
Un lascito che aspettò mezzo secolo
La strada verso Cáceres cominciò molto prima che un Missionario vi mettesse piede. Nel 1842, a Torino, circolava il racconto della guarigione di una giovane della famiglia De Maistre, attribuita all’intercessione di Gaspare del Bufalo. Tra coloro che ne rimasero colpiti c’era lo spagnolo Vicente de Obando y Solís, marchese, allora esule in Italia. Non aveva figli e decise che i suoi beni di Cáceres sarebbero passati ai Missionari del Preziosissimo Sangue.
Morì nel 1863, ma la vedova conservò l’usufrutto per tutta la vita. Così quella decisione rimase per decenni sospesa fra una volontà espressa e una realtà che ancora non poteva nascere. È uno di quei casi nei quali la missione comincia molto prima della partenza: per anni nessuno attraversò la Spagna, nessuna casa venne aperta, nessun giovane spagnolo entrò nell’Istituto. Eppure una porta era stata preparata.
Quando finalmente arrivò un Missionario
Alla fine del 1898 don Bartolomeo Corradini raggiunse Cáceres. Da quel momento il lascito custodito per più di mezzo secolo divenne una presenza reale. La Congregazione, nata tra Roma e l’Umbria, entrava stabilmente nella penisola iberica.
Il passaggio più importante non fu però il possesso di una casa. La presenza permise a sacerdoti spagnoli di conoscere da vicino l’Istituto e di entrarvi. Una fondazione diventava davvero feconda quando non rimaneva affidata soltanto a uomini venuti dall’Italia, ma cominciava ad assumere il volto del Paese che l’aveva accolta.
Da Cáceres a Valencia de Alcántara
La nuova realtà non rimase isolata. Pochi anni più tardi nacque una seconda comunità a Valencia de Alcántara, nella stessa diocesi. Nel primo centenario della Congregazione, celebrato nel 1915, il vescovo di Coria poteva già guardare con gratitudine al servizio reso dai Missionari nelle due città e ricordare le missioni predicate in Spagna accanto a quelle svolte in Italia, Germania, Messico e Stati Uniti.
È significativo che proprio in quegli anni la Spagna smettesse di apparire come semplice terra di espansione. La presenza locale cominciava a inserirsi nella vita della Congregazione universale, portando uomini, sensibilità e nuove possibilità missionarie.
Da Cáceres partì anche una strada verso il Messico
Nel 1911 fu proprio il superiore di Cáceres, don Giuseppe Arrache, a immaginare una nuova apertura nell’America Latina. Partì con don Ottavio Zavatta e l’anno seguente i Missionari ricevettero chiese a Città del Messico e Monterrey. Per qualche mese sembrò l’inizio di una grande espansione; la rivoluzione messicana costrinse invece i confratelli alla fuga e disperse una presenza appena nata.
Gli uomini che tennero aperta la strada
La presenza iberica non si consolidò perché le circostanze fossero favorevoli. Al contrario, gli anni fra le due guerre furono tra i più difficili della sua storia. Le fonti della Congregazione descrivono il periodo 1919-1939 come una vera lotta per la sopravvivenza, segnata dalle tensioni politiche della Spagna e dai rapporti non sempre semplici con la diocesi. In quegli anni la continuità della missione dipese soprattutto da uomini capaci di restare quando sarebbe stato più facile tornare indietro.
Don Angelo Della Vecchia era arrivato in Spagna già nel 1916. Vi rimase fino al 1922, quando lasciò la penisola per gli Stati Uniti. La storia della futura Provincia Atlantica conserva con precisione questo passaggio: dopo alcuni mesi a New York, raggiunse East Chicago e da lì iniziò un ministero americano che sarebbe durato per decenni.
