
Uomini formati per la strada
C’erano tempi nei quali partire per una missione non significava controllare l’orario di un treno, mettere qualche vestito in valigia e avvertire che si sarebbe arrivati in serata. Si partiva spesso a piedi. La strada poteva essere lunga, il cielo poteva chiudersi, la pioggia trasformare i sentieri in fango e la notte sorprendere il Missionario lontano da una Casa. Il centenario del 1915 ricorda quegli uomini con una lingua che appartiene al suo tempo, ma dietro le espressioni devote lascia affiorare particolari così concreti che, a distanza di due secoli, sembrano ancora muoversi davanti agli occhi.
Non erano uomini di un’altra specie. Avevano salute fragile, caratteri differenti, paure, appetiti, stanchezze e qualche volta anche difficoltà a vivere insieme. Ciò che sorprende è quanto considerassero normale consegnare al ministero ciò che noi saremmo tentati di proteggere: il tempo, il riposo, il denaro, la salute e perfino il diritto di scegliere dove stare. Le loro storie non chiedono di essere imitate nei particolari di un altro secolo. Chiedono però di essere ascoltate, perché mostrano quale misura poteva assumere una vocazione quando la missione diventava davvero il criterio della vita.
Un breviario sotto la pioggia
Vincenzo Tani era nato marchese. Rinunciò alla primogenitura, rifiutò la possibilità di una prelatura e, una volta sacerdote, preferì gli ospedali e le carceri di Castel Sant’Angelo. Quando entrò nella nascente Congregazione portò con sé una povertà che non aveva nulla di decorativo. Vestiva poveramente, dava ciò che poteva ai bisognosi e amava raggiungere a piedi i luoghi del ministero perché aveva letto che così avevano fatto grandi uomini apostolici prima di lui.
Il racconto antico lo vede un giorno sulla strada verso Frosinone, con il breviario in mano, mentre una pioggia violentissima investe i viandanti. Le testimonianze tramandano che i suoi vestiti rimasero asciutti e interpretarono il fatto come un segno straordinario. Anche lasciando al racconto la forma con cui i contemporanei lo compresero, rimane una scena che dice molto: un sacerdote solo sulla strada, nessun riparo preparato, nessun mezzo ad attenderlo, e davanti un paese nel quale qualcuno aspettava la predicazione.
La santità delle piccole cose
Accanto a Tani, nella prima stagione di Giano, c’era Luigi Achilli. Era stato Cantore della Cappella Pontificia, eppure la memoria della Congregazione non lo conservò per qualche prestigio romano. San Gaspare lo avrebbe ricordato come «il santo Achille» e, con una definizione ancora più concreta, come «Prototipo degli Economi». Sapeva custodire una Casa: ordine, pulizia, necessità quotidiane, camicie per i fratelli, denaro da far bastare. Mentre altri partivano per le missioni, qualcuno doveva assicurare che esistesse ancora un luogo al quale tornare.
È una forma di missione che raramente finisce nelle grandi biografie. Eppure una Congregazione apostolica vive anche perché qualcuno pensa al pane, alle stanze, ai malati, ai conti e alle cose che nessuno nota finché funzionano. Achilli mise perfino denaro proprio nella sistemazione di San Felice. Morì ad Albano nel 1825; la Casa Madre continuò per anni a portare nelle proprie vicende economiche la traccia concreta di ciò che egli vi aveva investito.
Quando la carità entrava nelle case del colera
Innocenzo Betti lasciò un ricordo diverso. Il centenario racconta che a Benevento bastava sentire dire «Predica il Betti» oppure «Passa il P. Betti» perché la gente gli si affollasse intorno. Il motivo non era soltanto la parola. Durante il colera del 1837 lo avevano visto entrare negli abituri nei quali quasi nessuno osava più mettere piede, sistemare i letti, prendere gli infermi sulle spalle, assisterli e confortarli. In quelle stanze sporche, dove la malattia aveva già fatto fuggire molti, un Missionario si occupava anzitutto di non lasciare solo chi stava morendo.
Il popolo ricordò anche racconti straordinari, guarigioni, piogge ottenute dopo la siccità, torrenti attraversati piantando nelle acque lo sbordone da Missionario. Sono memorie consegnate nella forma religiosa del loro tempo. Al di sotto di esse rimane però qualcosa di difficilmente contestabile: la gente aveva visto Betti vicino quando aveva paura. Per questo, quando passava, non vedeva soltanto un predicatore. Vedeva l’uomo che era entrato dove gli altri non entravano.
