don Mario Proietti, C.PP.S.

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SACRIFICIO, ESPIAZIONE, RIPARAZIONE: PAROLE CHE IL CONCILIO NON HA CANCELLATO

Cari amici, tornando in questi giorni su alcune discussioni che accompagnano ormai da molto tempo la ricezione del Concilio Vaticano II, mi sono soffermato su un aspetto che credo meriti maggiore attenzione, perché riguarda alcune parole che per secoli hanno fatto parte con naturalezza del linguaggio cristiano e che oggi, almeno nella predicazione ordinaria, sembrano essere diventate molto più rare. Penso in particolare a sacrificio, espiazione e riparazione, termini che a qualcuno evocano immediatamente una spiritualità severa, legata a una stagione ecclesiale ormai trascorsa, e che proprio per questo rischiano di essere percepiti come incompatibili con il rinnovamento teologico e pastorale maturato nel Novecento.

Prima di accettare una simile conclusione, conviene però tornare ai testi, perché la memoria ecclesiale, quando viene affidata alle impressioni, possiede quella singolare capacità di trasformare pochi decenni in un’epoca mitologica nella quale ciascuno ritrova esattamente ciò che aveva deciso di cercare.

La Sacrosanctum Concilium, primo documento promulgato dal Vaticano II, parla dell’Eucaristia con un linguaggio che non lascia molti dubbi. Cristo, nell’ultima Cena, istituì «il sacrificio eucaristico del suo corpo e del suo sangue» per perpetuare nei secoli il sacrificio della Croce, affidando alla Chiesa il memoriale della propria morte e risurrezione. Nello stesso passaggio il Concilio parla dell’Eucaristia come sacramento di amore, segno di unità e convito pasquale, mostrando quanto fosse estranea alla sua intenzione qualsiasi contrapposizione tra dimensione sacrificale e dimensione conviviale.

È un punto che considero importante, perché molte discussioni sulla liturgia sono state costruite proprio attraverso alternative che i testi conciliari non conoscono. Sacrificio e memoriale appartengono alla stessa realtà, così come l’offerta della Croce e il banchetto eucaristico convergono nell’unico mistero pasquale celebrato dalla Chiesa. Quando il Concilio chiede ai fedeli di partecipare pienamente alla celebrazione, non immagina una partecipazione ridotta alla comprensione delle parole o alla presenza attiva nei diversi ministeri liturgici; al numero 48 della Sacrosanctum Concilium invita il popolo cristiano a offrire la vittima immacolata insieme con il sacerdote e, attraverso questa offerta, a imparare progressivamente a offrire se stesso.

Anche Presbyterorum ordinis, parlando della vita dei sacerdoti, conserva lo stesso orizzonte. Il ministero presbiterale viene messo in relazione con l’offerta dei doni e dei sacrifici per i peccati e con Cristo che ha consegnato se stesso per la santificazione degli uomini. La celebrazione eucaristica viene così ricondotta a una forma di vita nella quale il sacerdote, proprio perché celebra sacramentalmente l’offerta del Signore, è chiamato a lasciarsi trasformare dalla logica di ciò che celebra.

Alla luce di questi testi mi sembra difficile sostenere che il Vaticano II abbia voluto abbandonare il linguaggio sacrificale della tradizione cattolica. È però altrettanto difficile negare che, nel lungo processo di ricezione seguito al Concilio, alcune di queste parole abbiano perso progressivamente spazio, soprattutto nella catechesi e nella predicazione ordinaria.

Le ragioni di questo cambiamento sono più complesse di quanto suggeriscano le ricostruzioni polemiche.

Una parte della teologia del Novecento ha giustamente avvertito la necessità di purificare alcune rappresentazioni della redenzione nelle quali il rapporto tra Padre e Figlio poteva essere compreso in maniera quasi giuridica, come se il Padre, offeso dal peccato, avesse bisogno della sofferenza del Figlio prima di poter concedere il perdono. Una simile immagine rende molto difficile riconoscere che la salvezza nasce dall’iniziativa stessa di Dio, perché è il Padre che dona il Figlio e il Figlio che, nella libertà dell’amore, accoglie la missione ricevuta e consegna la propria vita.

La Croce manifesta dunque fino a quale profondità Dio abbia voluto raggiungere l’uomo dentro la sua lontananza, assumendo la storia ferita dal peccato e aprendola nuovamente alla comunione. Se questa prospettiva viene custodita, anche il linguaggio dell’espiazione può essere compreso senza attribuire a Dio una logica di vendetta che gli è estranea.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica, promulgato diversi decenni dopo il Vaticano II, continua infatti a utilizzare con grande naturalezza le categorie di sacrificio, espiazione, soddisfazione e riparazione. Le colloca tutte dentro l’unica offerta di Cristo, mostrando come la sua obbedienza amorosa ricomponga la disobbedienza dell’uomo e renda possibile quella riconciliazione che l’umanità non avrebbe potuto procurarsi da sola.

