don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

Oggi
Calendario liturgico

Una casa antica dentro una Chiesa che cambia (1961-1964)


Una casa antica dentro una Chiesa che cambia (1961-1964)

Abbazia di San Felice · Il Probandato

Una casa antica dentro una Chiesa che cambia

1961-1964 · I ragazzi, il Concilio, Gianfranco e il mondo che entra a San Felice

All’inizio degli anni Sessanta San Felice è una casa ormai pienamente formata. Il ritmo delle giornate è stabile, il rapporto con il territorio è naturale, i giovani vengono coinvolti sempre di più nella predicazione e nelle celebrazioni. Eppure proprio in questi anni la casa comincia ad aprirsi a qualcosa di nuovo. Da una parte arrivano bambini sempre più piccoli, fino alla scuola elementare; dall’altra la grande stagione del Concilio entra attraverso la radio, i viaggi, le nuove forme liturgiche e una Croce innalzata sul monte. In mezzo ci sono la neve, le gite, le malattie, il lavoro, le piccole paure e quella vita ordinaria che continua anche quando la storia universale passa accanto alla porta.

Quando arrivarono anche i bambini

Fra il 1961 e il 1966 San Felice visse anche un’esperienza particolare, voluta dal Provinciale don Giuseppe Quattrino e affidata a don Pietro Battista. Accanto ai probandi più grandi vennero accolti bambini delle ultime classi elementari, in una sorta di piccolo seminario ispirato a esperienze che il Provinciale aveva conosciuto in alcune diocesi del Nord. Per loro si riuscì ad avere una sezione distaccata della scuola elementare di Bastardo e un maestro veniva appositamente all’Abbazia. Di quegli anni sono rimaste perfino le pagelle dei bambini: nomi, classi e voti riportano dentro l’Abbazia le loro giornate di scuola.

Don Pietro Battista con i bambini delle elementari accolti a San Felice
Don Pietro Battista con i bambini delle elementari accolti a San Felice.
Gruppo dei bambini delle elementari accolti a San Felice negli anni del Probandato
I bambini delle elementari accolti a San Felice durante l’esperienza avviata negli anni Sessanta.

La casa cambiò suono. C’erano ragazzi abbastanza grandi da preparare una predica e bambini ancora impegnati con le materie elementari. I più piccoli imparavano a stare in una comunità, partecipavano alle feste, al canto e alla preghiera; i più grandi vedevano crescere accanto a loro ragazzi molto più giovani. San Felice diventava quasi un piccolo mondo educativo, con età diverse tenute insieme dallo stesso ritmo di casa.

Quando c’era «magra»

Mantenere ragazzi, scuola, lavori e vita quotidiana costava, e nelle lettere del 1961 il Provinciale e l’Economo non fingono che il denaro compaia per devozione spontanea. L’8 marzo don Ernesto Colagiovanni inviò trecentomila lire e pregò di risparmiargli le telefonate: se non rispondeva subito agli appelli significava semplicemente che «c’è magra e le telefonate non cambiano la situazione». Il 24 aprile Quattrino accompagnò altre centomila lire con una battuta ancora più esplicita: «Lei attendeva una somma grossa grossa grossa, ma… non c’è!». La povertà della casa non veniva drammatizzata; veniva amministrata, qualche volta sorridendoci sopra.

A giugno arrivarono centocinquantamila lire dall’Economato provinciale insieme a una consegna che dice più di molti bilanci: «Ci troviamo in secca. Faccia come meglio per chiudere la bocca ai vari fornitori e non rimandi l’acquisto dei suini». Un mese dopo altri 250.000 lire non bastavano ancora, e Quattrino osservava che sarebbero almeno serviti «per tenere a bada i più famelici». I più famelici, in quel momento, erano evidentemente i creditori. Accanto agli aiuti della Provincia arrivavano anche offerte personali dei Missionari: la comunicazione di Carlo Lella, destinata ai ragazzi, mostra quanto il Probandato fosse sentito come una responsabilità condivisa anche da confratelli lontani da San Felice.

