Abbazia di San Felice · Il chiostro
I volti del chiostro
Santi, beati e uomini illustri dalla memoria agostiniana alla tradizione del Preziosissimo Sangue
Chi entra nel chiostro dell’Abbazia di San Felice viene accolto da due racconti che procedono insieme. Sulle pareti scorrono gli episodi della vita e del martirio del santo titolare; più in alto, sui peducci delle volte, una lunga successione di volti accompagna il passo. Sono papi, vescovi, religiosi, donne consacrate e personaggi che gli Agostiniani sentivano appartenere alla propria storia spirituale. Per i frati che vivevano qui quei medaglioni erano presenze familiari: alzando gli occhi incontravano coloro nei quali riconoscevano una parte della propria eredità. Percorrerli oggi significa quindi entrare per qualche momento nella memoria di quella comunità e provare a guardare il chiostro con i suoi stessi occhi.
Fra Giuseppe Maria Franciosi e la memoria dell’opera
La tradizione di San Felice lega queste pitture al nome dell’agostiniano fra Giuseppe Maria Franciosi di Antrodoco, indicato nelle forme antiche anche come «Antrodacqua», e colloca il lavoro intorno al 1691. Una lapide oggi conservata nel chiostro mantiene vivo il ricordo di Franciosi e una targa moderna lo presenta come autore delle lunette. La storia dell’arte ha avanzato anche il nome di Liborio Coccetti, lasciando aperta una questione che potrà forse essere chiarita da nuovi studi. Per chi attraversa il chiostro resta intatta l’impressione di trovarsi davanti a un progetto pensato per accompagnare la vita quotidiana della comunità: sulle pareti la storia di san Felice, sopra il cammino i volti della famiglia spirituale agostiniana, quasi a riunire nello stesso spazio il santo venerato in questo luogo e la comunità che per secoli lo custodì.

Una genealogia spirituale dipinta
Per comprendere i personaggi che incontreremo occorre entrare per un momento nel modo in cui gli Agostiniani del Seicento raccontavano le proprie origini. La loro famiglia spirituale appariva più vasta dei confini storici dell’Ordine e abbracciava figure della Chiesa antica, dell’eremitismo e della tradizione monastica che venivano sentite come parte di una stessa discendenza religiosa. Per questo alcuni cartigli usano la parola «agostiniano» anche per uomini vissuti molti secoli prima della nascita dell’Ordine degli Eremitani di Sant’Agostino. Questi medaglioni ci consegnano dunque qualcosa di più interessante di un elenco perfettamente ordinato secondo i criteri moderni: ci mostrano come quei frati comprendevano se stessi, quali volti desideravano avere accanto e dentro quale lunga storia spirituale collocavano la loro vita a San Felice.
I medaglioni antichi
Cominciamo a percorrere il chiostro seguendo l’ordine nel quale questi volti vengono incontro a chi passa sotto le arcate. Alcuni appartengono alla storia dell’Ordine, altri a quella più vasta famiglia spirituale che gli Agostiniani del Seicento sentivano come propria. Insieme formano una compagnia silenziosa: uomini e donne di epoche lontane che ricordavano ai frati chi li aveva preceduti e quale storia continuavano ad abitare.
1. Agostino d’Ancona, detto Agostino Trionfi
Tra i primi volti che accompagnano il cammino compare quello di Agostino d’Ancona, che la tradizione chiamò Agostino Trionfi. Fu un frate abituato a misurarsi con le grandi domande del suo tempo, quando l’Europa cristiana discuteva intensamente il rapporto fra la Chiesa e i poteri della terra. Studiò e insegnò teologia, lasciando nella Summa de ecclesiastica potestate l’opera per la quale è maggiormente ricordato. Morì a Napoli nel 1328. Gli Agostiniani di San Felice potevano riconoscere in lui una dimensione essenziale della propria vocazione: una fede capace di diventare pensiero e uno studio vissuto come servizio ecclesiale. Il cartiglio lo chiama «B. Agostino Trionfi Anconitano», conservando il titolo con cui la memoria dell’Ordine lo aveva consegnato ai secoli.

