
Pane, vino, legumi e piccoli conti nella vita della Casa Madre
Qualcuno apriva un foglio, intingeva la penna e scriveva: pane, vino, fagioli, cipolle, lardo, ricotta. Accanto a ogni parola, poche cifre. Poi un altro giorno e un’altra spesa, con qualche somma corretta, un riporto e un conto da chiudere. A prima vista questi fogli, conservati fra le carte di San Felice, non sembrano avere nulla a che fare con le grandi imprese dei Missionari del Preziosissimo Sangue. In realtà raccontano il lavoro senza il quale quelle imprese sarebbero state ben più difficili: mantenere una casa abitata, provvedere alla cucina e fare in modo che i confratelli trovassero una mensa al ritorno dalla predicazione.
Nell’agosto 1815 san Gaspare del Bufalo aveva inaugurato la prima Casa di Missione nell’antica abbazia. Le annotazioni di spesa dei primi anni e dei decenni successivi ci accompagnano dentro la quotidianità di quella fondazione: una vita fatta di partenze e ritorni, di preghiera e di lavoro, ma anche di mercato, di dispense da rifornire e di monete da contare.
Che cosa arrivava in cucina
Il pane compare continuamente. Ritornano il vino e i legumi, soprattutto fagioli e ceci; con essi si incontrano formaggio, ricotta, uova, lardo, carne, cipolle, cavoli e altri prodotti della campagna. Una serie di acquisti che porta sulla carta gli odori e i colori di una cucina umbra dell’Ottocento. I legumi si potevano conservare, il lardo insaporiva le vivande, il formaggio e le uova offrivano altre possibilità alla mensa. Le verdure seguivano la disponibilità della terra e gli acquisti del momento.
Il succedersi dei generi lascia immaginare il movimento che precedeva il pranzo: qualcuno controllava ciò che rimaneva, prendeva il necessario, pensava al giorno successivo. Le parole ripetute fra le colonne ci fanno vedere una mensa organizzata con attenzione, fondata soprattutto sui prodotti ordinari del territorio e capace di accogliere anche carne, latticini e altre provviste.

Il vino della tavola e quello dell’altare
Una delle voci più ricorrenti è il vino. Le carte distinguono talvolta espressamente quello destinato alle Messe, ricordandoci che a San Felice le necessità domestiche e quelle liturgiche erano amministrate nello stesso ritmo di ogni giorno. Bisognava pensare al pasto dei confratelli e a quanto occorreva per celebrare. Alla stessa epoca appartengono anche i registri delle candele destinate all’altare: carte minime, che insieme restituiscono l’ordinaria vita di una casa religiosa.
Questa vicinanza fra la mensa e l’altare non è soltanto un’immagine suggestiva. La si incontra nelle annotazioni stesse, dove al vino per le Messe seguono le spese per il pane, per i legumi, per il trasporto o per un altro bisogno della comunità.
Una casa che viveva di piccole somme
Ogni acquisto portava con sé il suo prezzo. Il registro è disseminato di scudi, baiocchi, somme, riporti, cancellature. Il pane e il vino tornano di frequente, ma anche gli acquisti più modesti vengono ricordati. È la contabilità di chi deve far quadrare il necessario e sa che la vita comune dipende dalla fedeltà alle piccole cose.
Accanto agli alimenti si trovano pagamenti per servizi, commissioni, spostamenti e forniture. Non c’era soltanto una cucina da alimentare. C’erano persone da mandare a prendere qualcosa, somme da consegnare, attività da sostenere, imprevisti da affrontare. Il piccolo quaderno delle uscite diventa così una finestra sull’intero funzionamento della comunità, oltre la sola mensa.

Le mani che preparavano la tavola
Fra la predicazione dei sacerdoti e il momento di sedersi a tavola esisteva un mondo di lavoro. Nella prima Congregazione i fratelli coadiutori e gli addetti alla casa si prendevano cura di incombenze pratiche e spesso faticose: la dispensa, gli ambienti, gli acquisti e l’assistenza ai confratelli. Queste note di spesa ci portano proprio nel luogo del loro servizio. Dietro ogni registrazione vediamo la necessità di qualcuno che andasse a comprare, trasportasse, riponesse, preparasse e rendesse conto.
Dietro gli acquisti si riconosce la dedizione di chi faceva funzionare la Casa: il servizio prestato ogni giorno alla comunità, lontano dalla notorietà dei grandi predicatori. La storia delle Case appartiene anche a coloro che, con il loro lavoro, si occupavano delle necessità di tutti.
Quando i Missionari tornavano a San Felice
La Casa Madre era un luogo dal quale partire. San Gaspare e i suoi compagni predicavano in paesi e città, mentre a Giano rimaneva una comunità chiamata a custodire la vita comune. Al ritorno dalle missioni, i sacerdoti ritrovavano non soltanto una chiesa e le camere dell’abbazia, ma una casa che aveva continuato a funzionare. Il pane doveva essere procurato anche nei giorni della loro assenza; la cucina continuava a lavorare; qualcuno teneva i conti.