Tre anni dopo Della Vecchia era arrivato a Cáceres don Giovanni Varrone. Era il 1919. Nella memoria trasmessa dai confratelli, Varrone avrebbe ricordato la partenza dell’amico verso l’America con una frase semplice, quasi domestica: «Mi lasciò da solo in Spagna». La cronologia rende bene il senso di quelle parole. Dal 1919 al 1922 i due condivisero la stessa difficile presenza; poi Della Vecchia attraversò l’Atlantico e Varrone rimase.
Varrone: restare quando la Spagna diventò difficile

Nel 1926 Varrone assunse la responsabilità del Vicariato. La storia della Congregazione gli riconosce esplicitamente un ruolo decisivo nel tenere viva la presenza iberica. Lavorò soprattutto con i giovani, cercò vocazioni, inviò seminaristi a Roma per gli studi e si adoperò perché la piccola comunità non rimanesse soltanto un avamposto italiano in terra spagnola.
Negli anni della guerra civile la situazione divenne ancora più dura. La memoria della Provincia ha conservato il nome di Varrone come quello dell’uomo che seppe attraversare quel tempo senza abbandonare la comunità. Don Peppino De Sario ricordava che in Spagna si tramandavano ancora episodi della sua presenza accanto ai militari, del servizio come cappellano e di vite salvate in mezzo alla violenza. I particolari di quei racconti appartengono alla memoria orale, ma il dato essenziale coincide con ciò che le fonti scritte riconoscono: fra il 1919 e il 1939 la sopravvivenza della presenza C.PP.S. in Spagna è legata in modo particolare alla sua tenacia.
Varrone non era nuovo alla guerra. Aveva già conosciuto il servizio di cappellano militare durante il primo conflitto mondiale. Quando la Spagna precipitò nella guerra civile, non si trovò dunque davanti a un mondo completamente sconosciuto. Aveva già imparato che un sacerdote, in certi momenti, non può scegliere il luogo più sicuro dal quale esercitare il proprio ministero.
Caringi: dal Portogallo fino alla Russia

Nel 1930 Varrone inviò don Luigi Caringi in Portogallo. Da quell’obbedienza nacque il primo contatto stabile con una Chiesa che cercava Missionari disponibili a lavorare per il rinnovamento del clero e della vita cristiana. Caringi sostenne il progetto dell’arcivescovo di Évora e contribuì ad aprire la strada che avrebbe portato alla presenza di Vila Viçosa.
Ma Caringi apparteneva a quella generazione per la quale una frontiera non era ancora una buona ragione per fermarsi. Nella memoria dei confratelli è rimasta la sua idea, quasi temeraria, di spingersi verso la Russia per portarvi la missione. La cronaca di San Felice conserva un particolare che rende quella memoria sorprendentemente concreta: il 18 luglio 1962 annota semplicemente che don Luigi era tornato da un viaggio in Russia. Poche settimane dopo saliva sui monti sopra San Felice con i probandi per collocare una grande croce.
Il gesto dice molto di quell’uomo e della sua epoca. Dalla Spagna al Portogallo, dalla predicazione italiana alla Russia della Guerra fredda, Caringi continuava a pensare la missione come movimento verso un confine da oltrepassare, non come amministrazione di ciò che era già stato raggiunto.
Della Vecchia, Varrone, Luzzi: una memoria che i confratelli non hanno dimenticato
Don Peppino De Sario metteva accanto a Varrone e Della Vecchia anche don Antonio Luzzi, ricordandoli come uomini decisivi per la presenza spagnola. Le carte finora recuperate raccontano con maggiore precisione Varrone e Della Vecchia; il nome di Luzzi rimane soprattutto nella memoria dei confratelli che conobbero direttamente quella generazione. È però significativo che, a distanza di decenni, quei nomi venissero ancora pronunciati insieme quando si parlava degli inizi e della sopravvivenza della Spagna.
Erano Missionari formati in un tempo nel quale partire significava davvero mettere distanza fra sé e la propria casa, affrontare guerre, regimi, lingue sconosciute e viaggi senza garanzie. Il loro coraggio non va trasformato in leggenda; basta raccontare ciò che fecero. La realtà, in questo caso, è già abbastanza grande.