2. Sant’Antonino martire, «re di Appamia»
Poco più avanti il chiostro conduce molto indietro nel tempo, fino alle antiche storie dei martiri. Il giovane coronato che tiene la palma viene indicato dal cartiglio come sant’Antonino martire, «re di Appamia». La memoria agiografica conduce ad Antonino di Apamea, martire della Siria al quale la tradizione occidentale attribuì anche origini regali. A interessare i frati che percorrevano ogni giorno queste arcate era soprattutto la testimonianza evocata dalla figura: un uomo al quale la dignità terrena non aveva impedito di consegnare la vita per Cristo. Corona e palma diventano così un racconto immediatamente comprensibile anche quando le parole si consumano. Le lettere superstiti dell’antico cartiglio conservano ancora il nome di Antonino e il ricordo della dignità regale con cui il Seicento lo aveva immaginato.

3. San Gelasio I, papa
Con Gelasio I il racconto raggiunge la Roma della fine del V secolo. Pontefice dal 492 al 496, Gelasio visse in un mondo nel quale l’antico impero d’Occidente era ormai tramontato e la Chiesa doveva imparare a custodire la propria missione dentro nuovi equilibri politici. La sua riflessione sul rapporto fra autorità spirituale e potere civile lasciò una traccia profonda nella storia del papato. Gli Agostiniani del Seicento lo collocarono nella propria grande genealogia e il cartiglio di San Felice lo chiama «Papa Africano Agostiniano»: un’espressione che racconta il modo con cui l’Ordine di allora cercava le proprie radici nella Chiesa antica. Il suo volto ricorda dunque ai frati che la loro storia spirituale veniva percepita come parte di una memoria cristiana molto più antica della nascita giuridica dell’Ordine.

4. San Agatone, papa
Anche Agatone porta nel chiostro la memoria della Chiesa antica. Siciliano, divenne papa nel 678 e guidò la Chiesa fino al 681, negli anni difficili della controversia monotelita. Attraverso i suoi legati, Roma contribuì alla preparazione del VI Concilio ecumenico di Costantinopoli, nel quale venne riaffermata la fede in Cristo vero Dio e vero uomo. Nel cartiglio Agatone è ricordato come «monaco agostiniano». La definizione appartiene alla cultura religiosa che produsse il ciclo: gli Agostiniani riconoscevano come parte della propria famiglia spirituale anche antiche figure monastiche vissute secoli prima della loro costituzione come Ordine. Guardando Agatone, i frati di San Felice vedevano quindi un pastore venuto dalla vita monastica e chiamato a custodire la fede della Chiesa nei passaggi più delicati della sua storia.

5. San Sigisberto martire, «re d’Ibernia»
Ci sono volti che si lasciano riconoscere subito e altri che continuano a custodire una parte del proprio segreto. Questo re martire appartiene alla seconda schiera. Il cartiglio sembra chiamarlo «S. Sigisberto M. Re d’Ibernia»: una denominazione che ci restituisce con sufficiente chiarezza il modo in cui gli Agostiniani di San Felice lo conoscevano, mentre le antiche tradizioni agiografiche non consentono ancora di ricostruirne con sicurezza una biografia. Proprio questa incertezza possiede un suo fascino dentro il chiostro. Per i frati che lo fecero dipingere quel volto parlava senza bisogno delle nostre verifiche moderne: era la memoria di un sovrano che aveva subordinato la corona alla fedeltà a Cristo fino al martirio. Oggi ne conserviamo il nome tramandato dalla pittura e lasciamo che ulteriori ricerche possano restituirgli, un giorno, una storia più precisa.