A poco a poco, le parole ripetute sulle pagine acquistano una forza inattesa. Il fagiolo, la ricotta, la cipolla, il pane, il vino: cose ordinarie che entrano nella storia della prima fondazione del Preziosissimo Sangue. Ci consentono di avvicinare quei sacerdoti e i loro collaboratori non soltanto mentre predicavano, ma mentre vivevano insieme, con le necessità e i ritmi di ogni comunità umana.
Quei fogli non furono compilati per essere letti due secoli dopo. Eppure sono rimasti. E mentre le grandi cronache custodiscono i nomi, le missioni e le decisioni, questi conti conservano la quotidianità di San Felice: una casa costruita anche attraverso il pane acquistato, il lavoro condiviso e la cura paziente della mensa.

Luglio 1818. La tavola preparata per gli artefici
Il 19 luglio 1818 qualcuno aprì il quaderno e scrisse un’intestazione eloquente: «Lista per li Artefici». C’erano lavoratori da nutrire e cavalli ai quali procurare l’erba. Il conto registrò pane, capocollo e vino, i fiaschi destinati alla tavola e quelli dati al facchino; annotò poi il lardo e il formaggio necessari alla cena. Nei giorni successivi troviamo polli per il pranzo, e soprattutto una preparazione che restituisce immediatamente il sapore di quella cucina: «Formagio per li maccarroni» e «Ova per li maccarroni». Nel foglio seguente compaiono anche merluzzo e sarde, insieme alle uova per la colazione. La lista custodisce i sapori di quella tavola, fino al dettaglio delle uova mescolate ai maccheroni.
Quella mensa apparteneva agli artigiani impiegati nei lavori documentati dalle carte del Fosco del 1818. Mentre si provvedeva ai cristalli posti a protezione dell’immagine della Madonna e agli arredi del santuario, occorreva pensare anche agli uomini che lavoravano, ai loro spostamenti e agli animali utilizzati per i trasporti. Il capocollo, il pane, i fiaschi di vino, il formaggio per i maccheroni e il pranzo con i polli entrano così nella storia del santuario insieme ai ferri, ai telai e alle fatture dei maestri d’opera.
La refezione dei sacerdoti
Altre righe cambiano destinatario. Qui il contabile scrive espressamente «per la refezione de’ Sacerdoti». Il 15 ottobre annota uno scudo; in altre registrazioni compaiono somme di 49, 39 e 54 baiocchi. Accanto a quelle spese si trovano il vino per le Messe, la legna, il pagamento di un muratore e alcune provviste. È il ritmo concreto di una casa nella quale si celebrava, si accoglievano sacerdoti e si provvedeva al loro ristoro.
Le parole del quaderno invitano a immaginare l’andirivieni fra la chiesa e gli ambienti di servizio: qualcuno si occupava del vino necessario alle celebrazioni, qualcun altro della refezione, mentre fuori proseguivano i lavori. Le spese dei sacerdoti e quelle degli artefici hanno una loro voce distinta, e proprio questa distinzione rende più ricca la vita che emerge dal registro.

I nomi fra le cifre
Qualche volta, fra tanti conti, compare finalmente una persona. Giovanni Cucco riceve un pagamento per un viaggio legato ai pittori; a Cecoli viene dato denaro per radunare la legna. Un canonico Modesto compare fra i destinatari di una somma. In altre annotazioni incontriamo Agostino, Marianna, Lucia, Serafina e Cecilia, persone che entrano nella contabilità per una consegna, un pagamento o la provvista d’erba. Il quaderno li riporta alla luce insieme ai piccoli incarichi della giornata.
Sono i volti di una rete di collaboratori, fornitori e incaricati che gravitava attorno alle opere del Fosco e alla Casa Madre. È proprio in questo mondo di commissioni, trasporti, lavoro e cura delle necessità comuni che si comprende anche il servizio domestico dei fratelli, così importante nella vita dei primi Missionari.
La firma di don Martino Pompili
Una registrazione del 10 luglio 1818 porta la contabilità a un livello ancora più personale. Dopo un conto con il sagrestano, relativo a tre scudi e ottantanove baiocchi, si legge che le partite erano state pareggiate. Sotto, una firma: «Martino Pompilj Dep.º». Don Martino, il sacerdote di Giano che ritroviamo nelle lettere di san Gaspare e nelle spese per il ciborio del Fosco, compare qui impegnato direttamente in una funzione di controllo e regolazione dei conti, indicata dall’abbreviazione «Dep.º», ossia deputato.
