don Mario Proietti, C.PP.S.

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Lettera dalla prova


Il magistero di Mons. Giovanni Battista Arnaldi, vescovo esiliato, nel 160° anniversario della pubblicazione della Lettera Pastorale in occasione dell’indulto per la Quaresima del 1865
Studio a circolazione privata

Copertina di Lettera dalla prova

Se nell’ordine di questa sezione Lettera dalla prova viene dopo Un Vescovo nella tempesta, nell’ordine reale della ricerca accadde il contrario.

Mi trovavo nell’Archivio della Curia di Spoleto impegnato in un altro lavoro quando incontrai una Lettera pastorale di Giovanni Battista Arnaldi datata 1865. Nella prefazione ho conservato l’impressione di quel momento con poche parole: «Fu una lettura che mi arrestò».

Conoscevo Arnaldi per il rapporto con il beato Giovanni Merlini e quindi il suo nome apparteneva già al territorio storico della mia famiglia religiosa. Non ne avevo studiato direttamente il magistero. Leggendo la Lettera del 1865 mi trovavo davanti a un Vescovo che parlava dopo aver conosciuto la prigionia. Cercando di comprenderne le ragioni arrivai alla precedente Lettera quaresimale del 1863 e mi accorsi che i due documenti permettevano di osservare la stessa voce prima e dopo un’esperienza che aveva inciso profondamente nella vita dell’autore.

La parola dopo la prigionia

Il testo del 1865 mantiene molte delle convinzioni già espresse due anni prima e continua a utilizzare il linguaggio forte proprio di Arnaldi. Nel frattempo, però, l’uomo che scrive ha sperimentato personalmente ciò che può accadere quando l’esercizio del ministero episcopale entra in conflitto con il potere civile.

È questa circostanza a spiegare il titolo Lettera dalla prova. Nella nuova Lettera Arnaldi ritorna esplicitamente alla propria prigionia. Scrive ai fedeli che durante il carcere, invece di diminuire, «si raddoppiava il nostro amore per voi», arrivando a considerare la sofferenza subita come una testimonianza che poteva risultare più eloquente delle parole.

La prigionia entra quindi nel discorso pastorale senza trasformarlo in un memoriale autobiografico. Arnaldi continua a parlare alla diocesi e interpreta ciò che gli è accaduto dentro il rapporto con il proprio popolo. La separazione forzata non ha cancellato quel legame e viene riletta come esperienza capace di verificarlo.

Dalla vigilanza alla carità

La Lettera originale del 1865 si presenta come un unico testo continuato. Nel preparare lo studio ho ritenuto utile individuarne il movimento interno e suddividerlo in cinque passaggi. La divisione non appartiene dunque ad Arnaldi; è una scelta interpretativa dichiarata, pensata per accompagnare il lettore moderno dentro una costruzione argomentativa molto ampia.

I cinque passaggi vengono riconosciuti attraverso altrettante esortazioni paoline presenti nel documento: Vigilate, State in fide, Viriliter agite, Confortamini, Omnia in charitate fiant.

Arnaldi parte dalla vigilanza, chiedendo ai fedeli di riconoscere ciò che egli considera pericoloso per la loro vita cristiana. Da qui si passa alla fermezza nella fede e quindi al coraggio dell’agire. Dopo il coraggio viene Confortamini, che acquista particolare rilievo alla luce della vicenda personale del Vescovo. Il percorso arriva infine a Omnia in charitate fiant.

Questa conclusione è indispensabile per leggere correttamente tutto ciò che precede. Il linguaggio molto severo verso ciò che Arnaldi considera errore non dovrebbe essere separato dal criterio con il quale egli stesso chiude il cammino, chiedendo che l’agire cristiano sia governato dalla carità.

La Quaresima dietro le grandi questioni

Seguendo le controversie del tempo si potrebbe quasi dimenticare la circostanza per la quale il documento fu scritto. Si tratta di una Lettera per la Quaresima. Verso la conclusione Arnaldi riconduce quindi il discorso alla vita cristiana ordinaria, alla preghiera e ai Sacramenti, alla penitenza e alla carità concreta.

Questo passaggio mi sembra importante anche per comprendere il carattere del documento. Arnaldi non dispone di un potere politico con il quale modificare la situazione che descrive. Ciò che può fare come Pastore è formare le coscienze e chiedere ai cristiani di vivere ciò che professano. Il destinatario finale non è lo Stato italiano. Sono i fedeli della diocesi.

Due documenti che ora possono essere letti insieme

Soltanto dopo aver studiato entrambi i testi compresi pienamente la relazione che li univa. La Lettera del 1863 mostra Arnaldi mentre formula le proprie convinzioni dentro una situazione di crescente tensione. La pubblicazione produce conseguenze che giungono fino alla prigionia. Il documento del 1865 permette di ascoltare nuovamente lo stesso Vescovo dopo che quella esperienza è entrata nella sua storia personale.

Un Vescovo nella tempesta cerca soprattutto di comprendere la parola e il ministero episcopale che l’ha generata. Lettera dalla prova osserva quella stessa parola quando l’esperienza ha aggiunto qualcosa che nessuna elaborazione puramente teorica avrebbe potuto produrre.

Tra la parola e la prova

Non chiederei ad Arnaldi di dirci direttamente che cosa dobbiamo pensare delle questioni del nostro tempo. La distanza storica deve essere rispettata. Nel suo caso continua piuttosto a interrogarmi il rapporto fra ciò che un Pastore insegna e ciò che egli è disposto personalmente ad attraversare in ragione di quella parola, perché tra il documento del 1863 e quello del 1865 non sono trascorsi soltanto due anni: in mezzo è entrata un’esperienza che ha raggiunto l’uomo che scriveva.

Il documento del 1863 permette di conoscere ciò che egli riteneva di dover dire. La Lettera del 1865 consente di incontrare la stessa coscienza episcopale dopo l’esperienza della prigionia. Tra i due documenti trovo la storia di un ministero che viene sottoposto alla prova della propria coerenza.


Lettera dalla prova è uno studio a circolazione privata nato dal ritrovamento della Lettera pastorale quaresimale del 1865 nell’Archivio della Curia di Spoleto.

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