don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

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Calendario liturgico

Gianfranco Piccinini. Il ricordo del Provinciale e il saluto degli amici


Due testimonianze, nate subito dopo la morte di Gianfranco Piccinini, restituiscono la voce di chi lo conobbe. Gli amici di Roma gli rivolsero un saluto commosso, pubblicato su Ardere; don Giuseppe Quattrino, allora Superiore provinciale, ne tracciò un ricordo personale, accompagnandolo con i particolari della malattia e del funerale. I testi vengono riprodotti integralmente, nella forma della trascrizione conservata, insieme alle immagini delle pubblicazioni originali.

«Dolce amico». Il saluto degli amici

La testimonianza degli amici di Gianfranco
Il ricordo degli amici di Roma

… non so se hai letto il nostro numero precedente. Purtroppo te l’abbiamo portato tardi. Sapevamo che Ardere ti piaceva e lo leggevi d’un fiato. Per questo crediamo nostro dovere inviarti questa lettera attraverso le sue pagine. Tu sorriderai nel vederla: come ci sorridevi ad ogni incontro con tutta la spontaneità del tuo affetto. Perché ogni incontro ti trovava aperto e cordiale. Lo provammo tutti, quando ti visitammo.

Lasciaci chiedere scusa, Gianfranco, se tardi ti abbiamo conosciuto. Certo tu hai passato troppo tempo senza vedere un nostro volto: e forse al Policlinico hai sofferto più per questo che per il tuo male. Ce lo ha detto anche Mamma che in questi ultimi incontri ti trovava tanto più sollevato.

Ma tu hai visto quanto ti abbiamo pianto tutti. E’ segno che ti volevamo bene. Perché tu ci sei passato accanto come un Angelo. Ci hai sfiorato parlandoci col fascino di un’anima in grazia, con la semplicità ed apertura di un cuore puro, con amore tenero e vigile all’Istituto e alla vocazione. Era questo che ci impressionava di te. Ce lo confessavamo a vicenda meravigliati. Questo era “quel che non so che” che emanava dalla tua persona.

Gianfranco, la mattina che abbiamo lasciato scorrere un po’ del nostro sangue per rianimare il tuo cuore, siamo venuti con gioia a donarti quanto potevamo: c’era una gara di generosità tra noi. Avremmo voluto parlarti prima dell’incognita che ti attendeva. Non ci è stato possibile e d’altra parte pensavamo di rivederti al più presto. Invece ti sei addormentato. Era un mattino, quasi primaverile, quando hai ammirato l’ultimo sole. Chi sa quale splendore maggiore ti si sarà svelato, quand’ancora addormentato l’Olio Santo ha sigillato il dolce sorriso dell’incontro con Gesù.

Se avessimo immaginato di perderti non sappiamo cosa avremmo fatto per te. Il tuo ottimismo ci dava tanta sicurezza!

Oggi, Gianfranco, vogliamo ancora incontrarti, e confidarci più di quanto l’ambiente dell’ospedale e le circostanze ci permettevano.

Conserviamo religiosamente qualche tuo ricordo sul quale la penna ha segnato un desiderio o un brevissimo colloquio ma non è tutto. Tu, dolce amico, ci hai lasciato qualcosa di più prezioso: il tuo messaggio di bontà, di amore alla vocazione e all’Istituto, e soprattutto, una promessa: che ci avresti aspettati tutti in Paradiso se non ci avessi più rivisti.

Allora continua a vegliare sulle nostre aspirazioni e aiutaci a realizzare quello che Gesù vuole da ciascuno dei tuoi amici.

Questa lettera è aperta: fin qui ti abbiamo parlato in plurale. Ognuno di noi ora aggiungerà qualche pensiero personale nel segreto del proprio cuore. Ascoltaci!

Ti preghiamo di accettarci così come siamo:

I tuoi Amici di Roma

«Gianfranco Piccinini. Aspirante Missionario». Il ricordo di don Giuseppe Quattrino

Il ricordo di don Giuseppe Quattrino
La testimonianza del Provinciale, don Giuseppe Quattrino

So poco della vita di Gianfranco. E’ venuto tra noi che aveva quindici anni e ci ha lasciati sulla soglia dei diciassette. Esile e alto, dal volto ovale e pallido con fronte aperta e folti capelli castani. Ma il volto aveva due tesori: gli occhi grandi e miti, e un sorriso limpido, riflesso di acque chiare.

So che è nato il 25 Novembre 1945 a Sarzano, frazione di Rovigo. Ho conosciuto il babbo Ferruccio e la mamma Rina Candian nelle ore angosciose del suo transito. Genitori esemplari. La prima cosa che il babbo mi chiese quando lo vidi la mattina del 25 Gennaio fu se Gianfranco si era confessato e comunicato e se aveva ricevuto l’Estrema Unzione.

So anche che ha frequentato l’asilo delle Suore Orsoline e le elementari in paese, e poi l’Istituto dell’Angelo Custode diretto dai Fratelli di S. Gabriele a Rovigo. Fu tra i Padri Cappuccini e vi rimase appena una ventina di giorni, perché s’ammalò e quei buoni religiosi lo rimandarono a casa temendo che la sua salute non avrebbe resistito alla severità francescana. Il ragazzo ne fece una malattia e per tre giorni si tappò in casa e non volle vedere i compagni. Il Signore aveva disposto che venisse tra noi.

