Lettera del Cappellano Militare sulla vocazione da seguire, le tentazioni da fuggire e i disagi da affrontare per il buon esercizio di autorità e il bene del personale sottoposto
2013 · Edizione esaurita

Le prime righe di Carissimo Comandante permettono di capire immediatamente perché il libro fu scritto. Mi rivolgevo ai Comandanti «prima che le strade del Signore» stabilissero altre mete per la mia vita e ci allontanassero. Il tempo condiviso stava giungendo al termine e desideravo lasciare qualcosa di quanto avevo imparato osservando uomini sui quali gravava quotidianamente una responsabilità capace di raggiungere la vita professionale e, spesso, anche quella personale e familiare dei loro subordinati.
Scelsi per questo la forma della lettera. Il tono non è quello di chi pretende di spiegare ai Comandanti il loro mestiere. Parlo da sacerdote che per anni ha incontrato gli uomini affidati alla loro autorità e ne ha ascoltato difficoltà, attese e ferite. Il tema del comando viene quindi osservato dal punto nel quale il cappellano poteva realmente conoscerne gli effetti: la vita delle persone.
Un’autorità che deve avere cura
Nel libro utilizzavo l’etimologia che collega auctoritas ad augere, «far crescere», e mettevo questa idea in relazione con la cura. Ciò che mi interessava era sottrarre il comando alla semplice coincidenza con l’esercizio del potere: il potere costituisce uno degli strumenti di chi possiede autorità, mentre la finalità dell’autorità viene cercata nella crescita del bene e delle persone affidate.
Questo criterio attraversa poi le questioni più concrete. Il Comandante deve conoscere i propri uomini e saperne valorizzare capacità e attitudini; deve custodire gli ideali dell’Istituzione ed esercitare realmente la responsabilità che gli compete, evitando che il desiderio di non creare problemi finisca per trasformarsi in assenza del comando. Le decisioni possono anche risultare sgradevoli e proprio per questo richiedono la capacità di tenere insieme fermezza e pazienza.
Quando un uomo presenta un problema al proprio Comandante, ciò che racconta può apparire modesto a chi ascolta e avere assunto un peso enorme nella vita di chi lo sta vivendo. Prendere sul serio la persona non obbliga a condividere ogni sua interpretazione e non elimina il dovere di decidere. Permette di esercitare il comando tenendo presente che dietro una situazione amministrativa continua a esserci un uomo.
Le tentazioni del comando
Una parte ampia della lettera riguarda le tentazioni che accompagnano l’autorità: la solitudine e l’incomprensione, la rassegnazione, la mediocrità, l’inibizione del comando, il timore, lo scoraggiamento e il disincanto.
Fra queste, la solitudine occupa un posto particolare. Non viene considerata in se stessa una condizione necessariamente negativa, perché appartiene in certa misura alla responsabilità di chi deve prendere decisioni delle quali porterà personalmente il peso. Il pericolo compare quando la solitudine diventa isolamento e rende il Comandante progressivamente incapace di mettersi in discussione, di accettare la possibilità dell’errore e di ascoltare una valutazione diversa dalla propria.
Anche il disincanto viene osservato con particolare attenzione. L’esperienza può generare prudenza e capacità di leggere meglio le situazioni; può anche convincere chi ha visto molto di avere ormai visto tutto. In quel momento l’esperienza, invece di aprire alla sapienza, rischia di diventare pregiudizio.
Mio padre e il cappellano che lo aiutò
Il libro porta la data del 19 marzo 2013, festa di San Giuseppe e festa del papà, e termina tornando a una memoria di mio padre. Quando ero bambino e gli dissi che volevo diventare sacerdote, mio padre Nazareno mi strinse il volto fra le mani e mi disse: «Se proprio vuoi farti prete, fatti cappellano militare, perché quelli aiutano!»
Dietro quella frase c’era un episodio del suo servizio militare a Cuneo. Proveniva da una famiglia molto povera e aveva difficoltà con il cibo della caserma. Chiese quindi al padre del denaro per poter mangiare fuori; mio nonno vendette il maiale di casa e gli inviò il ricavato. Quando il vaglia arrivò, la vicenda provocò una punizione.
Il cappellano incontrò mio padre, gli domandò che cosa fosse accaduto e intervenne. Fece rispedire il denaro alla famiglia, convinse il Comandante a revocare la punizione e ottenne per lui un servizio in cucina, dove avrebbe potuto mangiare ciò a cui era abituato.
Per chi aveva compiuto quel gesto poteva essere una delle tante piccole situazioni risolte durante il ministero. Per mio padre non fu così. Continuò a ricordare quel sacerdote molti anni dopo e quel ricordo arrivò fino a suo figlio.
«Ciò che resta di un uomo, di ogni uomo, è quello che ha saputo segnare nell’incontro con l’altro».
La traccia lasciata nell’altro
È questa la consegna che continuerei ad affidare a chi esercita autorità: il grado è ricevuto per un tempo e le decisioni appartengono a un ufficio destinato un giorno a passare ad altri. La traccia umana lasciata nelle persone possiede una durata molto meno controllabile da chi l’ha prodotta. La vicenda di mio padre ne era, senza saperlo, una prova, perché un gesto compiuto da un cappellano molti anni prima continuò a vivere nella sua memoria e arrivò, attraverso di lui, fino alla mia vocazione.
Carissimo Comandante è oggi esaurito. La lettera porta la data di Taranto, 19 marzo 2013, festa di San Giuseppe e festa del papà.