza così sicura nella mia vita, potesse soffrire in quel modo.
Questa sera quel ricordo è riaffiorato con una chiarezza sorprendente, aiutandomi a comprendere qualcosa che da ragazzo avevo soltanto intuito. Durante questi due giorni ho cercato di affrontare ogni momento con serenità, sostenuto dalla fede e accompagnato dall’affetto di tante persone. Ho celebrato le esequie con la convinzione profonda che la morte e la risurrezione di Cristo siano il fondamento della nostra speranza. Poi, una volta rientrato in Abbazia, quando non c’è stato più nulla da predisporre e nessuno da incontrare, le lacrime hanno cominciato a scendere.
Ho provato inizialmente a trattenerle, quasi sorpreso dal loro arrivare proprio adesso, mentre dentro di me continuava ad abitare una profonda serenità. Mi sono accorto che la fede con la quale avevo accompagnato la mamma non rendeva meno dolorosa la sua assenza e che il mio cuore aveva bisogno di esprimere ciò che, fino a quel momento, era rimasto custodito nel silenzio.
Mi manca già il suo volto, quella voce che per tutta la vita mi ha accompagnato e lo sguardo nel quale continuavo a riconoscere la tenerezza della mamma anche quando la memoria non riusciva più a custodire i ricordi. È una mancanza che comincio appena a conoscere e che questa sera avverto con particolare intensità, proprio mentre la gratitudine per la sua lunga vita continua ad accompagnarmi.
Ripensando alla Compieta appena recitata, riaffiorano le parole del Salmo 85, la preghiera di un uomo che nella propria afflizione si rivolge a Dio. L’introduzione liturgica richiama san Paolo, che benedice il Signore come colui che ci consola in ogni tribolazione. Mi colpisce ritrovare proprio adesso quelle parole, mentre la memoria di mia madre attraversa il raccoglimento della sera e le lacrime mi aiutano a esprimere ciò che non riesco a raccogliere in una preghiera ordinata.
«Nel giorno dell’angoscia alzo a te il mio grido e tu mi esaudirai» (Sal 85,7).
Signore, questo pomeriggio ho annunciato davanti al feretro di mia madre che il desiderio più grande della nostra vita dovrebbe essere quello di risultare graditi ai tuoi occhi. Adesso, nella quiete dell’Abbazia, ti chiedo di guardare con misericordia questa donna che mi hai dato come madre e che oggi ho accompagnato all’ultimo saluto.
Tu conosci la sua esistenza e ciò che essa ha custodito nel segreto. Conosci la sua fede, le sue fatiche e quanto nella sua umanità ha avuto bisogno del tuo perdono. Ti chiedo di accoglierla e di compiere in lei quanto la tua grazia ha iniziato durante il pellegrinaggio terreno.
Mi affido alla promessa del tuo Figlio, che nulla vuole perdere di quanto il Padre gli ha consegnato. È a Lui che oggi ho affidato la mamma ed è nella sua misericordia che desidero continuare a sperare.
E tu, mamma, questa sera mi hai fatto comprendere qualcosa che tanti anni fa avevo soltanto intuito. Quando ti sentii piangere per la nonna, non immaginavo che un giorno avrei riconosciuto quel medesimo dolore nelle mie lacrime. Adesso comprendo perché quella notte fosse stata così difficile per te e quanto amore continuasse a vivere dentro quel pianto.
La preghiera della sera è terminata e, mentre lascio che il silenzio della cripta continui ad accompagnarmi, sento che la memoria di questi due giorni può finalmente trovare un poco di riposo. Qui, accanto ai confratelli che mi hanno preceduto nella morte, ho affidato ancora una volta la tua anima al Signore, chiedendogli di accoglierti nella bellezza eterna del suo amore.
Stanotte, mamma, piango anch’io. E mentre lascio che le lacrime scendano, chiedo al Signore di custodire nella sua misericordia tutto ciò che abbiamo vissuto e che ora consegno alla sua fedeltà.