Questo significa anche che l’espiazione non può essere compresa come il prezzo necessario per trasformare un Dio ostile in un Dio misericordioso. È piuttosto la forma assunta dalla misericordia quando entra realmente nella storia del peccato e ne affronta fino in fondo le conseguenze. Il male viene preso sul serio proprio perché l’amore di Dio è serio, e il perdono cristiano possiede una profondità così grande perché non consiste nel dichiarare inesistente la ferita, bensì nel ricomporre una comunione che era stata realmente spezzata.

Dentro questa prospettiva si comprende anche la riparazione, che nel linguaggio spirituale contemporaneo rischia forse di essere la categoria più difficile da recuperare. Per lungo tempo essa è stata legata soprattutto alla devozione al Sacro Cuore, alla contemplazione della Passione e ad alcune forme di offerta che oggi possono apparire lontane dalla sensibilità di molti cristiani. Eppure Papa Francesco, nella Dilexit nos, è tornato espressamente su questo tema, chiarendo che ogni autentica riparazione cristiana riceve il proprio significato dall’unica e definitiva offerta redentrice di Cristo.

La nostra risposta non aggiunge qualcosa a ciò che mancherebbe alla Croce. Nasce piuttosto dal desiderio di lasciarci coinvolgere da quell’amore e di permettergli di raggiungere, attraverso la nostra esistenza, le ferite che il peccato continua a produrre.

Questo passaggio mi sembra particolarmente importante, perché restituisce alla riparazione una dimensione profondamente concreta. Dove una relazione è stata spezzata, dove una persona è stata ferita, dove un’ingiustizia ha prodotto conseguenze che continuano nel tempo, l’amore cristiano non può accontentarsi della buona intenzione. Cerca, per quanto possibile, di ricomporre ciò che è stato lacerato, assumendosi una responsabilità che diventa forma della carità.

Anche il termine sacrificio può essere compreso soltanto dentro questa logica. Il cristianesimo non attribuisce alla sofferenza un valore autonomo e non invita a cercarla come se il dolore rendesse automaticamente più graditi a Dio. Gesù non salva perché ha sofferto molto; salva perché, dentro la sofferenza che gli viene inflitta, continua ad amare il Padre e gli uomini fino alla piena consegna di sé.

È questa libertà del Figlio a trasformare la Croce in offerta.

Quando allora san Paolo invita i cristiani a offrire i propri corpi come sacrificio vivente, non chiede loro di costruire una vita dominata dalla rinuncia o di cercare prove da sopportare. Li invita a lasciare che tutta l’esistenza venga abitata dalla stessa logica di Cristo, così che il lavoro, le relazioni, le responsabilità quotidiane e perfino le sofferenze che inevitabilmente attraversano ogni vita possano essere vissute dentro un rapporto di offerta al Padre.

L’Eucaristia educa precisamente a questo. Partecipare alla Messa significa essere progressivamente introdotti nella forma pasquale della vita di Cristo, ricevendo il suo Corpo e lasciandosi trasformare dalla sua offerta. Il Concilio, quando chiede ai fedeli di non rimanere spettatori estranei, li conduce verso questa partecipazione molto più profonda, nella quale l’azione liturgica diventa scuola dell’esistenza cristiana.

Alla luce di tutto questo, la rarefazione di termini come espiazione e riparazione nella predicazione recente non dovrebbe essere spiegata semplicemente come conseguenza necessaria del Vaticano II. I documenti conciliari non lo permettono e il Magistero successivo continua a utilizzare quelle categorie.

La domanda più interessante riguarda piuttosto il modo in cui il Concilio è stato recepito.

Nella volontà, certamente legittima, di presentare il volto misericordioso di Dio e di liberare la predicazione da alcune tonalità troppo dominate dal timore, può essere accaduto che la misericordia sia stata talvolta separata dalla gravità del peccato che essa viene a sanare. Nel desiderio di valorizzare la dimensione conviviale dell’Eucaristia, la dimensione sacrificale può essere stata lasciata maggiormente sullo sfondo. Nel tentativo di liberare la spiritualità da forme percepite come doloristiche, la riparazione ha finito spesso per sembrare una parola appartenente a un lessico che si poteva tranquillamente lasciare alle generazioni precedenti.

