Giovanni Battista Arnaldi e la Lettera pastorale del 1863
Studio a circolazione privata

Quando incontrai nell’Archivio della Curia di Spoleto la Lettera pastorale di Arnaldi del 1865, la mia ricerca stava andando in un’altra direzione. Conoscevo il nome dell’Arcivescovo soprattutto per il rapporto di amicizia e di stima che lo aveva legato a Giovanni Merlini e quindi alla storia dei Missionari del Preziosissimo Sangue; non avevo mai ascoltato direttamente la sua voce attraverso il magistero.
Quel testo, scritto dopo la prigionia, lasciava però una domanda aperta: che cosa aveva detto Arnaldi prima che la prova entrasse così duramente nella sua vita? Per rispondere dovetti tornare indietro di due anni e cercare la Lettera pastorale del 2 febbraio 1863. Mi trovai così a leggere le parole di un Vescovo che non sapeva ancora quanto concretamente quelle parole sarebbero entrate nella propria biografia.
Due anni prima
Formalmente, il documento del 1863 nasce in occasione dell’indulto quaresimale concesso da Pio IX. Arnaldi deve comunicare ai fedeli le disposizioni riguardanti il digiuno e l’astinenza e prepararli spiritualmente alla Quaresima. La Lettera assume però rapidamente un’ampiezza molto maggiore.
Arnaldi legge la situazione religiosa e culturale del proprio tempo e manifesta la preoccupazione che la fede cristiana venga progressivamente ridotta alla sfera privata, mentre nuove correnti culturali e la stampa diffondono concezioni che egli considera incompatibili con il cattolicesimo. Lo studio insiste su questo passaggio perché permette di comprendere quale idea del ministero episcopale sostenga l’intero documento.
Il Vescovo non si considera responsabile soltanto della disciplina ecclesiastica o dell’amministrazione della diocesi. Sente di avere ricevuto anche il compito di aiutare il proprio popolo a giudicare ciò che incontra alla luce della fede. È qui che lo studio individua il munus docendi come uno dei nuclei fondamentali della Lettera.
La comunione con il Papa e la libertà della Chiesa
Dentro questa visione assume particolare importanza il rapporto con il Romano Pontefice. Lo studio segue le pagine nelle quali Arnaldi esprime la propria comunione con Pio IX e interpreta il ministero episcopale dentro il vincolo ecclesiale con il Successore di Pietro.
Questo punto rende particolarmente delicato il rapporto con la situazione politica creatasi dopo l’unificazione. Ciò che Arnaldi interpreta come difesa della libertà della Chiesa può essere letto dalle autorità civili come intervento in una materia politica; ciò che lo Stato considera necessario al nuovo ordinamento può essere percepito dal Vescovo come limitazione dell’esercizio della missione ecclesiale.
Il titolo Un Vescovo nella tempesta nasce da questa collisione. La parola «tempesta» non vuole ridurre il Risorgimento a una lettura elementare; indica la condizione concreta nella quale Arnaldi si trovò a esercitare il proprio ministero, mentre mutavano rapidamente i rapporti fra le istituzioni civili e la Chiesa.
Quando la parola produce conseguenze
La Lettera reca la data del 2 febbraio 1863. Pochi giorni dopo Arnaldi fu convocato dalle autorità giudiziarie per rispondere della diffusione di un documento considerato sedizioso e contrario all’ordine pubblico. L’11 giugno dello stesso anno venne arrestato e rinchiuso nella Rocca Albornoziana di Spoleto.
Questo fatto modifica inevitabilmente la lettura del documento. La Lettera entrò direttamente nella biografia dell’uomo che l’aveva scritta. Il fatto che un uomo paghi personalmente per ciò che afferma documenta la serietà con cui assume la propria parola; il giudizio sul contenuto richiede comunque di continuare a studiare quella parola nel proprio contesto.
Tornare al documento
Una parte importante del lavoro è dedicata ai principali temi teologici della Lettera: la fede, la comunione con il Romano Pontefice, il munus docendi del Vescovo e la libertà propria della missione ecclesiale. Lo studio prova poi a collocare questi elementi nel successivo sviluppo della riflessione della Chiesa, senza pretendere che Arnaldi possedesse già formulazioni conciliari che sarebbero venute dopo.
Nella parte finale dello studio viene presentato il testo della Lettera, accompagnato anche da una versione modernizzata che cerca di renderne più agevole la lettura. La scelta permette di tornare dalla riflessione alla fonte e di distinguere ciò che Arnaldi realmente scrisse da ciò che il commentatore ne ha successivamente ricavato.
Una parola della quale rispondere
A distanza di tempo, non sento il bisogno di utilizzare Arnaldi per chiedere alla Chiesa di oggi di riprodurre il linguaggio ecclesiale del 1863. Quel linguaggio appartiene alla sua epoca. Ciò che continua a interrogarmi è la responsabilità dalla quale nasce e il peso personale che quell’uomo accettò di portare per una parola che riteneva appartenere al proprio ministero.
Arnaldi ritiene che il Vescovo non possa limitarsi a osservare ciò che accade al proprio popolo. Deve parlare quando la sua coscienza pastorale gli fa riconoscere una questione che riguarda la fede e deve assumere la responsabilità di ciò che insegna. Nel suo caso quella parola ebbe conseguenze molto pesanti. Per comprendere che cosa quell’esperienza avrebbe fatto maturare nella sua parola occorre arrivare alla Lettera successiva. Ed è proprio da lì, in realtà, che tutta la mia ricerca era cominciata.
Un Vescovo nella tempesta è uno studio a circolazione privata dedicato principalmente alla Lettera pastorale quaresimale di mons. Giovanni Battista Arnaldi del 2 febbraio 1863.