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I primi volti della Congregazione


Copertina della pagina I primi volti della Congregazione, ispirata al frontespizio dell’opera di Enrico Rizzoli del 1880

Enrico Rizzoli racconta la prima generazione missionaria (1880)

Nel 1880 Enrico Rizzoli, allora Direttore Generale della Congregazione del Preziosissimo Sangue, raccolse in un piccolo volume le memorie di alcuni confratelli che avevano segnato i primi decenni dell’Istituto. Non intendeva compilare un repertorio di nomi. Scriveva ai giovani alunni perché, guardando quelle vite, imparassero a riconoscere il volto concreto della vocazione ricevuta. Richiamava perfino l’antica consuetudine degli Ateniesi, che esponevano i ritratti degli uomini più degni perché i giovani potessero contemplarli e lasciarsi ispirare.

Questa intenzione rende il libro particolarmente prezioso. Rizzoli non ci consegna soltanto informazioni: ci mostra come la Congregazione, appena sessantacinque anni dopo l’apertura della prima Casa di Missione, ricordava i propri uomini e attraverso di loro cercava di dire che cosa fosse un Missionario del Preziosissimo Sangue.

La prima Casa comincia ad avere dei volti

Il racconto ritorna continuamente a San Felice. Vincenzo Tani, primo tra i Missionari a morire, fu uno dei quattro sacerdoti che il 15 agosto 1815 aprirono la prima Casa di Missione. Accanto a lui compare Luigi Achilli, ricordato per l’obbedienza e l’umiltà e rimasto nella memoria di Gaspare come un uomo capace di servire la vita concreta della comunità. Vincenzo De Nicola e Giosafat Petrocchi riportano ancora più direttamente alla chiesa e alla cripta di San Felice: vi furono sepolti e la loro memoria, dopo vicende complesse, è tornata a essere leggibile nella Casa Madre.

Per De Nicola e Petrocchi la pagina del 1880 acquista oggi un valore quasi sorprendente. Le memorie che Rizzoli raccoglie appartengono allo stesso filo che, nel nostro tempo, ha permesso di ricostruire la sorte delle antiche sepolture dei Missionari. Non leggiamo quindi due personaggi remoti: incontriamo uomini le cui ossa e i cui nomi San Felice ha continuato a custodire anche quando la loro storia si era fatta difficile da riconoscere.

Imparare una forma di vita

Con Biagio Valentini, Gaetano Bonanni e Innocenzo Betti il racconto mostra qualcosa di ulteriore. La giovane Casa non vive soltanto di entusiasmo missionario: deve imparare l’osservanza, il governo, la formazione, la predicazione e l’ordine quotidiano. Valentini diventa uno degli uomini ai quali Gaspare affida la custodia della vita comune; Bonanni appartiene alle fondamenta stesse dell’esperienza di Giano e ne fu il primo superiore; Betti porta quella formazione dentro una vita missionaria capace di unire il pulpito, la direzione delle comunità e la vicinanza concreta al popolo.

Quando la missione prende la strada

Vincenzo Maria Fontana entra nella Congregazione dopo avere visto gli effetti di una missione predicata da Gaspare a Prossedi. Rizzoli lo ricorda come un uomo nel quale la semplicità della parola era sostenuta dalla vita. Francesco Salesio Brunner apre invece un orizzonte destinato a diventare decisivo: con lui la storia della Congregazione attraversa le Alpi e si prepara alla grande espansione nordamericana. La Casa Madre rimane il punto delle origini, mentre la missione comincia a prendere strade che nessuno, nel 1815, avrebbe potuto misurare in anticipo.

Merlini: memoria, governo e continuità

Nel percorso di Rizzoli Giovanni Merlini occupa inevitabilmente un posto particolare. Aveva conosciuto Gaspare, aveva vissuto la crescita delle Case, aveva accompagnato Maria De Mattias, aveva assunto il governo generale e aveva attraversato la stagione delle soppressioni che nel 1862 costrinse i Missionari a lasciare San Felice. Molte delle memorie utilizzate da Rizzoli provenivano proprio da lui. Merlini non è quindi soltanto uno dei personaggi narrati: è anche uno dei ponti attraverso i quali la memoria delle origini poté arrivare alla generazione successiva.

Un vescovo che volle diventare Missionario

Il volume si chiude con una figura che rovescia il movimento incontrato in Bonanni. Guglielmo Sillani-Aretini era stato vescovo di Terracina e, dopo avere lasciato il governo della diocesi, volle entrare nella Congregazione. La sua presenza permette a Rizzoli di mostrare che l’identità missionaria non coincideva con una carriera ecclesiastica e non si esauriva nell’esercizio di un ufficio. Nel suo caso l’episcopato precedette la scelta della vita missionaria; in altri confratelli, invece, la missione sarebbe diventata la scuola dalla quale la Chiesa li avrebbe chiamati al servizio di una diocesi.

Il «tipo del vero Missionario»

Riletto oggi, il libro del 1880 conserva soprattutto questa forza. Rizzoli non costruisce un pantheon di uomini perfetti. Cerca nelle loro vite una grammatica della vocazione: preghiera, disponibilità alla missione, vita comune, obbedienza, studio, carità concreta, capacità di attraversare la fatica senza perdere il motivo per cui si è partiti. La lingua appartiene al suo secolo e alcuni racconti di grazie, prodigi o doni straordinari vengono presentati secondo le testimonianze allora raccolte. Il valore storico del testo sta anche qui: ci permette di ascoltare non soltanto ciò che accadde, ma il modo con cui la prima generazione dell’Istituto venne ricordata dai suoi immediati successori.

San Felice entra in questa memoria senza bisogno di essere forzata in ogni pagina. È la casa nella quale alcuni di questi uomini vissero, servirono, pregarono e morirono; è il luogo dal quale altri partirono e al quale la memoria della Congregazione avrebbe continuato a tornare. Guardare quei volti significa quindi comprendere un poco meglio anche ciò che la Casa Madre fu nei suoi primi decenni.


Fonte

Enrico Rizzoli, Brevi cenni sulla vita e le virtù di alcuni membri della Congregazione del Prezioso Sangue, Frosinone, Tipografia Renna e Stracca, 1880; ristampa nell’edizione curata da Tullio Veglianti, Roma, 2006. Il testo viene qui letto insieme alla documentazione e agli approfondimenti già raccolti nelle pagine storiche della Casa Madre.