6. Egidio Romano
Con Egidio Romano torniamo nel cuore della storia propriamente agostiniana. Maestro a Parigi e fra i pensatori più autorevoli del suo tempo, Egidio mise l’intelligenza al servizio delle grandi questioni filosofiche ed ecclesiali del Medioevo. L’Ordine lo chiamò al governo come priore generale; più tardi divenne arcivescovo di Bourges e morì nel 1316. Il cartiglio di San Felice lo ricorda come «B. Egidio Colonna Romano», seguendo l’antica tradizione che lo riteneva appartenente alla famiglia Colonna, attribuzione oggi discussa dagli storici. Agli occhi dei frati del convento il significato del suo volto era comunque limpido: la vita religiosa poteva generare cultura senza perdere la propria radice contemplativa. Attraversando il chiostro, Egidio ricordava che anche il lavoro dell’intelligenza appartiene alla ricerca di Dio quando nasce dentro una vita consegnata.

7. Santa Radegonda, regina
Tra tanti religiosi e uomini di Chiesa compare anche il volto di una regina. Le lettere rimaste nel cartiglio, «…gonda Regina di Francia», conducono con grande probabilità a santa Radegonda, principessa di Turingia divenuta moglie del re franco Clotario I. La sua vita prese poi una direzione inattesa: lasciò la corte e scelse la consacrazione, fondando a Poitiers un monastero destinato a diventare un importante centro spirituale. La tradizione agostiniana la accolse nella propria grande famiglia monastica, al di là delle distanze cronologiche che oggi distinguiamo con maggiore precisione. Nel chiostro di San Felice Radegonda introduce una storia di libertà interiore: una donna collocata ai vertici della società del suo tempo che riconobbe altrove il centro della propria esistenza e lasciò che fosse la scelta religiosa a dare forma definitiva alla sua vita.

8. Alessandro Oliva da Sassoferrato
Il volto di Alessandro Oliva riportava i frati di San Felice molto più vicino alla loro terra. Nato a Sassoferrato nel 1407, entrò giovanissimo fra gli Agostiniani e crebbe dentro quella vita fatta di comunità e studio che avrebbe poi servito come maestro e uomo di governo. Nel 1459 fu eletto priore generale dell’Ordine; l’anno seguente Pio II lo creò cardinale. Morì nel 1463 e fu sepolto nella basilica romana di Sant’Agostino. La sua presenza nel chiostro assumeva un sapore particolare: era un uomo dell’Italia centrale, formato nella stessa famiglia religiosa che abitava San Felice, giunto fino alle più alte responsabilità ecclesiali senza perdere il legame con l’Ordine. In lui i frati potevano contemplare una vita nella quale il servizio alla propria comunità religiosa si era progressivamente allargato fino a diventare servizio alla Chiesa universale.

9. Limbania vergine
Il nome di Limbania arriva nel chiostro da molto lontano. La tradizione la dice originaria di Cipro e lega la sua vita a Genova, presso San Tommaso. Nei secoli successivi le Agostiniane che abitarono quel monastero la sentirono sempre più vicina alla propria famiglia religiosa, fino a consegnarla alla devozione dell’Ordine. La ricerca storica ha poi mostrato che San Tommaso era ancora benedettino nell’epoca alla quale Limbania viene riferita e passò alle Agostiniane soltanto nel 1509. Questa precisazione non toglie interesse al medaglione di San Felice: lo rende anzi prezioso, perché ci permette di vedere come una comunità del Seicento costruiva la propria memoria attraverso legami spirituali ricevuti dalla tradizione. Il cartiglio dice semplicemente «Limbania Vergine» e il suo volto continua a raccontare una consacrazione custodita e trasmessa per generazioni.

