don Mario Proietti, C.PP.S.

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SACERDOTI SI NASCE? LA VERITÀ SUL SACERDOZIO NELLA CHIESA CATTOLICA

Cari amici, ogni tanto ritorna un’espressione che suona affascinante e possiede perfino qualcosa di vero: «sacerdoti si nasce».

La frase vuole generalmente dire che una vocazione non si improvvisa, che esiste una chiamata di Dio capace di attraversare tutta la storia di una persona e che, rileggendo la propria vita, un sacerdote può riconoscere segni che allora non comprendeva. In questo senso molti preti potrebbero raccontare di essersi accorti soltanto dopo che il Signore li stava conducendo da molto lontano.

Come formula teologica, però, «sacerdoti si nasce» ha bisogno di essere precisata.

Nella Chiesa cattolica nessuno nasce presbitero.

Si nasce uomini, si viene rigenerati nel Battesimo, si può essere chiamati da Dio al ministero ordinato, si attraversa un discernimento ecclesiale e, mediante il sacramento dell’Ordine, si viene costituiti presbiteri.

Questa distinzione non impoverisce la vocazione. Le restituisce tutta la sua grandezza.

Durante il Giubileo dei Sacerdoti, alla fine di giugno, Papa Leone XIV ha offerto quasi senza volerlo una risposta molto chiara alla domanda. Rivolgendosi il 26 giugno ai partecipanti all’incontro internazionale promosso dal Dicastero per il Clero, ha ricordato che il sacerdote è anzitutto «un amico del Signore» e che la formazione non consiste nell’acquisire semplicemente competenze, perché coinvolge l’intera persona e la plasma secondo Cristo Buon Pastore.

Il giorno seguente, durante la celebrazione delle ordinazioni sacerdotali nella solennità del Sacro Cuore, si è rivolto agli ordinandi dicendo che, attraverso l’imposizione delle mani e l’effusione dello Spirito Santo, sarebbero diventati sacerdoti.

Quel verbo è importante: diventare.

La vocazione precede l’ordinazione. La prepara, la orienta, la rende desiderabile. L’ordinazione introduce però qualcosa di nuovo nella vita dell’uomo che la riceve.

Il Concilio Vaticano II lo afferma con grande precisione nel decreto Presbyterorum ordinis. Tutti i battezzati partecipano dell’unico sacerdozio di Cristo e appartengono a un popolo sacerdotale. Dentro questo popolo il Signore sceglie alcuni come ministri e, mediante il sacramento dell’Ordine, li segna con uno speciale carattere che li configura a Cristo sacerdote perché possano agire nel suo nome a servizio della Chiesa.

Qui troviamo due verità che devono rimanere unite.

La prima riguarda tutti i cristiani. Il Battesimo non produce fedeli di seconda categoria che avrebbero bisogno di una classe sacerdotale per possedere dignità nella Chiesa. Ogni battezzato partecipa realmente alla missione di Cristo, è chiamato alla santità e offre la propria vita come sacrificio spirituale.

La seconda riguarda il ministero ordinato. Il presbitero non è semplicemente un battezzato al quale la comunità affida alcune funzioni organizzative o liturgiche. Il Concilio insegna che il sacerdozio ministeriale e quello comune partecipano entrambi dell’unico sacerdozio di Cristo, pur differendo «essenzialmente e non solo di grado».

Questa differenza non stabilisce una graduatoria di dignità tra cristiani.

Dice qualcosa sulla forma sacramentale della Chiesa.

Il sacerdote riceve un ministero che non nasce dal basso, dall’elezione di un gruppo o dal riconoscimento di particolari qualità personali. Lo riceve dentro la successione apostolica attraverso l’imposizione delle mani del vescovo e la preghiera consacratoria della Chiesa.

Questo permette anche di comprendere perché la vocazione sacerdotale non sia mai soltanto una convinzione privata.