Il Portogallo: un’altra porta si apre
La storia iberica attraversò poi il confine portoghese. A Vila Viçosa la prima comunità nacque su richiesta dell’arcivescovo di Évora, che aveva ricevuto notizie positive sullo spirito missionario dei sacerdoti del Preziosissimo Sangue e li volle al servizio dell’evangelizzazione della diocesi.
Con il tempo Cáceres e Vila Viçosa divennero anche luoghi di formazione. Nei due seminari minori crebbero giovani spagnoli e portoghesi che non avevano ricevuto il carisma come qualcosa di importato, ma lo incontravano ormai dentro la propria lingua e la propria Chiesa. Negli anni Cinquanta arrivarono le prime ordinazioni dei sacerdoti spagnoli e poi di quelli portoghesi.
Una Provincia con due lingue
La presenza continuò ad allargarsi: nuove comunità in Spagna, Madrid compresa, e in Portogallo, fino a Proença-a-Nova. Nel 1988 il cammino raggiunse una nuova maturità con l’erezione della Provincia Iberica. Non era più la storia di Missionari italiani stabiliti nella penisola: era ormai una realtà formata da uomini spagnoli e portoghesi, chiamati a condividere governo, formazione e missione.
Due lingue, due Paesi e storie ecclesiali differenti imparavano a riconoscersi dentro lo stesso carisma. La frontiera, che all’inizio aveva rappresentato una distanza da attraversare, diventava parte della vita ordinaria della Provincia.
Dall’Europa all’Africa
Nel 1999 la Provincia Iberica fece un passo che, guardato dalla Torino del 1842, sarebbe sembrato imprevedibile: aprì una missione in Guinea-Bissau. La storia cominciata con il testamento di uno spagnolo esule in Italia attraversava ora il Portogallo e raggiungeva l’Africa occidentale.
Anche qui il segno più importante arrivò con le vocazioni locali. Nel 2011 venne ordinato il primo Missionario del Preziosissimo Sangue originario della Guinea-Bissau, seguito da altri confratelli. In anni più recenti la missione è stata sostenuta anche da Missionari tanzaniani. La piccola genealogia iniziata a Cáceres si era così allargata fino a mettere insieme europei e africani dentro la stessa comunità missionaria.
Una decisione che continuò a camminare
Quando Vicente de Obando decise di lasciare i suoi beni alla Congregazione, non poteva immaginare tutto questo. Non poteva vedere Cáceres, Valencia de Alcántara, Vila Viçosa, i seminaristi spagnoli e portoghesi, la Provincia Iberica e infine la Guinea-Bissau. Vide soltanto abbastanza da compiere una scelta.
Forse è proprio qui la parte più bella della storia. La missione non procede sempre attraverso grandi decisioni immediatamente visibili. A volte comincia con un gesto che resta fermo per anni, quasi dimenticato, e trova molto più tardi gli uomini, le strade e le lingue attraverso le quali continuare. Il lascito di Cáceres aspettò mezzo secolo prima di diventare una Casa. Poi non smise più di camminare.
Per conoscere la Provincia Iberica oggi
Missionários do Preciosíssimo Sangue – Província Ibérica, sito ufficiale della Provincia con la sua storia e le presenze in Spagna, Portogallo e Guinea-Bissau.
Missionaries of the Precious Blood – Iberian Province, pagina ufficiale della Curia Generalizia.
Missionare vom Kostbaren Blut – Storia della Provincia Iberica, ricostruzione C.PP.S. del periodo 1898-1939 con particolare riferimento a Giovanni Varrone e all’apertura del Portogallo.
Atlantic Province – Bloodlines, storia della presenza italo-americana con il passaggio di Angelo Della Vecchia dalla Spagna agli Stati Uniti nel 1922.