I tozzi di pane degli altri
Vincenzo Maria Fontana era un canonico abituato a una vita relativamente agiata e aveva una corporatura che sembrava promettere ben poca affinità con le privazioni. Quando conobbe la missione di Gaspare a Prossedi, qualcosa gli si rovesciò dentro. Chiese di unirsi ai Missionari e accettò viaggi faticosi, notti in tuguri e perfino il riposo sulle tavole quasi nude. Il particolare più domestico è forse il più eloquente: per non ricevere un trattamento diverso dagli altri pregava i fratelli di mettere nel suo piatto i tozzi di pane avanzati dalle mense precedenti.
La tradizione della Congregazione ha conservato fino a oggi anche una battuta di san Gaspare su quella corporatura che sembrava resistere ostinatamente a ogni fatica: «Più lo faccio lavorare e più ingrassa». È uno di quei detti che valgono più di molte descrizioni solenni, perché restituiscono il tono familiare con cui i primi Missionari si conoscevano e si prendevano bonariamente in giro. Fontana camminava, predicava, sopportava disagi, dormiva su tavole, mangiava gli avanzi degli altri e, a giudicare dalla memoria lasciata dal Fondatore, continuava imperturbabilmente a mettere su peso. Anche la santità, a San Gaspare, non impediva evidentemente di notare certe cose.
Non era un grande predicatore. Gaspare lo sapeva e proprio per questo diceva che, se poco sapeva predicare, edificava con la santità della condotta. Una sera, durante una missione che sembrava non riuscire a smuovere nessuno, il direttore Pietro De Vittoris gli chiese di dire qualcosa in piazza. Fontana pronunciò poche parole semplici. Il centenario racconta che la gente, fino ad allora fredda, cominciò ad accorrere alle prediche e ai sacramenti. Forse il segreto stava proprio lì: dopo averlo visto vivere, bastavano poche parole.
Portava con sé un piccolo quadro della Madonna. Davanti a un uomo che rifiutava di riconciliarsi con un nemico, dopo aver esaurito ogni argomento, lo tirò fuori e lo pose davanti a lui: se le sue preghiere non bastavano, avrebbe chiesto Maria. L’uomo cedette, si inginocchiò e andò con il Missionario a cercare la riconciliazione. Sono scene che appartengono a un cristianesimo popolare ormai lontano, ma raccontano un modo di evangelizzare nel quale la dottrina cercava sempre un gesto capace di raggiungere il cuore.
«O santa pazienza!»
Giovanni Maria Chiodi, appena ordinato sacerdote, fuggì di casa per raggiungere Gaspare. Anche questo appartiene a un’epoca nella quale le scelte vocazionali potevano attraversare resistenze familiari difficili da immaginare oggi. Divenne superiore di diverse comunità, affrontò con fermezza le tensioni della rivoluzione del 1831 a Rimini e conservò insieme una mitezza che il ricordo dell’Istituto ha fissato in una sua esclamazione abituale: «O santa pazienza!». Il centenario aggiunge quasi sorridendo che quella pazienza non si limitava a nominarla: la praticava.
Poco prima di morire chiese carta e penna e lasciò poche parole: «Viva Gesù, Giuseppe e Maria!». Non una sintesi dottrinale, non un testamento lungo. Quasi l’ultima riga di una vita nella quale le cose essenziali erano diventate abbastanza semplici da stare in una frase.
Un uomo che poteva fare quasi tutto
Pietro De Vittoris apparteneva a un’altra tempra. Il Rizzoli lo ricordava come uomo di grande ingegno, oratore, poeta e musicista. Morì a San Felice nel 1837, a cinquant’anni, mentre predicava la Quaresima. Anche di lui la memoria non trattiene soltanto le capacità, ma il vuoto lasciato: morì «desiderato da tutti». In una Congregazione fatta di partenze continue, la morte di un confratello non era una notizia ricevuta da lontano. Era una stanza che rimaneva vuota, un incarico da ridistribuire, una voce che non si sarebbe più sentita nella preghiera comune.
Quando la penna diventava una missione
Non tutti combatterono la stessa battaglia. Vincenzo Gasdia insegnava filosofia e teologia ed era fatto per la polemica. Quando incontrava sulla stampa giudizi che riteneva ingiusti verso la Chiesa, rispondeva. Pubblicò libri, confutazioni e, in un tempo nel quale la stampa cattolica muoveva ancora passi incerti, fondò a Frosinone un settimanale per rispondere a un giornale locale. Il centenario dice che maneggiava la penna «come una spada». Dietro l’immagine un po’ bellicosa si riconosce un altro tratto della vocazione missionaria: capire il linguaggio del proprio tempo e non lasciare senza risposta ciò che poteva disorientare la gente.