Ogni rinnovamento ecclesiale porta con sé anche processi di selezione. Alcuni aspetti vengono riscoperti con forza, altri arretrano, talvolta quasi senza che ci si accorga di quanto spazio abbiano perduto. La ricezione del Concilio non fa eccezione, e proprio per questo, dopo più di sessant’anni, possediamo oggi una distanza storica sufficiente per domandarci se alcuni equilibri possano essere nuovamente ricomposti.

Il punto non consiste nel restaurare artificialmente una spiritualità precedente o nel riprendere parole antiche semplicemente perché antiche. Una parola cristiana continua ad avere diritto di cittadinanza nella predicazione quando custodisce una realtà della fede che rischierebbe altrimenti di essere dimenticata.

Sacrificio ricorda che l’amore cristiano possiede una forma oblativa e conduce l’uomo fuori dal ripiegamento su se stesso. Espiazione custodisce la serietà del peccato e la gratuità di una riconciliazione che viene da Dio. Riparazione ricorda che l’amore ricevuto genera una responsabilità verso ciò che il male ha ferito.

Queste categorie acquistano il loro vero significato soltanto quando rimangono unite all’intero mistero pasquale e si lasciano illuminare dalle altre parole che il rinnovamento biblico e liturgico ha giustamente riportato al centro, come memoriale, comunione, Pasqua e riconciliazione. In questo modo il linguaggio cattolico ritrova quella capacità di contenere dimensioni differenti senza costringerle continuamente a combattersi.

Il memoriale eucaristico non rende superfluo il sacrificio, perché rende sacramentalmente presente l’unica offerta pasquale di Cristo; il sacrificio non oscura il banchetto, perché proprio dalla consegna del Signore nasce la comunione con Lui e tra i fratelli. Allo stesso modo, la misericordia non svuota l’espiazione, perché l’espiazione descrive il modo con cui la misericordia raggiunge il peccato per trasformarlo dall’interno.

Forse la questione decisiva sta proprio qui.

Abbiamo spesso letto il post-Concilio attraverso la domanda su ciò che sarebbe stato abolito, mentre potrebbe essere più fecondo domandarci quali parti dell’eredità cattolica siano rimaste nei documenti e abbiano però conosciuto una minore trasmissione nella vita concreta della Chiesa.

Il Concilio continua a parlarci di sacrificio. Il Catechismo continua a parlare di espiazione. Papa Francesco ha continuato a parlare di riparazione. Nelle catechesi sulla Sacrosanctum Concilium, anche Leone XIV ha ripreso la definizione conciliare dell’Eucaristia come sacrificio istituito da Cristo per perpetuare nei secoli il sacrificio della Croce.

Questo filo attraversa epoche ecclesiali molto diverse e proprio per questo suggerisce prudenza quando si tenta di attribuire al Concilio l’origine di ogni impoverimento successivo.

Forse il lavoro che ci attende è più paziente. Occorre tornare ai testi, riconoscere ciò che il rinnovamento ha aiutato a comprendere meglio e permettere anche alle parole meno frequentate di tornare a parlare quando custodiscono ancora qualcosa di essenziale.

La fede cattolica non cresce attraverso la sostituzione continua di un vocabolario con un altro, perché ogni stagione ecclesiale rischierebbe così di smarrire ciò che la precedente aveva custodito. Cresce quando riesce a integrare le proprie acquisizioni, purificando ciò che aveva bisogno di essere corretto e conservando ciò che appartiene alla sostanza del mistero cristiano.

Dentro questa continuità, sacrificio, espiazione e riparazione possono ancora trovare il loro posto. Non come relitti di un cristianesimo severo, e neppure come parole da utilizzare per costruire nuove battaglie contro il Concilio, bensì come modi attraverso i quali la Chiesa continua a contemplare l’unica Pasqua di Cristo, dalla quale riceve la riconciliazione e nella quale impara a trasformare la propria vita in risposta all’amore ricevuto.

Forse abbiamo semplicemente bisogno di tornare ad ascoltare tutta la lingua della fede, senza scegliere soltanto le parole che ci risultano immediatamente congeniali. Perché quando una parte della grammatica cristiana viene dimenticata, prima o poi diventa più difficile comprendere anche le parole che abbiamo deciso di conservare.

Riferimenti essenziali

Concilio Vaticano II, Sacrosanctum Concilium, nn. 7, 47-48.

Concilio Vaticano II, Presbyterorum ordinis, nn. 2 e 13.

Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 599-623 e 1362-1372.

Papa Francesco, Dilexit nos, nn. 195-201.

Papa Leone XIV, Catechesi sulla Sacrosanctum Concilium, 24 giugno 2026.

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