10. Girolamo Seripando
Se l’identificazione che oggi appare più probabile è corretta, questo volto appartiene a Girolamo Seripando, una delle figure più alte dell’Ordine nel Cinquecento. Entrato giovane tra gli Agostiniani, ne divenne priore generale e visse intensamente la stagione della riforma cattolica, cercando una risposta spirituale e teologica alla crisi che attraversava la cristianità europea. Divenuto arcivescovo di Salerno e poi cardinale, partecipò al Concilio di Trento, dove la sua preparazione e la sua sensibilità teologica ebbero un peso significativo. Il tempo ha quasi cancellato il nome dipinto sul cartiglio di San Felice; alcune lettere ancora percepibili e il confronto con ritratti antichi orientano oggi verso Seripando più della precedente ipotesi di Gregorio Petrocchini. Se davvero è lui, il chiostro conserva il volto di un frate che portò le domande maturate nell’Ordine dentro uno dei passaggi decisivi della storia della Chiesa.

11. Egidio da Viterbo
Pochi uomini del suo tempo sembrano riassumere tante passioni quanto Egidio da Viterbo. Frate agostiniano, uomo di vasta cultura e predicatore ascoltato, fu eletto priore generale nel 1507 e cercò di promuovere nell’Ordine una vita religiosa più fedele alle sue sorgenti. Il 2 maggio 1512 aprì il V Concilio Lateranense con un discorso rimasto celebre, nel quale la riforma della Chiesa veniva ricondotta anzitutto alla conversione degli uomini che la compongono. Leone X lo creò cardinale nel 1517. Nel chiostro di San Felice il suo ritratto doveva parlare con particolare forza: era il volto di un superiore generale che aveva conosciuto dall’interno le fragilità della vita ecclesiale e aveva creduto nella possibilità di rinnovarla. La sua presenza accanto agli altri medaglioni trasforma così una galleria di memorie in una domanda rivolta a ogni generazione religiosa.

12. San Fulgenzio, vescovo di Ruspe
Con Fulgenzio di Ruspe il chiostro torna nell’Africa cristiana segnata dalla grande eredità di sant’Agostino. Nato nel V secolo e divenuto monaco, Fulgenzio fu chiamato all’episcopato in anni difficili, quando le controversie dottrinali si intrecciavano alle tensioni politiche del regno vandalo. Conobbe anche l’esilio e continuò a scrivere, pregare e guidare la sua Chiesa fino al ritorno a Ruspe. La sua teologia, soprattutto sui temi della grazia, mostra quanto profondamente la parola di Agostino avesse continuato a vivere dopo la morte del vescovo di Ippona. Per gli Agostiniani di San Felice, Fulgenzio era quasi un ponte fra il padre spirituale dell’Ordine e le generazioni successive: la prova che un’eredità ricevuta resta viva quando qualcuno la assume e la consegna nuovamente alla Chiesa.

13. San Giovanni da San Facondo
Un giovane religioso tiene fra le mani un calice. È proprio questo gesto a suggerire che il volto possa essere quello di san Giovanni da Sahagún, conosciuto in Italia come san Giovanni da San Facondo. Sacerdote agostiniano del Quattrocento, Giovanni legò la sua vita alla predicazione e alla pacificazione di una Salamanca attraversata da violente divisioni. La tradizione ricorda anche la particolare intensità con cui celebrava l’Eucaristia, e il calice divenne uno degli attributi più eloquenti della sua iconografia. Fu canonizzato nel 1690, proprio negli anni ai quali viene ricondotta la decorazione del chiostro: se l’identificazione è corretta, il suo ingresso in questa galleria avrebbe avuto il sapore di una santità appena riconosciuta dalla Chiesa. Il cartiglio ha perduto il nome, mentre il calice continua ancora oggi a raccontare ciò che le lettere non riescono più a dire.

