don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

Oggi
Calendario liturgico

1966. Quando il centocinquantesimo diventò missione


Copertina della pagina sulla missione del 1966 dei Missionari del Preziosissimo Sangue in Tanzania

Dalla nave Africa ai Missionari tanzaniani

Il 19 maggio 1966, dopo due settimane di navigazione da Brindisi, una nave chiamata Africa entrò nel porto di Dar es Salaam. Don Dino Gioia ricordò molti anni dopo il campanile gotico della cattedrale costruita dai Benedettini tedeschi e la Messa celebrata quella mattina, festa dell’Ascensione, mentre nel Vangelo risuonava il mandato di andare, insegnare e battezzare. Con lui c’erano don Giuseppe Montenegro e fratel Franco Palumbo. Erano i primi tre Missionari del Preziosissimo Sangue a mettere piede nel continente africano.

La Congregazione celebrava allora il centocinquantesimo della propria fondazione. Quel giubileo non rimase una commemorazione del passato: per la Provincia italiana divenne una scelta di partenza. Sessant’anni più tardi la piccola presenza affidata a tre uomini è diventata una Provincia numerosa, con vocazioni proprie e Missionari tanzaniani inviati a loro volta in altri Paesi. È una delle storie nelle quali si vede con maggiore chiarezza che cosa significa per un carisma lasciare la propria terra senza perdere la propria sorgente.

Il centocinquantesimo non rimase un anniversario

Secondo il racconto di Dino Gioia, l’invito ad aprire una presenza in Africa era giunto da vescovi della Tanzania e del Mozambico. Propaganda Fide lasciò ai Missionari la scelta e la Provincia italiana optò per la Tanzania, indipendente dal 1961. La decisione dice qualcosa del clima ecclesiale di quegli anni: il Concilio Vaticano II si era appena concluso e molte Chiese e istituti religiosi sentivano con forza la responsabilità di allargare il proprio orizzonte missionario.

I tre primi Missionari furono accolti dal vescovo di Dodoma, mons. Geremia Pesce, passionista. Prima di ricevere una destinazione stabile dovettero entrare in un mondo che non conoscevano: lingua, ritmi, distanze, strutture ecclesiali già presenti e una società che stava costruendo la propria vita nazionale dopo l’indipendenza. L’inculturazione non era una parola da convegno. Significava imparare prima di pretendere di insegnare.

Manyoni: dove la missione mise radici

L’11 febbraio 1967 i Missionari arrivarono a Manyoni, a ovest di Dodoma, e assunsero la prima casa e la parrocchia. Il territorio comprendeva una ventina di villaggi nei quali esistevano già cappelle e presenze cattoliche avviate dai Passionisti e dai Padri Bianchi. La Congregazione non entrò dunque in una terra senza Vangelo: ricevette una storia ecclesiale già cominciata e fu chiamata a continuarla.

Le distanze trasformavano ogni scelta pastorale in viaggio. Le strade erano difficili, i mezzi scarsi e i villaggi lontani. I ricordi dei Missionari parlano di jeep, fango, ore interminabili di percorso, notti trascorse lontano dalla casa e comunità raggiunte una dopo l’altra. Don Pietro Battista, ricordando molti anni più tardi il proprio arrivo, raccontò un viaggio di diciotto ore da Dar es Salaam e l’accoglienza riassunta in una parola che sarebbe rimasta nella memoria: Karibuni Tanzania, benvenuti in Tanzania.

Il Vangelo del Sangue prende la forma della vita

Dino Gioia ricordava che il lavoro missionario «non era solo spirituale». La popolazione soffriva per la mancanza di acqua pulita, di opportunità educative e di assistenza sanitaria. Per questo l’evangelizzazione prese progressivamente la forma di parrocchie e catechesi, ma anche di scuole, sanità, pozzi, formazione e promozione umana.

Il passaggio è importante perché impedisce di dividere ciò che la missione teneva insieme. Il Sangue di Cristo veniva annunciato come mistero di redenzione e riconciliazione e, proprio per questo, diventava attenzione alla vita concreta delle persone. La predicazione non sostituiva l’acqua, la scuola o la cura dei malati; nello stesso tempo quelle opere non erano attività parallele al Vangelo. Nascevano dalla convinzione che la redenzione riguarda l’uomo intero.

La presenza si estese nel tempo oltre Manyoni, raggiungendo Itigi, Chibumagwa, Tegeta e altre realtà. Accanto ai Missionari lavorarono religiose, catechisti, laici e collaboratori locali. Anche la memoria del giubileo del 2016 riconobbe pubblicamente il contributo della Congregazione nei campi della salute, dell’educazione, dell’acqua e dell’evangelizzazione.