Venne infatti il 12 Settembre 1960. La mamma lo accompagnò a S. Felice. Entrò come postulante Coadiutore, perché un po’ indietro negli studi, e perché temeva che la salute non gli avrebbe consentito di affrontare il corso necessario al sacerdozio. Ma poi l’ideale missionario s’insinuò in lui sempre più chiaro e avvincente. Nell’ospedale ne parlava spesso agli ammalati della sua camerata, ripetendo che, appena guarito, sarebbe andato in Albano per studiare e diventare Missionario. L’aveva ripetuto anche alla mamma: «Non piangere, mamma, diceva per consolarla, perché quando sarò guarito, mi farò Missionario.»

Tutte le volte che ho parlato con lui l’ho trovato docile, schivo, delicato, desideroso sempre di migliorare. Aveva, è vero, le sue impennate e i suoi crucci, ma si rimetteva subito e con un sorriso sommergeva tutto.

Ho vivo il ricordo di due momenti che ora si vestono di soave poesia. Rivedo il suo volto limpido e assorto quando gli davo la Comunione nelle mie Messe a S. Felice, e il bacio affettuoso ai piedi della Madonna del Prez.mo Sangue dopo le ultime preghiere della sera.

E’ stato scritto che la morte rivela le dimensioni di un’anima. E Gianfranco si è rivelato soprattutto alla vigilia della morte. Ci siamo trovati di fronte a una ricchezza insospettata. E’ come quando un ramo, prima inavvertito, si colma di stupore coprendosi improvvisamente di fiori al passaggio della primavera. I due mesi di degenza alla clinica chirurgica del Policlinico Umberto I a Roma (27 Novembre 1961 – 24 Gennaio 1962) sono stati come il compendio della sua breve esistenza. Tra la grazia e lui c’è stato un chiedere e rispondere sempre più incalzante e gioioso.

Non dimenticherò mai quel grigio pomeriggio del 24 Gennaio 1962, quando poco dopo le sedici una telefonata del Direttore del Probandato mi comunicò che il suo cuore aveva cessato di battere durante l’operazione. Mi recai all’ospedale e lo trovai sulla piccola lettiga.

La mamma, sostenuta da una suora, aveva il volto affondato al suo fianco e ripeteva nello spasimo: «Signore! Signore!»

Nei giorni successivi l’angoscia si mutò gradatamente in serenità. Sentivo di trovarmi di fronte ad una morte immersa nella luce. La mamma confessò che durante il rito funebre nella cappella del nostro Collegio di Roma, pur soffrendo il distacco dal figlio, le era sembrato di «stare in paradiso».

Vestito di talare e cotta, con il Crocifisso e il rosario nelle mani incrociate, era così bello quella mattina del 26 all’obitorio del Policlinico che non pochi visitatori si erano fermati ad ammirarlo ed avevano esclamato: «Sembra S. Luigi!» La stessa espressione di altri che l’avevano avvicinato durante la degenza in ospedale e avevano aspirato il profumo della sua anima in grazia.

Io che ho celebrato la Messa solenne per lui nella cappella del Collegio, posso dire che mai il canto augurale della Chiesa: «In paradisum deducant te angeli…» ha suscitato in me un’emozione così intensa e letificante.

Il canto della felicità

In un taccuino degli ultimi giorni hai scritto: «Io mi diletto nell’amare il mio Gesù, perché io trovo che in Lui c’è la felicità. Sì, sì, sì, sì, perché in Lui c’è la felicità!»

Si prova davvero una santa invidia per la tua sorte così bella.

Mi sono ripetutamente chiesto qual’è la causa di tanta commossa attenzione per te. La tua età? La tua dolcezza? La grave operazione al cuore? Sì, questo c’entra, ma non spiega tutto. Penso perciò ad un’altra ragione, più vera e più profonda: al fascino della tua anima posseduta da Gesù.

E’ con questa certezza che ti ripeto l’augurio e l’invocazione dei primi cristiani:

Vivas in Christo

Ioannes dulcissime

et pete pro nobis

Gianfranco Piccinini fu operato al cuore dal Prof. Pietro Valdoni. L’intervento incominciò alle 11 di mercoledì 24 Gennaio. Si spense verso le 15,15. Il Cappellano dell’ospedale gli aveva amministrato poco prima l’Estrema Unzione. La mattina venti persone tra Missionari, Allievi e amici venuti da S. Felice, avevano donato il sangue per la trasfusione. Era affetto da un’irregolarità chiamata «Tetralogia di Fallot».

Il 26 la salma fu portata nella cappella del Collegio di Roma per i funerali. Celebrò la S. Messa il Superiore Provinciale che, prima dell’assoluzione, rievocò la figura del giovanetto. Erano presenti i genitori e la sorella, il Rev.mo Moderatore Generale colla Curia, Missionari delle Case di Roma e di Albano, Suore del Prez.mo Sangue, i Probandi di S. Felice e alcuni amici. Gli allievi di Roma eseguirono canti gregoriani e musiche di L. Refice e L. Perosi.

Poi la salma, accompagnata dai genitori, Superiori e Allievi, fu portata al Verano. La mattina di mercoledì 31 Gennaio fu deposta nella cappella dell’Arciconfraternita del Prez.mo Sangue, nel loculo dov’erano state le spoglie del Ven. Merlini.

D. Giuseppe Quattrino, C.PP.S.

Fonte: trascrizione dei due scritti conservata dalla famiglia Piccinini. Le espressioni degli autori sono state mantenute; gli a capo del documento sono stati ricomposti in paragrafi per agevolare la lettura.

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