don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

Oggi
Calendario liturgico

Assisi 1986-2026. Il dialogo interreligioso alla luce della Tradizione e del Magistero


Approfondimento storico, teologico e pastorale nel quarantesimo anniversario della Giornata mondiale di preghiera per la pace · 28 ottobre 2026

Premessa. Comprendere Assisi oltre le polemiche

Il quarantesimo anniversario dell’incontro interreligioso di Assisi, ricordato il 27 ottobre 2026, invita a rileggere una delle iniziative più significative del pontificato di san Giovanni Paolo II. Le discussioni che accompagnarono la giornata del 1986 continuano a riemergere ogni volta che l’incontro fra rappresentanti delle religioni viene interpretato come espressione di una possibile equivalenza tra professioni di fede differenti. Per affrontare il problema occorre anzitutto recuperare le intenzioni dichiarate dal Pontefice, riconoscere la portata dottrinale dei documenti richiamati e valutare separatamente i gesti e le modalità organizzative degli incontri.

Questo studio propone una ricostruzione storica e teologica dell’eredità di Assisi. La dottrina cattolica sull’unicità salvifica di Cristo, il contributo di Benedetto XVI e la concezione della pace nella tradizione tomista offrono criteri per comprendere insieme la possibilità della cooperazione interreligiosa e i limiti che essa deve rispettare. La questione specifica del rapporto fra cristianesimo e Islam, con la sua articolazione giuridica e politica, richiede un’indagine autonoma.

Giovanni Paolo II: l’intenzione e il contesto del 1986

La giornata del 27 ottobre 1986 si colloca negli ultimi anni della Guerra fredda, quando la contrapposizione fra le potenze e la minaccia nucleare continuavano a gravare sulla coscienza dei popoli. Giovanni Paolo II, segnato dall’esperienza dei totalitarismi, era convinto che la ricerca della pace esigesse una conversione morale e non potesse essere affidata esclusivamente agli equilibri diplomatici. La convocazione ad Assisi dei rappresentanti delle Chiese cristiane e delle grandi tradizioni religiose manifestava questa convinzione davanti al mondo.

Nel suo discorso a Santa Maria degli Angeli, il Papa chiarì che non si trattava di una conferenza chiamata a elaborare una soluzione politica dei conflitti. L’iniziativa aveva carattere religioso ed era segnata dalla preghiera e dal pellegrinaggio. L’impegno comune riguardava un bene appartenente all’ordine della convivenza umana; non implicava l’accettazione di una dottrina religiosa condivisa da tutti i partecipanti.

Questa distinzione è essenziale. Persone che professano convinzioni incompatibili su Dio e sulla salvezza possono collaborare per un bene naturale, riconoscendo la dignità degli uomini e la responsabilità delle comunità politiche. L’accordo su un fine pratico non elimina le differenze che riguardano la verità della rivelazione.

«Stare insieme per pregare»: il criterio teologico

Nell’udienza generale del 22 ottobre 1986 Giovanni Paolo II anticipò il principale problema teologico dell’incontro. La Chiesa, spiegò, possiede la missione essenziale di annunciare la salvezza che si trova soltanto in Gesù Cristo. Il rispetto per la preghiera altrui non può comportare l’assunzione di formule religiose che esprimono un’altra visione di fede. Da qui la distinzione, formulata con particolare chiarezza, tra la preghiera comune e il fatto di trovarsi reciprocamente presenti mentre gli altri pregano. La formula dell’incontro fu «stare insieme per pregare».

Il contenuto della preghiera cristiana è inseparabile dalla rivelazione trinitaria. Per il credente, rivolgersi al Padre per mezzo del Figlio nello Spirito Santo esprime una professione precisa. La preghiera cristiana non può dunque essere ridotta a una generica esperienza religiosa indifferente alle differenze di fede. La presenza rispettosa dinanzi alla preghiera di altri, secondo il criterio pontificio, non coincide con la professione comune di una medesima credenza.

Ne consegue una necessaria distinzione tra incontro ecumenico e incontro interreligioso. La preghiera tra battezzati si fonda su una comunione reale, pur imperfetta, nella fede in Cristo. La relazione con le religioni non cristiane muove da presupposti differenti e richiede modalità che rendano riconoscibile la specificità della professione cattolica.

