don Mario Proietti, C.PP.S.

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Don Enrico Morganti. Ricordi di guerra e della missione a Palermo


Fra i missionari che vissero la breve esperienza palermitana della Congregazione del Preziosissimo Sangue, don Enrico Morganti conservò ricordi che amava condividere con i confratelli. A Palermo i missionari furono impegnati nella parrocchia di San Giuseppe a Passo di Rigano; secondo la memoria tramandata in comunità, l’arcivescovo affidò loro successivamente anche il santuario di Santa Rosalia sul Monte Pellegrino. In quella vicenda compare dapprima don Giovanni Longano, al quale si unì don Enrico.

La stanza del cardinale

Del periodo trascorso al santuario don Enrico ricordava con particolare divertimento la sistemazione che aveva scelto per sé. Fra le stanze della casa ne aveva trovata una riservata al cardinale, più bella delle altre, con un letto a baldacchino. E aveva deciso di abitarci. Quando i confratelli gli chiedevano conto della scelta, rispondeva con quella semplicità che rendeva il racconto ancora più gustoso: «Il cardinale saliva una volta all’anno, io vivevo sempre là dentro». Il privilegio di quella stanza, ai suoi occhi, spettava dunque a chi affrontava ogni giorno la vita del santuario.

«Ferito dalla paura»

Don Enrico aveva conosciuto anche la guerra come cappellano militare in Libia. Ne era tornato con una grave ferita e, secondo il suo stesso racconto, percepiva una pensione d’invalidità. Narrava che durante un attacco, quando la situazione militare sembrava ormai perduta, i soldati cercarono rapidamente di allontanarsi e lui rimase indietro. Dal camion gli gridarono di sbrigarsi; tentando di salirvi al volo, si ferì gravemente. Quando rievocava l’episodio, non cercava un’aura eroica: con un’ironia che gli permetteva di sorridere anche della propria paura, diceva di essere stato «ferito dalla paura».

Era il modo in cui don Enrico amava ricordare quella vicenda ai confratelli.

La memoria di una comunità

La presenza a Palermo ebbe vita breve. Don Giuseppe De Sario ricordava che l’esperienza del santuario durò all’incirca un lustro e che raggiungere il Monte Pellegrino, in quegli anni, rappresentava una fatica notevole. Di don Giovanni Longano veniva ripetuta anche la battuta secondo cui i missionari sarebbero stati «protetti dalla mafia»: un’affermazione che appartiene al tono dei ricordi orali e della quale non conosciamo circostanze o riscontri indipendenti.

Queste storie conservano qualcosa della vita dei missionari che i registri difficilmente raccontano: la voce dei missionari, il loro modo di attraversare esperienze difficili e di ricordarle, molti anni dopo, nella familiarità della vita comune.