Un giovane può percepire con grande forza la chiamata al sacerdozio e la Chiesa ha il dovere di ascoltare seriamente quella esperienza. Rimane necessario il discernimento ecclesiale. Nessuno può ordinarsi da solo, né può rivendicare il sacramento dell’Ordine come esito necessario della propria percezione interiore.

La vocazione chiede un duplice ascolto: quello dell’uomo che cerca di riconoscere la voce di Dio e quello della Chiesa che discerne se quella chiamata possa essere accolta e confermata.

È uno dei motivi per cui la formazione sacerdotale rimane tanto importante.

Se bastasse «essere nati sacerdoti», il seminario diventerebbe poco più di un corso tecnico destinato a insegnare ciò che serve per esercitare il ministero.

Leone XIV ha detto qualcosa di molto diverso.

Formare un sacerdote significa accompagnare una persona verso una relazione sempre più profonda con Cristo. La formazione raggiunge il cuore, l’intelligenza e la libertà; insegna la fraternità; permette di conoscere se stessi e di imparare a servire. Una vocazione autentica ha bisogno di essere educata perché la grazia non cancella la storia concreta dell’uomo che la riceve.

Il sacerdote rimane infatti un uomo.

Porta nell’ordinazione il proprio carattere, l’educazione ricevuta, le qualità e le fragilità che lo accompagnano. Il sacramento non trasforma magicamente una personalità immatura in un uomo capace di relazioni equilibrate, né sostituisce il lavoro spirituale e umano che ogni persona è chiamata a compiere.

La grazia dell’Ordine assume quell’uomo reale e lo configura sacramentalmente a Cristo per il servizio della Chiesa.

Per questo la formazione non termina il giorno dell’ordinazione.

Prosegue per tutta la vita.

Un sacerdote può essere validamente ordinato e avere ancora molto da imparare nell’ascolto, nella gestione delle proprie emozioni, nel rapporto con il denaro, nell’uso dell’autorità, nella vita affettiva e nella libertà interiore. Può avere ricevuto un carattere sacramentale indelebile e dover crescere quotidianamente nella conformazione esistenziale a ciò che sacramentalmente è diventato.

Qui emerge un’altra distinzione importante.

L’ordinazione produce un cambiamento reale e permanente. Il Catechismo della Chiesa Cattolica insegna che il sacramento dell’Ordine imprime un carattere spirituale indelebile. Anche quando un sacerdote, per gravi motivi, viene dispensato dagli obblighi dello stato clericale o perde la possibilità di esercitare pubblicamente il ministero, l’ordinazione ricevuta non viene cancellata.

È in questo senso che possiamo dire: una volta ordinato, il sacerdote rimane sacerdote.

La frase «sacerdoti si nasce», dunque, contiene quasi un’intuizione capovolta.

Non si nasce sacerdoti. Dopo l’ordinazione, però, il sacerdozio non è più semplicemente un mestiere dal quale ci si dimette come da una professione.

Il carattere sacramentale rimane.

Questa verità protegge il ministero da una comprensione puramente funzionale. Il sacerdote non coincide con ciò che fa. Se un giorno non è parroco, non cessa per questo di essere presbitero. Se l’età o la malattia gli impediscono di esercitare molte attività, la sua identità sacramentale non diminuisce. Se celebra davanti a una chiesa piena oppure nella cappella di una casa con poche persone, la realtà del ministero ricevuto rimane la stessa.

Questo è particolarmente importante in un tempo nel quale rischiamo di misurare anche il ministero attraverso la produttività.

Un sacerdote può cominciare quasi impercettibilmente a identificarsi con la parrocchia che guida, con le opere che realizza o con il consenso che raccoglie. Quando queste realtà vengono meno, può sentirsi come se fosse venuto meno anche lui.

Il sacramento dice qualcosa di più profondo.

Prima degli incarichi c’è una consacrazione.