14. San Possidio
Il vescovo anziano che appare con la mitra, il pastorale e un libro sembra condurci molto vicino a sant’Agostino. L’ipotesi oggi più suggestiva è che si tratti di san Possidio, vescovo di Calama, discepolo e amico del vescovo di Ippona. Possidio condivise con Agostino le fatiche della Chiesa africana, gli fu vicino negli ultimi giorni e, dopo la sua morte, ne scrisse la Vita Augustini, consegnando alle generazioni successive una testimonianza nata dalla frequentazione personale. Il libro raffigurato nel medaglione acquisterebbe così un significato particolarmente bello: sarebbe il segno dell’uomo che custodì per iscritto la memoria del maestro. Il nome dipinto è ormai perduto e Simpliciano rimane un’altra possibile identificazione; dentro la logica di questa galleria, però, Possidio avrebbe un posto naturale, quasi come colui che permette agli altri di continuare a conoscere Agostino.

15. Beato Andrea da Fabriano
Il nome di Andrea da Fabriano oggi è molto meno noto di quello dei grandi santi dell’Ordine, e forse proprio per questo il suo volto nel chiostro è prezioso. Le antiche raccolte agostiniane lo ricordano tra i beati e collocano la sua morte nel 1389, tramandando la memoria di una vita religiosa venerata per santità. A distanza di secoli non possediamo su di lui la ricchezza di notizie che accompagna altri personaggi della galleria. Gli Agostiniani di San Felice, invece, lo conoscevano abbastanza da volerlo sopra le proprie arcate. Il medaglione ci permette quindi di ascoltare una memoria interna dell’Ordine che il tempo ha quasi fatto tacere: accanto alle figure celebrate dai libri di storia esistevano frati la cui testimonianza continuava a vivere nella devozione delle comunità. Andrea è uno di quei volti salvati dall’oblio proprio perché qualcuno volle dipingerlo qui.

16. San Tommaso da Villanova
Quando il chiostro veniva decorato, Tommaso da Villanova era un santo canonizzato da appena pochi decenni. Nato in Spagna nel 1486, entrò tra gli Agostiniani nel 1516 e visse la vita religiosa con una semplicità che lo accompagnò anche quando venne chiamato a diventare arcivescovo di Valencia. La tradizione lo ricorda soprattutto per la vicinanza ai poveri e per una sobrietà personale che rese credibile il suo ministero episcopale. Morì nel 1555 e Alessandro VII lo proclamò santo nel 1658. Il suo volto, dunque, portava nel chiostro una santità quasi contemporanea agli uomini che lo guardavano: la prova che la storia dell’Ordine continuava a generare testimoni nel loro stesso tempo. Fra tanti personaggi antichi, Tommaso ricordava ai religiosi di San Felice che la santità non apparteneva soltanto alla memoria ricevuta, perché poteva ancora prendere forma nella vita concreta di un frate.

17. San Guglielmo, duca d’Aquitania
Armatura e dignità principesca fanno di san Guglielmo, duca d’Aquitania uno dei personaggi più immediatamente riconoscibili del percorso. Dietro questa immagine si nasconde una storia agiografica complessa: nel corso dei secoli la tradizione agostiniana finì per intrecciare la figura dell’eremita Guglielmo di Malavalle con quella di un duca d’Aquitania convertito a vita penitente. Il Seicento ereditò questa memoria e la raccontò senza le distinzioni alle quali è abituata la ricerca moderna. Per i frati che guardavano il medaglione il messaggio rimaneva chiarissimo: persino l’uomo rivestito di potere può essere raggiunto da una chiamata capace di mutarne l’esistenza. Il chiostro conserva dunque anche il modo in cui una famiglia religiosa raccontava a se stessa le proprie origini eremitiche, trasformando la memoria dei padri in immagini capaci di parlare alla vita quotidiana.