I bambini e i giovani della comunità di San Felice

E intorno continuava la vita del territorio. Sant’Antonio portava benedizioni, animali, bocce e tavolate; il Fosco richiamava i pellegrinaggi e diventava anche occasione di incontro con le parrocchie. Nell’aprile del 1961, durante la «peregrinatio» della Madonna, Quattrino chiese espressamente di avvicinare i parroci e domandare vocazioni «sia per gli Allievi che per i Fratelli». La devozione popolare, la presenza dei Missionari nei paesi e la ricerca vocazionale finivano così per appartenere allo stesso movimento. I giovani, intanto, predicavano nel mese mariano e partecipavano alle celebrazioni delle comunità vicine. Un’eclissi totale di sole lasciò tutti con gli occhi al cielo per pochi minuti, abbastanza perché ne rimanesse perfino l’ora. San Felice era una casa disciplinata, non una casa impermeabile allo stupore.

Gianfranco

Poi la vita della casa venne attraversata da una ferita che nessuno poté trattare come una semplice annotazione. Gianfranco Piccinini era malato di cuore e da tempo la comunità seguiva con preoccupazione la sua situazione. Il 24 gennaio 1962 don Adriano partì per Roma insieme ad altri quattro donatori di sangue. L’intervento richiedeva una quantità enorme di sangue e il professor Valdoni cominciò l’operazione alle undici. Verso le tre del pomeriggio Gianfranco morì sotto i ferri. Un cappuccino riuscì ad amministrargli l’Unzione degli infermi.

Due giorni dopo tutta la comunità raggiunse Roma. I ragazzi poterono vedere ancora una volta il compagno prima che la bara venisse chiusa. Il Padre Provinciale pronunciò l’elogio funebre e Gianfranco venne sepolto tra i Missionari, nel loculo che era stato di Giovanni Merlini. Per chi raccontava quei giorni, quella sepoltura sembrò quasi il compimento naturale dell’affetto che Gianfranco aveva mostrato verso la Congregazione. Nei mesi e negli anni seguenti il suo nome continuò a tornare: Messe di suffragio, il trigesimo con la madre, santini-ricordo, un’associazione dei piccoli intitolata a lui. Gianfranco smise di abitare la casa e cominciò ad abitarne la memoria.

Gianfranco Piccinini

Le lettere della famiglia, la fotografia e le parole incise sulla lapide aggiungono ancora oggi una vicinanza diversa a questa memoria. In una comunità di giovani, la morte di un ragazzo modifica il tempo. Per settimane tutto sembra essere misurato prima e dopo Gianfranco.

Una Croce sul monte

La vita riprese e, nello stesso anno, un altro avvenimento cominciò a occupare l’orizzonte. La comunità ascoltò alla radio il messaggio di Giovanni XXIII in preparazione al Concilio. Intanto don Luigi Carinci aveva promosso la costruzione di una grande Croce sul monte sopra San Felice. Non fu un simbolo calato dall’alto. Per portare il materiale, preparare la base e rendere possibile l’opera servirono settimane di lavoro, mezzi, benefattori e uomini disposti a salire sul monte.

Il 4 ottobre Giovanni XXIII passò per Assisi e quelli di San Felice corsero a vederlo. Alcuni riuscirono ad avvicinarsi più di altri e, davanti al Papa, anche i seminaristi finirono per diventare una folla che cercava il posto migliore. Il 7 ottobre 1962 la Croce venne benedetta sul monte San Gaspare alla presenza dell’arcivescovo Radossi, dei superiori della Congregazione, delle autorità e di molta gente. La sera fu illuminata. Pochi giorni dopo il Concilio si aprì a Roma. Per anni, guardando quel monte, i ragazzi avrebbero avuto davanti agli occhi una memoria concreta di quella stagione.