Il ministero nasce per il Popolo di Dio e trova proprio nel servizio la sua verità. L’identità sacramentale non autorizza alcuna superiorità sociale o spirituale. Quanto più è forte la coscienza del dono ricevuto, tanto più dovrebbe diventare evidente che quel dono non è stato conferito per costruire una posizione personale.

Il sacerdote viene ordinato per gli altri.

Annuncia una Parola che non gli appartiene. Celebra sacramenti che non possiede. Guida una comunità della quale rimane anch’egli discepolo. Perdona peccati attraverso un potere che ha ricevuto. Presiede l’Eucaristia perché Cristo continui sacramentalmente a nutrire il proprio popolo.

La grandezza del ministero coincide così con il suo carattere di servizio.

Questo permette anche di correggere due immagini opposte che periodicamente ritornano nella Chiesa.

Da una parte esiste la tentazione di ridurre il sacerdote a un operatore pastorale specializzato, quasi che le sue funzioni possano essere comprese esclusivamente attraverso criteri organizzativi. In questa prospettiva ciò che conta è ciò che il prete sa fare e l’identità sacramentale finisce lentamente sullo sfondo.

Dall’altra può emergere una concezione quasi separata del sacerdote, come se la configurazione sacramentale a Cristo lo collocasse fuori dal Popolo di Dio e gli attribuisse una dignità cristiana superiore.

Il Vaticano II tiene insieme ciò che entrambe le immagini separano.

Il ministro ordinato appartiene al Popolo di Dio e nasce sacramentalmente al suo interno. Proprio dentro questo popolo riceve una funzione differente e necessaria, ordinata a far crescere il Corpo di Cristo.

Leone XIV, parlando ai sacerdoti il 26 giugno, ha richiamato con forza anche la fraternità presbiterale. Ha chiesto che i preti non vivano come concorrenti o individualisti e ha collegato la capacità di costruire comunità alla qualità della comunione vissuta anzitutto tra i ministri.

È un elemento che completa bene il discorso sull’identità.

Essere configurati sacramentalmente a Cristo non rende autosufficienti.

Il sacerdote ha bisogno della Chiesa che lo ha chiamato, formato e ordinato. Ha bisogno del vescovo, del presbiterio e del popolo al quale viene inviato. Ha bisogno soprattutto di continuare a vivere quell’amicizia con Cristo dalla quale, secondo le parole del Papa, nasce e si alimenta il ministero.

Quando questa sorgente viene dimenticata, il carattere sacramentale rimane e l’esistenza può progressivamente allontanarsi da ciò che quel carattere significa.

Qui si comprende anche la santificazione sacerdotale.

Non consiste nel diventare progressivamente qualcosa di diverso dall’uomo che siamo. Consiste nel permettere alla grazia ricevuta di attraversare sempre più profondamente quella umanità, rendendola capace di portare il modo di sentire e di servire di Cristo.

Forse, allora, alla domanda iniziale possiamo rispondere con maggiore precisione.

Sacerdoti non si nasce.

Si può nascere dentro una storia nella quale Dio prepara una chiamata. Quella chiamata viene progressivamente riconosciuta, vagliata dalla Chiesa e accompagnata attraverso la formazione. Poi arriva un giorno nel quale un uomo si inginocchia davanti al vescovo e, mediante l’imposizione delle mani e la preghiera consacratoria, riceve qualcosa che prima non possedeva.

Da quel giorno è sacerdote.

E comincia un’altra nascita, molto più lunga: imparare ogni giorno a vivere secondo il dono che ha ricevuto.

Forse tutta la vita sacerdotale sta precisamente in questa distanza feconda tra ciò che il sacramento ha già compiuto e ciò che il cuore deve ancora lasciarsi compiere da Cristo.

Papa Leone XIV, Incontro promosso dal Dicastero per il Clero, 26 giugno 2025
Concilio Vaticano II, Presbyterorum ordinis
Concilio Vaticano II, Lumen gentium

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