Il Concilio e l’unicità salvifica di Gesù Cristo

La dichiarazione conciliare Nostra aetate invita a riconoscere quanto di vero e di santo può trovarsi nelle tradizioni religiose non cristiane. Questa apertura nasce dalla comune dignità degli uomini e dalla convinzione che la Provvidenza divina non sia estranea alla storia dei popoli. Il documento conserva interamente il dovere ecclesiale di annunciare Cristo, nel quale la Chiesa riconosce la pienezza della vita religiosa.

La costituzione Lumen gentium, specialmente al numero 16, esamina la relazione degli uomini non cristiani con il disegno universale della salvezza. Il riconoscimento che la grazia possa operare in persone che ignorano Cristo senza propria colpa non introduce una pluralità di salvatori indipendenti. Ogni salvezza deriva dal mistero pasquale del Verbo incarnato e rimane ordinata alla pienezza della comunione con Dio.

L’enciclica Redemptoris missio presenta il dialogo interreligioso come parte della missione evangelizzatrice. Il dialogo non sopprime l’annuncio e la Chiesa non può rinunciare alla testimonianza esplicita della propria fede. La dichiarazione Dominus Iesus, del 2000, chiarisce ulteriormente che il riconoscimento di elementi di verità nelle altre religioni non autorizza ad attribuire loro una mediazione salvifica parallela a quella di Cristo. Questi documenti devono essere letti congiuntamente, evitando sia il relativismo sia la negazione di qualunque valore all’incontro fra credenti di tradizioni differenti.

Benedetto XVI: la pace nella ricerca della verità

La lettera inviata da Benedetto XVI il 2 settembre 2006, per il ventesimo anniversario di Assisi, costituisce un riferimento decisivo. Il Pontefice riconosce il valore dell’intuizione di Giovanni Paolo II e richiede che venga respinta qualsiasi interpretazione sincretistica o relativistica. La presenza e il rispetto reciproci non equivalgono alla rinuncia alla verità, e la ricerca della pace non comporta una sospensione della fede.

Nel 2011 Benedetto XVI tornò personalmente ad Assisi, scegliendo il tema «Pellegrini della verità, pellegrini della pace». Il richiamo alla verità non costituisce un’aggiunta secondaria al cammino iniziato nel 1986. Esprime la convinzione che una riconciliazione autentica non possa essere costruita sull’indifferenza riguardo a ciò che l’uomo è chiamato a riconoscere come vero e giusto.

La continuità fra Giovanni Paolo II e Benedetto XVI permette di valutare le iniziative di Assisi senza assumere come inevitabile una contrapposizione fra dottrina e attività pastorale. L’interrogativo riguarda la fedeltà delle forme concrete al significato dichiarato dell’incontro e la chiarezza con la quale tale significato viene comunicato.

San Tommaso d’Aquino: concordia, giustizia e pace

Nella Summa Theologiae, II-II, questione 29, san Tommaso distingue la pace dalla sola concordia esteriore. La pace richiede un ordine della volontà, perché l’uomo può trovarsi in accordo con altri e conservare dentro di sé un disordine che contraddice il bene. In senso pieno, la pace è effetto proprio della carità, mediante la quale la persona viene ordinata a Dio e vive il rapporto con il prossimo alla luce di questo amore.

La giustizia contribuisce alla pace rimuovendo le cause dell’ingiustizia, mentre la carità ne realizza la pienezza soprannaturale. La distinzione aiuta a comprendere perché una collaborazione per la pace civile possa essere autentica anche fra persone che non condividono la medesima professione religiosa. La legge naturale e la dignità della persona rendono intelligibili beni comuni a tutti gli uomini.

La dottrina tomista invita a diffidare di un’idea puramente sentimentale della pace. Una riconciliazione durevole richiede un ordine giusto e una volontà orientata al bene. Nell’insegnamento sociale della Chiesa, dalla Pacem in terris alla Gaudium et spes, la pace è letta in relazione alla verità morale e alle condizioni effettive della vita dei popoli. Il Catechismo conserva il dovere di scongiurare la guerra e, entro criteri rigorosi, il principio della legittima difesa contro un’aggressione ingiusta.