La voce del Papa dalla radio

Giovanni XXIII era ormai entrato nella vita della casa attraverso la radio, i viaggi, la visita ad Assisi e perfino la memoria di una sosta di preghiera presso la tomba di san Gaspare a Roma. Quando la sua malattia si aggravò, San Felice seguì giorno dopo giorno le notizie. Si pregò, si espose il Santissimo, si ascoltarono i bollettini. La sera del 3 giugno 1963 la comunità era attorno alla radio quando arrivò l’annuncio della morte.

Poi vennero i giorni del conclave. La fumata bianca, il nome di Montini, Paolo VI, la prima benedizione: tutto entrò a San Felice attraverso radio e televisione. La casa seguiva la Chiesa universale con gli stessi strumenti con cui il resto d’Italia stava imparando a seguirla. Fuori, intanto, continuavano i pellegrinaggi, i lavori del chiostro, la raccolta delle olive, le feste e la scuola. La storia non sospendeva la vita ordinaria; le si appoggiava sopra.

Le mani dei ragazzi

I lavori continuavano a essere parte della formazione e qualche volta ricordavano con una certa brutalità che il lavoro manuale non era una metafora. Durante la costruzione del campo sportivo Michele Colagiovanni attese accanto all’impastatrice del cemento. La macchina era ferma; un operaio la avviò senza accorgersi che il ragazzo vi aveva appoggiato la mano. La mano destra finì nella fessura del meccanismo e per qualche ora si temette seriamente per il suo futuro.

Cominciarono corse tra l’ospedale di Foligno, Roma, medici e specialisti. Don Adriano si mosse personalmente e alla fine un intervento salvò l’articolazione del dito. Anni dopo sarà lo stesso Colagiovanni, con quella mano, a riscrivere questi avvenimenti: il fatto che proprio la mano rimasta presa nell’impastatrice potesse raccontare l’accaduto aveva quasi il sapore di uno scherzo della sorte. È una scena che racconta meglio di molte formule quanto i ragazzi fossero coinvolti fisicamente nella crescita della casa: non guardavano gli operai da una finestra, erano nel cantiere.

Una casa che sa anche ridere

Nulla di tutto questo trasformò San Felice in una casa grave. Il Carnevale continuava a produrre scenette, travestimenti e teatro; una caccia ai roditori nel refettorio assunse proporzioni quasi militari e dovette concludersi dopo mezzanotte con un «cessate il fuoco». Si scavò perfino un laghetto artificiale. I più piccoli facevano le loro processioni mariane e il cronista, che pure aveva assistito a tante funzioni solenni, le definì «edificanti e commoventi».

Lungo il viale vennero piantati trenta pioppi cipressini e nacque il «Viale San Gaspare». La vecchia sagrestia divenne sala di ricreazione dei più grandi, arrivarono nuovi confessionali e armadi. La casa continuava a modificarsi seguendo la crescita di chi la abitava. Anche gli spazi finivano per raccontare le età: un ambiente per pregare, uno per studiare, uno per giocare, un viale lungo il quale camminare e una montagna verso cui alzare gli occhi.

Dieci anni dopo

Nel 1964 erano trascorsi dieci anni dall’apertura. San Felice non era più la casa provvisoria dell’11 ottobre 1954. Aveva un campo, una biblioteca cresciuta, nuovi ambienti, un viale, una Croce accesa sul monte e soprattutto generazioni di ragazzi passate attraverso le sue stanze. Alcuni erano diventati sacerdoti, altri avevano preso strade diverse, altri ancora erano appena arrivati e non conoscevano personalmente coloro che avevano iniziato tutto.

Il Concilio stava cambiando la Chiesa, il mondo fuori correva verso gli anni Sessanta pieni, e nella vecchia Abbazia continuavano a convivere bambini delle elementari, giovani in discernimento, sacerdoti, missionari di passaggio e gente dei paesi. San Felice non osservava il cambiamento dalla finestra. Lo viveva con il proprio passo, senza fretta e senza restare ferma.


Continua il percorso