18. San Nicola da Tolentino
Con san Nicola da Tolentino il visitatore incontra uno dei santi più amati della famiglia agostiniana. Nato nel XIII secolo e morto a Tolentino nel 1305, Nicola trascorse gran parte della sua vita nel ministero sacerdotale, nella preghiera e nella predicazione. La fama della sua santità si diffuse rapidamente e il suo culto accompagnò per secoli la vita dell’Ordine, anche attraverso la particolare memoria della sua intercessione per i defunti. Fu canonizzato nel 1446. Per una comunità agostiniana dell’Italia centrale la sua presenza nel chiostro era quasi familiare: Tolentino apparteneva a un orizzonte geografico vicino e Nicola era uno di quei santi nei quali l’Ordine riconosceva immediatamente il proprio volto migliore. Passare ogni giorno sotto la sua immagine significava ricordare che una vita apparentemente ordinaria, consegnata fedelmente, può diventare sorgente di consolazione per molti.

19. Beata Chiara da Montefalco
Con Chiara da Montefalco il percorso arriva quasi a casa. Nata nel 1268 a pochi chilometri da San Felice, Chiara crebbe in una piccola esperienza religiosa femminile che adottò la Regola di sant’Agostino e della quale divenne poi superiora. La contemplazione della Passione di Cristo segnò profondamente la sua spiritualità e la memoria che le generazioni successive conservarono di lei. Quando il medaglione venne dipinto, Chiara era venerata come beata; la canonizzazione sarebbe giunta soltanto nel 1881. Immaginarne il volto sotto queste arcate significa anche comprendere quanto la santità, per gli Agostiniani di San Felice, avesse una geografia concreta. Montefalco si vede quasi da questo territorio e Chiara apparteneva allo stesso paesaggio umano e religioso: una donna umbra la cui memoria ricordava che la ricerca di Dio poteva germogliare nelle colline che i frati vedevano ogni giorno.

20. Beata Rita da Cascia
La serie antica si chiude con un volto che oggi non ha bisogno di presentazioni: Rita da Cascia. La sua vicenda attraversò la vita familiare, il dolore e infine la consacrazione nel monastero agostiniano di Cascia, dove morì nel XV secolo. Quando gli Agostiniani di San Felice la fecero dipingere nel chiostro, Rita era ancora chiamata beata, come attesta il cartiglio; la canonizzazione sarebbe arrivata nel 1900. Era già però una presenza profondamente radicata nella devozione e, anche in questo caso, apparteneva alla stessa Umbria che circondava il convento. Il suo volto conclude la galleria quasi riportando a terra un viaggio cominciato fra papi, martiri e grandi maestri: la santità può attraversare la trama ferita dell’esistenza quotidiana e trasformarla lentamente in una storia affidata a Dio.

Una storia che continua
La memoria del Preziosissimo Sangue
Con Rita termina il percorso dei medaglioni ricevuti dalla comunità agostiniana. Le arcate, però, continuarono a vedere passare altre generazioni e nell’Ottocento San Felice divenne uno dei luoghi nei quali prese forma la nuova esperienza missionaria legata al Preziosissimo Sangue. Per questo, in tempi recenti, tre nuovi medaglioni sono stati inseriti accanto agli antichi rispettandone il linguaggio figurativo: Gaetano Bonanni, Belisario Cristaldi e Francesco Albertini. La loro presenza rende visibile ciò che la storia dell’Abbazia aveva già unito nel corso dei secoli. Il chiostro conserva la memoria degli Agostiniani che lo abitarono e, continuando il cammino, conduce verso gli uomini che prepararono la stagione missionaria della quale San Felice sarebbe diventata Casa Madre.
21. Gaetano Bonanni
Con Gaetano Bonanni il racconto del chiostro compie un salto di più di un secolo e arriva al momento in cui San Felice sta per diventare una casa missionaria. Nato a Roma nel 1766, Bonanni aveva maturato l’idea di raccogliere sacerdoti disponibili alla predicazione popolare e nel 1813 diede vita agli Operai Evangelici. Quando nel luglio 1815 una prima comunità raggiunse questa Abbazia, fu lui a guidarla: gli ambienti che per secoli avevano custodito la vita agostiniana cominciarono così ad accogliere un’esperienza apostolica nuova, destinata a preparare il terreno sul quale san Gaspare del Bufalo avrebbe avviato l’anno seguente la Congregazione dei Missionari del Preziosissimo Sangue. Bonanni divenne poi vescovo di Norcia e guidò quella Chiesa dal 1821 al 1843. Il suo volto aggiunto al chiostro indica dunque una soglia precisa: il punto in cui la storia antica di San Felice comincia a diventare anche la nostra storia.

