don Mario Proietti, C.PP.S.

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Chiostro e Sagrestia


Chiostro e sagrestia dell’Abbazia di San Felice, luoghi di memoria, arte e vita

Uscendo dalla chiesa e attraversando gli ambienti dell’Abbazia, San Felice cambia voce. Nella cripta tutto converge verso la tomba del martire; nel chiostro e nell’antica sagrestia la sua memoria accompagna invece la vita quotidiana della comunità, entra nei luoghi del passaggio, si affida alle immagini e finisce per abitare le pareti. Sono spazi nati per funzioni diverse che, nel corso della lunga stagione agostiniana, divennero anche un grande racconto figurato della storia del santo.

Per comprenderli bisogna ricordare che un monastero e un convento non erano formati soltanto dalla chiesa. Intorno alla celebrazione liturgica si organizzavano il lavoro, il governo della comunità, i pasti, lo studio e i momenti di raccoglimento. Il chiostro teneva materialmente insieme molti di questi ambienti e permetteva di passare dall’uno all’altro senza uscire dalla casa. A San Felice questa funzione è ancora leggibile e consente di percepire quanto l’Abbazia sia stata, per secoli, un organismo abitato.

Veduta del chiostro dell’Abbazia di San Felice

Il chiostro della stagione agostiniana

Il chiostro appartiene alla profonda trasformazione del complesso maturata durante la presenza degli Agostiniani, insediati stabilmente a San Felice alla fine del Quattrocento. L’antico monastero benedettino venne progressivamente ampliato e adattato alle esigenze della nuova comunità religiosa; accanto alla chiesa crebbero gli ambienti conventuali, il refettorio e gli spazi destinati alla vita comune. Il chiostro, con la sua forma rettangolare, i pilastri in laterizio e i due loggiati sovrapposti, divenne il centro di questa organizzazione.

Nel mezzo rimane la cisterna che raccoglieva l’acqua, elemento pratico e indispensabile dentro una casa numerosa. Attorno ad essa correvano i percorsi quotidiani dei religiosi. Da qui si raggiungevano ambienti destinati al governo e alla vita della comunità e, attraverso il primo loggiato, anche quella che viene ricordata come l’antica sagrestia degli Agostiniani, il Cappellone. La geometria del chiostro nasceva dunque da necessità concrete e, nello stesso tempo, offriva alla comunità un luogo nel quale il movimento quotidiano poteva svolgersi dentro uno spazio raccolto.

Il chiostro dell’Abbazia di San Felice con la cisterna al centro

San Felice raccontato sulle pareti

Nel 1691 le lunette del portico inferiore vennero trasformate in un grande racconto della vita, del martirio e della memoria cultuale di san Felice. Il ciclo è tradizionalmente attribuito al religioso e pittore agostiniano fra Giuseppe Maria Franciosi di Antrodoco, il cui nome è ricordato anche da una lapide oggi collocata nel chiostro. L’attribuzione non è del tutto concorde nella bibliografia storico-artistica, che ha avanzato anche il nome di Liborio Coccetti; la tradizione locale conserva tuttavia con particolare forza la memoria di Franciosi e del suo legame con queste pitture. La funzione delle immagini è comunque chiarissima, perché la loro successione accompagna il visitatore attraverso gli episodi che la comunità considerava essenziali per comprendere il proprio santo.

Felice viene mostrato durante i supplizi, nella decapitazione e nella gloria; il suo corpo viene raccolto e custodito, poi trasportato verso il colle sul quale la tradizione colloca l’arresto prodigioso dei buoi. Seguono la costruzione del sepolcro e la devozione sviluppatasi attorno all’urna. Le scene non si fermano dunque al martirio: conducono fino al rapporto che il santo continua ad avere con il luogo e con il popolo che viene a cercarlo.

Nelle vele e nei peducci la presenza di santi, beati e uomini illustri della tradizione agostiniana inseriva questa storia locale dentro l’orizzonte spirituale della comunità che allora abitava San Felice. Il martire venerato dalla popolazione e la memoria religiosa degli Agostiniani finivano così per incontrarsi nello stesso spazio, giorno dopo giorno, sotto gli occhi di chi attraversava il convento. Il percorso dedicato a I volti del chiostro presenta questi personaggi uno per uno, seguendo l’ordine dei medaglioni, e conduce fino ai tre volti aggiunti in tempi recenti per legare la memoria agostiniana alla successiva storia missionaria di San Felice.

Tre percorsi per leggere le pitture del chiostro

Il chiostro custodisce oggi tre percorsi che permettono di entrare nel suo racconto per immagini. Le antiche lunette del 1691 seguono la vita, il martirio e la memoria cultuale di san Felice; nei peducci delle volte i medaglioni rendono visibile la grande genealogia spirituale nella quale gli Agostiniani riconoscevano la propria famiglia religiosa; nel 2015, per il Bicentenario della fondazione dell’Istituto, il nuovo ciclo di Stefano Ciani ha proseguito la narrazione dalla spiritualità del Preziosissimo Sangue alla fondazione della Casa di Missione e alla diffusione dei Missionari nel mondo. Epoche e linguaggi rimangono distinti, mentre il chiostro li raccoglie nello stesso spazio e consente di leggere insieme la memoria del martire, quella della comunità agostiniana e la storia missionaria successiva.

Decorazioni e pitture del chiostro dell’Abbazia di San Felice

Il Cappellone, antica sagrestia degli Agostiniani

Dal primo loggiato si accede a un ambiente che oggi chiamiamo comunemente Cappellone e che fu l’antica sagrestia degli Agostiniani. Il nome attuale può far pensare a una cappella autonoma, mentre la sua storia lo lega direttamente al servizio liturgico della chiesa e alla vita della comunità che vi si preparava prima di entrare nel luogo della celebrazione.

