don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

Oggi
Calendario liturgico

Quando la fede diventa materia da commento e dimentichiamo la responsabilità di comprendere

Cari amici, Dante apre il secondo canto del Paradiso con un avvertimento che, riletto oggi, possiede una sorprendente attualità. Rivolgendosi a coloro che stanno seguendo il suo viaggio, li paragona a uomini raccolti in una «piccioletta barca» e li invita a non inoltrarsi troppo facilmente nel mare aperto se non sono preparati a sostenere ciò che stanno per incontrare. Non è il gesto altezzoso di chi vuole riservare il sapere a pochi iniziati; è piuttosto la consapevolezza che esistono acque nelle quali la buona volontà non basta e nelle quali una guida improvvisata può smarrire se stessa insieme a coloro che la seguono.

Mi è tornata alla mente questa immagine osservando il modo con cui oggi discutiamo di fede, liturgia e vita della Chiesa. Questioni che per secoli hanno richiesto anni di studio, conoscenza delle fonti, familiarità con la storia e capacità di distinguere i diversi livelli del Magistero vengono affrontate quotidianamente nello spazio brevissimo di un post, di un video o di una risposta scritta sotto una fotografia. Il fenomeno non sarebbe di per sé preoccupante, perché una Chiesa nella quale i fedeli desiderano conoscere ciò che credono possiede certamente qualcosa di vivo. La difficoltà comincia quando l’accesso immediato alle informazioni viene confuso con la comprensione e quando la facilità con cui possiamo parlare di un argomento ci persuade di averne già acquistato la competenza.

Internet ha modificato profondamente il nostro rapporto con il sapere. In pochi secondi possiamo trovare un documento pontificio, una costituzione conciliare, un testo liturgico antico, una pagina di san Tommaso o un intervento di un teologo contemporaneo. È una possibilità straordinaria, che le generazioni precedenti non possedevano. Nello stesso istante, però, possiamo estrarre una frase dal suo contesto, accostarla a un’altra proveniente da un’epoca diversa e costruire con entrambe una conclusione che nessuno dei due testi sostiene realmente. L’abbondanza delle fonti non produce automaticamente una migliore conoscenza; qualche volta rende soltanto più sofisticata la nostra possibilità di confermare ciò che avevamo già deciso di pensare.

La teologia conosce da sempre questo problema e ha cercato di affrontarlo attraverso un metodo. Prima di formulare un giudizio bisogna stabilire che cosa un testo realmente affermi, quale autorità possieda, in quale contesto sia stato scritto e quale rapporto abbia con ciò che la Chiesa ha insegnato altrove. Occorre distinguere una definizione dogmatica da un intervento pastorale, una disciplina modificabile da una verità appartenente al deposito della fede, un abuso liturgico dalla norma che quell’abuso contraddice. Sono distinzioni che possono apparire pazienti e perfino noiose, soprattutto in un ambiente comunicativo che premia la risposta rapida; proprio questa pazienza impedisce però di trasformare la fede in un repertorio di citazioni utilizzate come proiettili.

Non credo che la soluzione consista nel dire ai fedeli: lasciate parlare gli specialisti e limitatevi ad ascoltare. Sarebbe una risposta ecclesialmente povera e, in fondo, incapace di riconoscere la dignità battesimale del popolo cristiano. La fede cerca l’intelligenza e il credente ha il diritto di porre domande, di approfondire ciò che riceve, di conoscere le ragioni della dottrina e di esprimere anche le proprie difficoltà. La Chiesa ha bisogno di fedeli formati, non di persone mantenute in una minorità permanente.

Proprio perché questo diritto è serio, richiede una responsabilità altrettanto seria. Un fedele può avere una sensibilità liturgica molto profonda senza essere per questo uno storico della liturgia; può possedere un grande amore per la Tradizione senza conoscere ancora la complessità con cui essa si è sviluppata; può avvertire una difficoltà davanti a un documento recente senza essere immediatamente in grado di stabilirne tutte le implicazioni teologiche. Riconoscere questi limiti non significa svalutare la persona. Significa accettare quella condizione umana nella quale ciascuno di noi conosce alcune cose meglio di altre e continua ad avere bisogno di imparare.

La stessa regola vale per chi possiede titoli accademici. La competenza non rende infallibili, e la storia della teologia è piena di studiosi autorevoli che hanno discusso tra loro e qualche volta hanno anche sbagliato. Un titolo non dispensa dal dovere di argomentare, né trasforma automaticamente una lettura personale nel pensiero della Chiesa. La differenza sta nel metodo e nella responsabilità con cui una conclusione viene raggiunta.

È precisamente questa differenza che i social tendono a cancellare. Davanti allo schermo, una spiegazione maturata attraverso anni di studio e un’opinione formulata cinque minuti dopo avere letto un titolo occupano visivamente lo stesso spazio. Possono ricevere entrambe migliaia di condivisioni e, talvolta, la seconda avrà molta più fortuna della prima proprio perché offre ciò che l’algoritmo e il nostro bisogno di sicurezza desiderano: una risposta semplice, un colpevole riconoscibile e la sensazione rassicurante di avere finalmente capito tutto.

Le questioni ecclesiali diventano particolarmente vulnerabili a questo meccanismo perché toccano qualcosa che amiamo. Quando una persona percepisce che la Messa, la dottrina, il Papa o la Tradizione vengono messi in pericolo, reagisce con una partecipazione affettiva che non può essere liquidata come irrazionale. È normale soffrire per ciò che si ama. Proprio questa vulnerabilità può però essere utilizzata da chi costruisce la propria comunicazione sulla mobilitazione permanente dell’indignazione.