22. Il cardinale Belisario Cristaldi
La storia delle grandi opere ecclesiali passa anche attraverso persone che comprendono un’intuizione quando essa è ancora fragile. Belisario Cristaldi fu una di queste. Nato a Roma nel 1764, conosceva dall’interno la Curia e i suoi complessi meccanismi; quando incontrò la vicenda di Gaspare del Bufalo comprese il valore di quella nuova esperienza missionaria e decise di sostenerla. La sua protezione fu particolarmente preziosa negli anni nei quali l’opera aveva ancora bisogno di essere riconosciuta, difesa e accompagnata presso la Santa Sede. Anche San Felice entrò dentro questa storia: Cristaldi favorì il cammino dei Missionari e contribuì a dare stabilità a un progetto che avrebbe potuto facilmente spegnersi nei suoi primi passi. Leone XII lo creò cardinale; morì nel 1831. Nel chiostro il suo volto ricorda che una vocazione può avere bisogno anche di qualcuno capace di aprirle una strada perché ciò che è appena nato possa diventare storia.

23. Francesco Albertini
Alla conclusione del percorso incontriamo Francesco Albertini, e con lui arriviamo alla sorgente spirituale dalla quale sarebbe nato il mondo missionario legato a San Felice. Sacerdote romano, nato nel 1770, Albertini aveva intuito quanto la contemplazione del Sangue di Cristo potesse diventare una via concreta per leggere l’amore redentore di Dio e risvegliare la vita cristiana. Nel 1808 fondò a San Nicola in Carcere la Pia Associazione in onore del Preziosissimo Sangue, dalla quale si sviluppò poi l’Arciconfraternita. Fu direttore spirituale di Gaspare del Bufalo e condivise con lui il desiderio che quella spiritualità raggiungesse il popolo attraverso la predicazione missionaria. Divenuto vescovo di Terracina, Sezze e Priverno, morì nel 1819. Il suo ritratto chiude oggi la galleria perché, prima delle case e delle opere, all’origine della nostra storia vi fu uno sguardo rivolto al Sangue di Cristo e la convinzione che da quel mistero potesse nascere una missione.

I volti rimangono
Quando si termina il giro del chiostro, ci si accorge che questi medaglioni hanno fatto qualcosa di più che decorare le volte. Gli Agostiniani vi avevano raccolto i volti attraverso i quali riconoscevano la propria storia spirituale; secoli dopo, la vicenda della casa ha aggiunto Bonanni, Cristaldi e Albertini per ricordare il passaggio che avrebbe condotto San Felice a diventare luogo delle origini missionarie del Preziosissimo Sangue. Le epoche rimangono riconoscibili e la continuità nasce dal luogo stesso: sono state comunità diverse a pregare sotto queste arcate, a custodirle e a ricevere da esse una memoria. Chi attraversa oggi il chiostro cammina quindi in mezzo a una storia abitata, nella quale i volti del passato continuano a raccontare perché questa casa è diventata ciò che è.
Una parola sulle identificazioni. Il tempo ha cancellato in parte o del tutto alcuni cartigli. Per i medaglioni n. 10, 13 e 14 i nomi di Girolamo Seripando, san Giovanni da San Facondo e san Possidio nascono dal confronto fra quanto ancora si riesce a leggere, gli attributi raffigurati e la logica complessiva del ciclo. Nel caso del vescovo del n. 14 rimane possibile anche san Simpliciano. Sono identificazioni oggi plausibili, che potranno diventare più sicure se nuovi documenti o confronti iconografici restituiranno altre tessere alla storia di queste pitture.