don Mario Proietti, C.PP.S.

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Le prime case. Da San Felice ad Albano


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La prima casa, una responsabilità condivisa

Il 15 agosto 1815, solennità dell’Assunta, l’antica Abbazia di San Felice in Giano dell’Umbria accolse la nascita della Congregazione dei Missionari del Preziosissimo Sangue. La festa coinvolse la popolazione, le campane accompagnarono la celebrazione e nella chiesa risuonò il Te Deum. I primi sacerdoti non entravano in una struttura già pronta: iniziavano una forma di vita che aveva bisogno di edifici abitabili, di persone disponibili a sostenerla e, soprattutto, di una comunità capace di vivere per la predicazione.

Don Gaetano Bonanni rimase a San Felice come superiore, occupandosi della casa, delle necessità materiali e della continuità della presenza missionaria. San Gaspare percorreva invece le strade, predicava e cercava sacerdoti disposti a condividere il progetto. La divisione dei compiti non rappresentava una separazione di intenti: senza un luogo che custodisse la comunità, l’opera itinerante sarebbe rimasta fragile; senza il ministero apostolico, la casa avrebbe perduto la ragione per cui era nata.

«Stiamo senza denari, e senza ajuti»

La povertà delle origini emerge dalle parole di Bonanni: «Stiamo senza denari, e senza ajuti». Le risorse promesse non sempre arrivavano; mancavano i mezzi per provvedere al sostentamento dei sacerdoti e alle riparazioni. Il superiore scrisse e si recò di persona presso le autorità, insistendo perché venissero mantenuti gli impegni. Doveva anche spiegare perché i sacerdoti, partiti a predicare, non si trovassero sempre fisicamente nella casa. Proprio quella assenza era la prova dell’apostolato che San Felice era chiamata a sostenere.

L’arrivo e la partenza dei primi compagni resero più faticoso il governo. Alcuni rimasero poco; altri proseguirono il loro ministero altrove. Bonanni cercò di tenere unita la comunità e di darle una stabilità sufficiente perché l’opera non si spegnesse dopo il fervore degli inizi. Nelle lettere e nelle cronache si avverte la distanza tra il desiderio di annunciare il Vangelo e le condizioni concrete nelle quali i missionari erano chiamati a farlo.

Pievetorina, una fondazione lungamente attesa

La seconda casa si aprì a Pievetorina nel dicembre 1819, dopo un cammino iniziato nel 1816. In quell’anno un Passionista era tornato nell’antico ritiro di Sant’Agostino per recuperare gli oggetti lasciati durante le soppressioni. Gli abitanti avrebbero desiderato trattenere i Passionisti; divenuta impraticabile quella prospettiva, prese forma la proposta di affidare il convento ai missionari già presenti a Giano. Seguirono opposizioni e trattative che rinviarono per anni l’insediamento.

L’apertura non pose termine alle prove. La vita comune riuniva sacerdoti con formazione, caratteri e consuetudini differenti. Attorno alla comunità circolavano racconti di discordie, amplificati dai commenti del clero locale. ai primi missionari occorreva imparare, insieme al ministero, una disciplina fraterna ancora in via di consolidamento.

Si tramandava anche la memoria di singolari disturbi attribuiti ai folletti che avrebbero abitato il convento abbandonato. Più concreta fu la lunga fatica di mantenere una casa in mezzo a contrasti e ristrettezze, fino alla sua successiva perdita.

Albano: i missionari arrivano prima della casa

La fondazione di Albano Laziale segnò nel marzo 1821 l’inizio di una stagione di espansione più intensa. Il convento di San Paolo era stato individuato come sede, ma il 24 marzo, quando Giovanni Merlini vi arrivò con due compagni, gli ambienti erano ancora occupati e nulla era stato preparato per accoglierli. Solo in serata i missionari trovarono un ricovero provvisorio nel palazzo abbaziale. Il giorno seguente Gaspare diede inizio alla predicazione e la generosità dei fedeli cominciò a provvedere al necessario. Il giorno seguente segnò l’avvio solenne della nuova casa.

Gli inconvenienti continuarono durante i restauri. Gli operai, che non avevano ricevuto tutto il compenso dovuto da chi aveva assunto gli impegni, cercarono di rivalersi sui missionari, occupandone l’orto. Fu monsignor Belisario Cristaldi a intervenire per risolvere la vertenza. Merlini stesso si adattò al lavoro materiale, contribuendo alla costruzione del muro di cinta. È difficile immaginare un contrasto più eloquente: il sacerdote chiamato a organizzare la missione doveva, nello stesso tempo, difendere l’orto che aiutava a mantenere la comunità.

La comunità come condizione della predicazione

San Felice, Pievetorina e Albano mostrano tre aspetti della medesima impresa. La prima casa aveva bisogno di consolidarsi; la seconda insegnava la fatica della convivenza; la terza rendeva evidente quanto una fondazione potesse cominciare prima ancora che fosse pronta un’abitazione. In ognuna di queste vicende i missionari furono sostenuti da persone che avevano riconosciuto il valore della loro predicazione e desideravano conservarne i frutti.

Questa prima esperienza preparò la Congregazione ad affrontare un’espansione ancora più rapida. Alla fine del 1821 san Gaspare sarebbe stato chiamato ad aprire nuove case nelle province pontificie di Marittima e Campagna, dove il brigantaggio, le diffidenze e le incomprensioni avrebbero messo a dura prova il ministero. La storia prosegue in quel territorio, senza dimenticare che ogni nuovo viaggio partiva da una comunità chiamata a custodire la vita e lo spirito dell’Istituto.


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Le chiavi della prima casa, conservate ad Albano

Nel Museo di san Gaspare ad Albano Laziale sono custodite le antiche chiavi dell’Abbazia di San Felice di Giano, la prima casa della Congregazione fondata nel 1815. Il cartiglio museale le identifica come «Chiavi dell’Abbazia di S. Felice di Giano (PG) – prima casa fondata da S. Gaspare». I reperti del museo sono accompagnati dalle autentiche del postulatore della causa di beatificazione e canonizzazione: la loro provenienza è parte della memoria documentata dell’Istituto.

Chiavi dell’Abbazia di San Felice conservate nel Museo di san Gaspare ad Albano Laziale
Le autentiche chiavi dell’Abbazia di San Felice, conservate nel Museo di san Gaspare ad Albano Laziale.

Da San Felice ad Albano, la storia delle prime fondazioni si lascia riconoscere anche negli oggetti che san Gaspare e i primi Missionari hanno consegnato alla memoria della Congregazione. Quelle chiavi rimandano alla concretezza di una casa aperta nel 1815 per accogliere una comunità consacrata alla predicazione.