In questa firma la sua storia incontra quella delle piccole cose. Il sacerdote ricordato nel chiostro di San Felice come «prete dell’Evangelio» non era estraneo alle necessità concrete del santuario: verificava conti, manteneva rapporti con le persone e partecipava a un’amministrazione fatta di responsabilità minute. È un ulteriore legame fra la Casa Madre e la Madonna del Fosco, conservato non da una grande cronaca, ma dalla chiusura di un rendiconto.
Quanto costava vivere nel 1818
Dietro i pochi baiocchi annotati nel quaderno c’è un mondo in cui il denaro aveva un peso ben diverso dal nostro. Il 1818 seguiva due annate difficilissime: la crisi dei raccolti del 1816 e del 1817 aveva impoverito molte famiglie dello Stato Pontificio. Anche a Foligno, nel giugno 1817, era iniziata un’epidemia di tifo. La prima comunità di San Felice viveva e provvedeva ai propri bisogni dentro questo stesso paesaggio umano, dove il pane e gli altri alimenti rappresentavano una preoccupazione quotidiana.
Le pagine del luglio 1818 rendono subito concreta quella fatica: un fiasco di vino viene contato quattro baiocchi; quattro libbre di carne, in due annotazioni, quindici o sedici; una libbra di formaggio destinato ai maccheroni, quattordici; una libbra e mezza di merluzzo, nove; i polli per un pranzo, venti baiocchi. Sono importi che il contabile scriveva con precisione, perché al pane e al vino si aggiungevano il combustibile, i trasporti, le spese di culto e il vitto degli uomini chiamati a lavorare al santuario.
Per comprenderne la misura possiamo confrontarli con le paghe ricordate dagli studi sull’economia dello Stato Pontificio. In altre zone del territorio pontificio sono documentati compensi di circa venti baiocchi per una giornata di lavoro agricolo e, in un diverso contesto urbano, di circa trenta baiocchi per i giornalieri. Con una giornata da venti baiocchi, il prezzo dei polli registrato nel nostro conto avrebbe assorbito l’intera paga; le quattro libbre di carne circa quattro quinti; la libbra di formaggio oltre due terzi. Prendendo come riferimento trenta baiocchi, gli stessi acquisti avrebbero pesato rispettivamente per due terzi, poco più della metà e quasi la metà della giornata. La differenza fra i due esempi ricorda quanto contassero il mestiere, il luogo e la stagione.
Anche un semplice fiasco di vino da quattro baiocchi avrebbe richiesto fra un settimo e un quinto di quelle paghe giornaliere. Per chi aveva una famiglia da nutrire, ogni acquisto si sommava agli altri. Per la Casa Madre, che doveva mantenere i sacerdoti e sostenere le attività collegate al Fosco, quei conti rappresentavano una responsabilità continua. La condivisione dei beni, l’attenzione alle piccole uscite e il lavoro di chi si occupava della dispensa erano una parte concreta della vita missionaria.
Dieci baiocchi per una Messa: vivere delle offerte e mantenere la chiesa
In mezzo ai conti della dispensa compare una voce che permette di comprendere da dove venissero anche le risorse per sostenere la comunità: «Per una messa — 10». Dieci baiocchi, quanto metà di una giornata di lavoro pagata venti baiocchi nel nostro confronto. Le offerte per le Messe contribuivano al sostentamento dei Missionari, che vivevano del ministero sacerdotale e della generosità dei fedeli. La cifra, apparentemente piccola, assume un peso diverso se la mettiamo accanto al costo del pane, della carne e del vino.
Da quelle entrate bisognava provvedere alla vita dei confratelli, e intanto tenere aperta e decorosa la chiesa. Il registro stesso ricorda le uscite per il vino destinato alle Messe, mentre altre carte della Casa Madre annotano la cera consumata sull’altare. A tutto questo si aggiungevano la legna, le riparazioni, i materiali e i lavori necessari agli ambienti. Una celebrazione portava dunque con sé un’offerta, ma anche necessità concrete, dentro una casa nata soltanto tre anni prima e impegnata a sostenere una missione sempre più ampia.
Il paragone con gli euro di oggi va fatto attraverso il lavoro necessario a pagare quei beni, non attraverso un cambio monetario. I baiocchi non si traducono in euro come una valuta moderna: il loro valore emerge dal rapporto con la paga, il cibo e le necessità delle famiglie. In questa prospettiva la contabilità del 1818 racconta assai bene la sobrietà e la fatica di mantenere viva una fondazione nata appena tre anni prima.
Per il contesto storico: cronologia storica di Foligno; Carlo De Luca, Il tramonto delle aristocrazie cittadine nello Stato Pontificio; Angiolina Arru, The Distinguishing Features of Domestic Service in Italy. Gli importi degli alimenti provengono dalle note di spesa del 1818.
Le carte della mensa
I fogli manoscritti conservati nella documentazione di San Felice hanno custodito il ricordo degli acquisti, delle refezioni, dei servizi e dei conti quotidiani, lasciandoci entrare nella vita della Casa Madre e nei lavori del Fosco.