Il percorso dal 1986 al quarantennale del 2026

L’incontro internazionale «Pace disarmata e disarmante», promosso dalla Comunità di Sant’Egidio dal 25 al 27 ottobre 2026, si è collocato esplicitamente nella continuità della giornata del 1986. Rispetto all’iniziativa originaria, il percorso contemporaneo ha assunto anche la forma di forum di confronto sulle questioni internazionali e sulle possibilità della mediazione. Questo sviluppo può avere una sua utilità e richiede di distinguere le finalità della testimonianza religiosa da quelle proprie della diplomazia.

La Comunità di Sant’Egidio ha maturato un’esperienza di relazioni internazionali e ha contribuito, in circostanze concrete, a percorsi di pace. È ragionevole riconoscerne il valore e, nello stesso tempo, domandare come gli appelli condivisi incidano sulle condizioni reali dei conflitti. Una dichiarazione comune possiede un significato pubblico, il cui peso storico va misurato attraverso gli impegni successivi e la tutela effettiva della dignità umana.

Nel videomessaggio del 27 ottobre 2026 Leone XIV ha ringraziato il Dicastero per il Dialogo Interreligioso e la Comunità di Sant’Egidio per la continuità del percorso. Ha richiamato il rifiuto della legittimazione religiosa della guerra e la necessità di ricostruire la pace. Le modalità della giornata conclusiva hanno mantenuto luoghi distinti per la preghiera delle differenti tradizioni, prima del momento comune dedicato all’appello pubblico.

La diversità tra gli eventi del 1986 e del 2026 invita a vigilare sul rapporto tra la dimensione religiosa e quella politica del dialogo, affinché la legittima cooperazione non venga confusa con una convergenza sul piano della fede.

Segni, luoghi sacri e prudenza pastorale

I segni pubblici non sono elementi accessori. L’altare cristiano e gli edifici destinati al culto possiedono un significato teologico riconoscibile e richiedono il rispetto della propria identità. Alcuni episodi organizzativi del 1986, divenuti oggetto di controversia, mostrano quanto un gesto improprio possa rendere oscuro il significato che si intende comunicare. Ogni ricostruzione storica deve distinguere i fatti documentati dalle responsabilità personali che talvolta vengono attribuite senza adeguate prove.

La prudenza pastorale domanda che il rispetto delle altre religioni sia espresso attraverso modalità coerenti con la professione cattolica. La forza delle immagini impone una particolare responsabilità a chi promuove iniziative pubbliche, perché il simbolo può essere interpretato assai prima che il fedele abbia ascoltato le spiegazioni ufficiali.

Tradizione, discernimento e autorità del Magistero

Una valutazione ecclesiale corretta distingue l’insegnamento dottrinale dalle decisioni pastorali e dagli aspetti contingenti della loro attuazione. Un avvenimento organizzato o richiamato da un Pontefice non diventa per questo, in ogni suo particolare, una definizione dottrinale. L’autorità di un insegnamento magisteriale va valutata secondo la sua natura, il suo contenuto e il grado di assenso richiesto.

Il riconoscimento dell’autorità ecclesiastica non elimina la possibilità di osservazioni fondate su scelte prudenziali. Queste osservazioni devono essere formulate nella comunione della Chiesa e sostenute da un esame effettivo delle fonti, evitando accuse generalizzate che attribuiscano ai pastori intenzioni contrarie alla fede senza una prova adeguata.

La Tradizione non appartiene a una singola sensibilità ecclesiale. È il patrimonio ricevuto dalla Chiesa e affidato alla sua custodia mediante il ministero apostolico. Difenderla significa anche riconoscere il servizio proprio del Magistero vivente, nel rispetto delle distinzioni teologiche che la Chiesa stessa insegna.

Conclusione. Custodire la verità nell’incontro

Quarant’anni dopo la giornata voluta da Giovanni Paolo II, Assisi può essere compresa come una testimonianza della responsabilità religiosa per la pace, nella misura in cui rimangono chiari il primato di Gesù Cristo e la differenza fra cooperazione per il bene comune e comunione nella fede. Il dialogo richiede interlocutori capaci di riconoscersi nella propria identità e di affrontare sinceramente le divergenze esistenti.

La confessione di san Paolo, «Egli è la nostra pace» (Ef 2,14), indica il fondamento ultimo della speranza cristiana. L’azione per la riconciliazione dei popoli trova qui un orientamento che non annulla il dovere di conoscere la realtà e di perseguire la giustizia. La pace acquista consistenza quando la volontà di incontrare l’altro rimane fedele alla verità.

Fonti e riferimenti per lo studio