Una piccola stanza e uno scrittoio
Lorenzo Maria Gerola, tirolese di Rovereto, passò gran parte della vita fra libri, predicazione e scrittura. Le sue opere conobbero numerose edizioni. Nel 1893 viveva modestamente in una piccola stanza della Casa Generalizia ai Crociferi. Una sera lo trovarono con il capo chino sullo scrittoio, colpito da paralisi. Morì poco dopo e lasciò ciò che possedeva a opere religiose e di beneficenza. È difficile leggere quel particolare senza vedere il vecchio Missionario ancora al lavoro, piegato sulle pagine che lo avevano accompagnato per una vita intera.
Quelli che erano già in partenza
Altri nomi compaiono quasi di corsa, e proprio per questo lasciano immaginare quante storie siano rimaste dietro una riga. Gaspare Carboneri aveva lavorato e sofferto nelle isole di Zante e Cefalonia. Raffaele Brandimarte stava per partire verso le Indie come segretario di un Vicario Apostolico quando la morte lo raggiunse a Frosinone. Raffaele Ciardelli e Pietro Buffoni formarono giovani nel Convitto di Albano; Massimiliano Mesini scrisse per diffondere la spiritualità del Preziosissimo Sangue; Vincenzo Grilli venne ricordato come un uomo nel quale zelo, ingegno e cuore si fondevano armoniosamente.
Ci sono partenze che non avvennero, libri rimasti sulla scrivania, prediche che nessuno trascrisse e paesi nei quali oggi forse non rimane memoria del Missionario che vi passò. Eppure una Congregazione è fatta anche di questo: non soltanto delle opere che sopravvivono, ma delle vite consumate in luoghi dai quali non ci si aspettava di ricevere nulla in cambio.
Quello che le vecchie fotografie domandano ancora
Guardando i Convitti dell’Ottocento si vedono file di giovani con volti seri, vestiti quasi identici, immobili davanti a un obiettivo che richiedeva pazienza. Dietro ciascuno c’erano una famiglia lasciata, lettere aspettate per settimane, malattie che potevano cambiare una vita, superiori non scelti e destinazioni che potevano portare molto lontano. Nessuno di quei giovani sapeva quale missione avrebbe ricevuto.
Oggi nessuno dovrebbe rimpiangere i disagi materiali di quel mondo. Le comunità hanno mezzi migliori, cure mediche, comunicazioni immediate, possibilità di studio e di viaggio che quei Missionari non avrebbero saputo immaginare. La domanda seria non è se dovremmo tornare a dormire sulle tavole o mangiare il pane avanzato. È un’altra: se loro avessero avuto tutto ciò che abbiamo noi, quanta strada avrebbero percorso con questi mezzi per annunciare il Vangelo?
Le fotografie che seguono rendono visibile proprio questa domanda. Nel 1893 il Convitto è a Roma, nel Palazzo del Sant’Uffizio. A presiederlo è don Francesco Principe. I giovani frequentano le scuole pontificie romane e vivono una formazione che ormai si svolge lontano dalla Casa Madre perduta, ma continua a trasmettere la stessa appartenenza missionaria.

Presidente: don Francesco Principe. Anno 1893.
Sei anni dopo, nel maggio 1899, il Convitto è tornato ad Albano Laziale. Al centro della formazione c’è don Luigi Fantozzi, che dal 1895 ne è presidente e che un giorno sarà vescovo di Veroli. Seduto in mezzo ai giovani, non può sapere quali strade prenderanno quelle vite. Sa soltanto che la Congregazione gliele ha affidate perché imparino una forma di vita capace, quando arriverà il momento, di diventare missione.

Presidente: don Luigi Fantozzi. Maggio 1899.
Sono fotografie di formazione, ma anche fotografie di attesa. Francesco Principe e Luigi Fantozzi sedevano davanti a giovani dei quali non potevano conoscere il futuro. Qualcuno sarebbe diventato predicatore, qualcuno superiore, qualcuno avrebbe insegnato, qualcuno sarebbe morto prima del previsto. Il compito dei formatori non era sapere in anticipo che cosa sarebbero diventati. Era consegnare loro una forma di vita abbastanza forte perché, quando fosse arrivata la chiamata della missione, fossero pronti a partire.
Fonti principali
Enrico Rizzoli, Brevi cenni sulla vita e le virtù di alcuni membri della Congregazione del Prezioso Sangue, Frosinone, 1880.
Nel primo centenario della Congregazione del Preziosissimo Sangue, numero straordinario del Bollettino dei Missionari, 1915, sezione «Pleiade luminosa – Missionarii», pp. 317-326.