Quando la missione smise di essere soltanto italiana

La svolta decisiva non fu l’apertura di una nuova parrocchia né la costruzione di un’opera. Fu la nascita delle vocazioni tanzaniane. Quando giovani del luogo cominciarono a riconoscere nel carisma di san Gaspare una forma possibile della propria vita, la missione cambiò natura. Non era più soltanto una presenza sostenuta da Missionari venuti dall’Italia, dal Canada o dagli Stati Uniti: stava diventando una storia tanzaniana.

Nel 2016 la Congregazione ricordò il venticinquesimo anniversario di ordinazione di don Onesphory Kayombo e di padre Felix Mushobozi, tra i primi sacerdoti tanzaniani della C.PP.S. Era il segno visibile di un passaggio maturato lentamente: il carisma ricevuto dall’esterno aveva ormai trovato lingua, volto e responsabilità locali.

2015: una Provincia nata dalla missione

Dopo la fase del Vicariato, nel 2015 la realtà tanzaniana venne eretta in Provincia. Il cambiamento giuridico esprimeva qualcosa che era già accaduto nella vita: esistevano ormai uomini formati, responsabilità di governo, opere, vocazioni e una coscienza missionaria capace di reggersi dall’interno.

La maturità di una missione non si misura dal tempo durante il quale i fondatori riescono a conservarne il controllo. Si vede piuttosto nel momento in cui possono farsi da parte senza che ciò che hanno iniziato si spenga. In Tanzania la fecondità dei primi Missionari è diventata evidente proprio quando la loro opera ha smesso di dipendere da loro.

Sessant’anni dopo: i padri e i figli nello stesso altare

Il 1º e il 2 luglio 2026, a Manyoni, la Provincia ha celebrato solennemente i sessant’anni della presenza C.PP.S. Nel primo giorno quattro giovani sono stati incorporati definitivamente nella Congregazione; il giorno seguente sono stati ordinati diaconi. Più di cinquemila persone hanno partecipato alla celebrazione conclusiva. Mentre si ricordavano i tre Missionari giunti nel 1966, davanti all’assemblea c’erano nuovi Missionari tanzaniani pronti a ricevere il ministero.

Tra i protagonisti della memoria era presente anche don Giuseppe Montenegro, uno dei tre pionieri. Il popolo lo ha salutato come memoria vivente degli inizi. Nel suo racconto sono tornati i battesimi, i villaggi, i viaggi in jeep, le notti trascorse in macchina e perfino l’incontro con due leoni che, per qualche istante, gli fece pensare di essere arrivato alla fine. Sono dettagli nei quali la missione perde ogni patina celebrativa e torna a essere ciò che fu: strade difficili, incontri imprevisti e uomini che imparavano giorno dopo giorno una terra nuova.

Per Montenegro quella non sarebbe stata l’ultima frontiera. Richiamato in Italia nel 1977, pochi anni dopo ripartì ancora: nel 1983 venne mandato in India per avviare una nuova missione della Congregazione.

Nel 2026 la Provincia tanzaniana conta 118 membri incorporati definitivamente. I suoi Missionari non servono più soltanto nel proprio Paese: sono presenti anche in Italia, negli Stati Uniti, in Germania e in Canada. Già negli anni precedenti confratelli tanzaniani erano stati inviati in Guinea-Bissau per collaborare con la Provincia Iberica nella formazione e nella pastorale. La direzione della missione si è così rovesciata: la terra che aveva ricevuto Missionari è diventata una terra che invia.

Il sogno parla swahili

I primi Missionari arrivarono in Tanzania portando con sé una lingua, una formazione e un modo di vivere la missione maturati altrove. Dovettero imparare parole nuove, misurare le distanze in ore di pista, affidarsi ai catechisti, entrare nelle famiglie e lasciarsi sorprendere da una Chiesa che non chiedeva di essere semplicemente assistita, ma accompagnata a crescere con il proprio volto.

Il passaggio decisivo è avvenuto quando il carisma non è più stato percepito come qualcosa arrivato dall’Italia, ma come una vocazione capace di nascere dentro la vita tanzaniana. I primi confratelli locali, le nuove generazioni, le comunità affidate alla Provincia e i Missionari oggi inviati fuori dal Paese mostrano che quel seme ha messo radici abbastanza profonde da poter tornare a partire.

Sessant’anni dopo, il sogno di san Gaspare parla ormai swahili. E proprio perché lo parla davvero, non appartiene più soltanto a chi lo portò in Tanzania. Appartiene ai Missionari tanzaniani che oggi lo ricevono, lo interpretano e lo portano a loro volta oltre i propri confini.


Per conoscere la Provincia oggi

Society of the Precious Blood – Province of Tanzania, sito ufficiale della Provincia tanzaniana.

Missionaries of the Precious Blood – General Curia, sito ufficiale della Congregazione e delle sue realtà nel mondo.