don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

Oggi
Calendario liturgico

Memoria e missione nella Casa Madre dei Missionari del Preziosissimo Sangue

È ormai notte a San Felice.

La giornata del 15 agosto si è conclusa e l’Abbazia è tornata al suo silenzio. Fuori, il cielo è attraversato dai lampi; tra una folata di vento e l’altra arrivano i grilli, ostinati nel loro canto, come se queste mura antiche avessero ancora bisogno di una voce quando tutto il resto tace.

In una notte così è difficile vivere San Felice semplicemente come il luogo nel quale abito.

Da quando mi è stato affidato il servizio di direttore della comunità, questa casa è diventata inevitabilmente anche una responsabilità. Ogni giorno se ne amministrano le necessità molto concrete, si affrontano lavori, ospitalità, problemi e quella interminabile quantità di piccole cose con cui gli edifici millenari ricordano agli uomini la propria fragilità. Poi arrivano momenti nei quali tutto questo si ritira per qualche ora sullo sfondo e l’Abbazia torna a parlare attraverso la propria storia.

Questa sera accade proprio così.

Il pensiero ritorna al 15 agosto 1815, quando Gaspare del Bufalo, Gaetano Bonanni, Adriano Giampedi e Vincenzo Tani iniziarono qui la vita della prima comunità stabile di ciò che sarebbe diventato l’Istituto dei Missionari del Preziosissimo Sangue. La storia che li aveva condotti fino a San Felice era cominciata prima, attraverso gli Operai Evangelici di Bonanni, l’esperienza missionaria condivisa e quella intuizione spirituale del Sangue di Cristo che in Gaspare avrebbe progressivamente dato una fisionomia precisa all’intera opera.

Noi conosciamo ciò che accadde dopo.

Loro no.

È forse questo il particolare che, stasera, mi colpisce più di ogni altro. Quando entrarono in questa casa non potevano conoscere la geografia futura della Congregazione, le nazioni che sarebbero state raggiunte, le lingue nelle quali sarebbe stato annunciato il Vangelo, le opere che sarebbero nate e quelle che, dopo aver compiuto il proprio servizio, si sarebbero concluse. Avevano davanti qualcosa di molto più semplice e molto più impegnativo: il tratto di strada che il Signore chiedeva loro di percorrere.

Da allora generazioni di Missionari sono passate attraverso questa casa.

Alcuni hanno lasciato nomi che ancora ricordiamo; molti altri sono conosciuti soltanto da Dio e dalle persone alle quali hanno annunciato il Vangelo. Hanno pregato in questa chiesa, attraversato questi corridoi, celebrato all’altare, studiato, discusso, condiviso il pane e la fatica della vita comunitaria. Da qui sono partiti per le missioni e qui qualcuno è ritornato per riprendere forza prima di ricominciare.

Quando si vive ogni giorno dentro un luogo così, si rischia quasi di abituarsi.

La pietra diventa parete, la storia diventa arredamento e ciò che per un visitatore possiede il fascino delle origini rischia di trasformarsi, per chi vi abita, nella normalità quotidiana. Forse proprio per questo servono notti come questa, nelle quali il silenzio restituisce alle cose la loro profondità.

Essere direttore di San Felice significa allora qualcosa che va oltre la custodia materiale della Casa. Non perché mi appartenga una particolare dignità derivante dal luogo, e neppure perché vivere qui conceda qualche diritto sulla storia. Accade quasi il contrario: più ci si rende conto di ciò che queste mura hanno custodito, più si comprende di esserne soltanto ospiti temporanei.

Noi passiamo. La consegna rimane.

Ed è una consegna molto precisa: il Sangue di Cristo.

Questa espressione potrebbe diventare facilmente familiare fino a perdere la propria forza. La pronunciamo nel nome della Congregazione, la troviamo nelle preghiere e nei testi della nostra spiritualità, accompagna le nostre celebrazioni e identifica pubblicamente la famiglia alla quale apparteniamo. Eppure il carisma vive soltanto quando quelle parole continuano a portarci al mistero che indicano.

Il Sangue di Cristo racconta fino a dove Dio ha voluto spingersi per l’uomo.

Per questo non permette di considerare nessuna persona definitivamente perduta. Ricorda al sacerdote che la riconciliazione non è un settore del ministero e che la misericordia non è una strategia pastorale. Ci riporta all’Eucaristia, alla Croce, al perdono ricevuto e offerto, alla dignità di ogni esistenza raggiunta dal prezzo della Redenzione.

In questa casa tutto è cominciato perché alcuni uomini hanno creduto abbastanza in questa realtà da consegnarle la propria vita.

Stasera penso soprattutto ai confratelli che vivono lontano da qui.

San Felice è la Casa Madre e una madre, quando i figli sono diventati adulti, raramente li vede tutti raccolti nella stessa stanza. Li sa dispersi nelle loro vite, conosce le strade che hanno preso e continua a custodire per ciascuno un posto nella memoria della casa.

Così immagino questa Abbazia.

Penso ai Missionari che annunciano il Vangelo in continenti che i nostri primi confratelli conoscevano appena sulle carte geografiche, a quelli che esercitano il ministero in grandi comunità e a quanti vivono quasi soli, ai giovani che stanno cominciando e a chi porta ormai sul corpo il peso di molti anni di servizio. Penso anche ai confratelli che attraversano stagioni difficili, perché una famiglia reale non è composta soltanto dalle sue pagine luminose.

Da San Felice vorrei raggiungerli tutti con una gratitudine semplice.

Questa sera il pensiero va anche a coloro che hanno sostenuto la Congregazione senza appartenervi formalmente: fedeli, amici, benefattori, persone che hanno pregato per noi e tante famiglie nelle quali un missionario ha trovato accoglienza. Una storia religiosa non viene costruita soltanto dagli uomini i cui nomi finiscono negli annali. Vive grazie a una rete molto più grande di fedeltà nascoste.

Forse anche per questo mi torna spontaneamente la più antica preghiera mariana: Sub tuum praesidium confugimus, Sancta Dei Genetrix.

Ci rifugiamo sotto la tua protezione, santa Madre di Dio.

La prima Casa fu aperta nella solennità dell’Assunzione e questa coincidenza continua a parlare. Maria non trattiene ciò che riceve da Dio. Lo accoglie e lo consegna. È una forma della missione che una famiglia apostolica dovrebbe continuamente imparare.

Custodire senza impossessarsi.

Ricevere senza pensare di esserne proprietari.

Consegnare senza pretendere di stabilire che cosa il Signore farà dopo di noi.

Mentre scrivo, i lampi continuano ad attraversare il cielo sopra San Felice. I grilli hanno ricominciato il loro canto e l’Abbazia sembra ancora più grande nel buio.

Domani torneranno le occupazioni ordinarie e queste mura riprenderanno la loro discrezione. Questa notte, però, desidero conservare una cosa sola: la gratitudine di poter abitare, per un tratto della mia vita, il luogo nel quale una storia più grande di noi ha trovato la sua prima casa.

Da qui tutto è cominciato.

Da qui molti sono partiti.

E proprio per questo San Felice continua a ricordarci che il valore di una Casa Madre non consiste nel trattenere i figli, bensì nel custodire la sorgente dalla quale possano continuamente ripartire.

Madre Assunta, custodisci questa casa e tutta la nostra famiglia missionaria. San Gaspare, insegnaci ancora la libertà di partire quando il Vangelo chiama. E tu, Signore Gesù, fa’ che il tuo Sangue non diventi per noi soltanto il nome di una storia ricevuta, e continui ad essere la ragione per cui vale la pena consegnare la vita.

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