Anche qui san Felice è presente attraverso le immagini. Un secondo ciclo pittorico, distinto da quello delle lunette del chiostro e collocato nel Settecento, riprende episodi della Passio e conduce lo sguardo verso la glorificazione del martire sulla volta. La ripetizione del racconto in un ambiente così vicino alla chiesa mostra quanto la memoria di Felice fosse entrata nella fisionomia spirituale del convento: il santo non apparteneva soltanto alla cripta nella quale era venerato, perché accompagnava anche i religiosi nei luoghi della loro giornata.

Il ciclo che oggi vediamo ha attraversato a sua volta una storia complessa. Nel Novecento gli affreschi furono interessati da interventi e ridipinture che ne modificarono in parte la leggibilità. Anche per questo il Cappellone deve essere osservato tenendo insieme ciò che appartiene alla decorazione antica e ciò che i restauri successivi hanno lasciato sul suo volto attuale.

Le carte della sagrestia: la vita della Casa nei suoi documenti

La sagrestia conserva anche testimonianze documentarie nate per l’uso quotidiano delle comunità che hanno abitato San Felice. Sulla faccia interna di uno degli antichi sportelli è ancora incollato il grande foglio degli Avvertimenti per il Prefetto di Chiesa in S. Felice, attribuito a don Giovanni Merlini; sulla parete è rimasto anche il Catalogo delle Indulgenze, piccolo quadretto che reca memoria della precedente presenza dei Religiosi Passionisti. I Monita Salutaria aprono invece uno sguardo sulla disciplina spirituale e apostolica dei Missionari del Preziosissimo Sangue. Letti insieme, questi documenti permettono di seguire la vita liturgica e missionaria della Casa e di riconoscere alcune consuetudini che attraversarono stagioni diverse della storia di San Felice.

Decorazione pittorica del Cappellone, antica sagrestia degli Agostiniani a San Felice

Gli ambienti della vita comune

Il chiostro metteva in comunicazione anche altri luoghi fondamentali della casa. L’antica aula capitolare richiama il momento nel quale la comunità si raccoglieva per il proprio governo e per le decisioni comuni. Il refettorio, realizzato nel 1553 e trasformato nel corso dei secoli, conserva ancora elementi che raccontano la vita dei religiosi, dagli scanni e dai dossali lignei al lavabo datato 1601. Un frammento pittorico con la Trinità crocifissa ricorda quanto persino il luogo del pasto fosse inserito dentro un orizzonte religioso.

Questi ambienti aiutano a comprendere l’Abbazia meglio di quanto possa fare una semplice successione di date. Qui si mangiava, si discuteva della vita comune, si preparava la liturgia e si attraversavano ogni giorno gli stessi corridoi. Le grandi vicende della storia entravano inevitabilmente in questa quotidianità, mentre gran parte della vita religiosa trascorreva dentro gesti ripetuti che raramente finiscono nei documenti.

Uno degli ambienti della vita comune nell’Abbazia di San Felice

Una casa che ha continuato ad abitare i suoi spazi

Dopo gli Agostiniani altri religiosi hanno attraversato questi ambienti e, dal 1815, il complesso è entrato nella storia dei Missionari del Preziosissimo Sangue. Il chiostro ha continuato a essere luogo di passaggio e di incontro; il Cappellone, il refettorio e gli altri spazi hanno assunto funzioni diverse secondo le necessità delle comunità che si sono succedute. La destinazione concreta degli ambienti è cambiata più volte, mentre la struttura continua a rendere percepibile l’antica organizzazione della casa.

Oggi attraversare il chiostro significa quindi entrare in uno spazio nel quale molte epoche restano visibili contemporaneamente. L’architettura appartiene alla storia conventuale, le lunette raccontano san Felice secondo la sensibilità della comunità agostiniana, gli ambienti circostanti conservano tracce della vita comune e la presenza dei Missionari mantiene l’intero complesso dentro una storia ancora aperta.

Forse è proprio questo il modo migliore di guardare il chiostro e la sagrestia antica: senza separarli dalla casa che li ha generati. Le immagini acquistano significato perché furono dipinte in luoghi abitati; gli ambienti acquistano profondità perché generazioni di religiosi li hanno percorsi portando con sé la preghiera, il lavoro e la memoria del martire. San Felice continua a raccontarsi anche qui, nel punto in cui la storia sacra entra nella vita quotidiana e vi rimane.

Particolare degli ambienti storici del chiostro e della sagrestia dell’Abbazia di San Felice

Due ambienti, due percorsi da scoprire

Il Chiostro dell’Abbazia di San Felice

Il Chiostro

Le architetture, i cicli pittorici e i volti che raccontano la lunga memoria del chiostro.

La Sagrestia dell’Abbazia di San Felice

La Sagrestia

Il luogo della liturgia e i tesori custoditi: reliquiari, paramenti, libri e documenti della casa.


Per conoscere e approfondire

Felice Santini, L’Abbazia di S. Felice presso il castello di Giano, C.PP.S., Roma, 1999.

Visit Giano – Comune di Giano dell’Umbria, Abbazia di San Felice.

Studi e schede storico-artistiche dedicati all’Abbazia di San Felice, per la struttura del chiostro, il Cappellone e i cicli pittorici della stagione agostiniana.

Per approfondire i tre percorsi figurativi del chiostro: San Felice nel chiostro. Teologia di un racconto dipinto; I volti del chiostro, dedicato ai medaglioni della memoria agostiniana e alla loro prosecuzione nella tradizione del Preziosissimo Sangue; Dal chiostro al mondo. Il ciclo pittorico del Bicentenario (2015).