Qui la responsabilità maggiore ricade su chi parla avendo un seguito. Un sacerdote, un teologo, un giornalista cattolico o una persona molto ascoltata sui social sa che le proprie parole non rimarranno soltanto nella sfera di una discussione teorica. Verranno ricevute da persone che spesso non hanno il tempo o gli strumenti necessari per verificare autonomamente tutto ciò che ascoltano. Quando si presenta una questione controversa come se avesse una sola spiegazione possibile, quando si omettono deliberatamente gli elementi che complicherebbero la propria tesi o quando si suggerisce che chi non condivide quella lettura sia ormai compromesso con l’errore, si sta chiedendo ai lettori un atto di fiducia molto più grande di quanto sembri.

È qui che la «piccioletta barca» di Dante diventa un’immagine pastorale. Il problema non è che la barca sia piccola. Tutti siamo piccoli davanti alla grandezza del mistero cristiano. Anche il più grande teologo rimane un discepolo e non diventa proprietario della Rivelazione che studia. Il problema nasce quando qualcuno convince la piccola barca di possedere già una nave capace di attraversare qualsiasi oceano e la manda in mare aperto senza avere insegnato a leggere le correnti.

Penso soprattutto alle discussioni sulla liturgia, nelle quali questo fenomeno è diventato particolarmente evidente. Una fotografia di una celebrazione può bastare per formulare un giudizio sull’intero postconcilio; una citazione proveniente da un messale antico può diventare la prova di una presunta perdita della fede eucaristica; un abuso realmente avvenuto viene assunto come espressione necessaria della riforma. Dalla parte opposta, una legittima domanda sulla continuità liturgica può essere liquidata immediatamente come nostalgia o rifiuto del Concilio. In entrambi i casi viene eliminato proprio ciò di cui avremmo maggiore bisogno: la possibilità di comprendere prima di schierarci.

La recente catechesi ecclesiale sulla liturgia ci sta ricordando qualcosa di molto semplice e insieme impegnativo: il rito non appartiene alle nostre guerre culturali. È una realtà ricevuta dalla Chiesa e chiede di essere conosciuta dall’interno, attraverso la Scrittura, la Tradizione e la disciplina liturgica. Chi desidera discuterne seriamente dovrebbe quindi avere la pazienza di entrare in questa storia prima di utilizzare un singolo elemento come conferma della propria posizione.

Lo stesso vale per il Concilio Vaticano II. Sessant’anni di discussioni ci hanno lasciato una situazione singolare nella quale alcune persone parlano continuamente del Concilio senza leggerne i documenti, mentre altre li citano esclusivamente per dimostrare che ciò che è avvenuto successivamente ne sarebbe stato un tradimento. Tra queste letture esiste uno spazio molto più ampio, nel quale i testi possono essere studiati, la loro ricezione può essere valutata criticamente e gli sviluppi successivi possono essere confrontati con ciò che essi realmente stabilirono.

Questo lavoro richiede tempo, e il tempo è precisamente ciò che la comunicazione contemporanea concede con maggiore difficoltà. Quando una notizia ecclesiale appare al mattino, entro mezzogiorno abbiamo già interpretazioni definitive, schieramenti formati e giudizi sulla direzione futura della Chiesa. Il pomeriggio porta le repliche e la sera qualcuno sta già spiegando perché tutto ciò confermi una crisi iniziata decenni prima. Il giorno seguente arriva una nuova notizia e l’intero meccanismo ricomincia. È difficile immaginare un ambiente meno favorevole al discernimento.

Forse dovremmo recuperare il diritto a non avere immediatamente un’opinione. Non è codardia intellettuale e non significa sottrarsi alle questioni importanti. Può essere una forma di rispetto verso la verità, perché alcune cose chiedono di essere lette più volte e confrontate con fonti che non conoscevamo. Un cattolico non diventa meno fedele se, davanti a una controversia, dice semplicemente: devo capire meglio.

Questa umiltà dovrebbe appartenere anche al linguaggio con cui correggiamo gli altri. La persona che ha ricevuto un’informazione sbagliata non è necessariamente in malafede; spesso ha affidato la propria fiducia a qualcuno che riteneva autorevole. Rispondere con disprezzo produce quasi sempre l’effetto opposto a quello desiderato, perché spinge il fedele a rifugiarsi ancora più profondamente nel gruppo nel quale si sente compreso e protetto.

La formazione cristiana dovrebbe invece rendere progressivamente più liberi. Una persona formata impara a verificare una citazione, a cercare il testo completo, a distinguere ciò che la Chiesa insegna da ciò che un autore afferma a nome proprio. Impara anche che la complessità non è necessariamente ambiguità e che una domanda difficile non trova sempre una risposta capace di stare dentro una frase condivisibile sui social.

Questo non significa trasformare la fede in un privilegio degli intellettuali. La maggior parte dei cristiani non avrà tempo di studiare teologia sistematica e non ne ha bisogno per vivere santamente. La fede della Chiesa è stata custodita per secoli anche da persone semplicissime, capaci di una sapienza che nessuna università può produrre. Proprio per questo chi possiede strumenti maggiori ha una responsabilità più grande verso di loro: chiarire senza manipolare, spiegare senza umiliare, distinguere senza costruire nebbia.

Le acque profonde della fede appartengono a tutto il popolo di Dio. Nessuno può recintarle e dichiararle proprietà di una classe di specialisti. Rimane però vero l’avvertimento di Dante: per inoltrarsi bisogna riconoscere la grandezza del mare e la fragilità dei nostri remi.

Forse il primo servizio alla verità comincia proprio qui, quando smettiamo di parlare come se avessimo già compreso tutto e ricominciamo ad avere abbastanza rispetto per la fede da studiarla prima di usarla nelle nostre battaglie, e abbastanza rispetto per i fratelli da non trasformarli in equipaggio di guerre che non hanno scelto.

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