don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

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I VOLENTEROSI E LA MEMORIA DEI NONNI

Ho trascorso la giornata con la mia mamma e sono tornato sul discorso che mi aveva fatto la sera precedente. Le ho domandato: «Allora, mamma, che cosa pensi di quelli che ci dicono di prepararci alla guerra?».

Si è voltata verso di me con lo sguardo di chi ascolta la notizia per la prima volta e mi ha risposto nella sua lingua semplice e definitiva: «E chi so sti matti?».

Aveva già dimenticato quanto ci eravamo detti. Alla sua età, la memoria trattiene alcune cose e ne lascia scivolare altre senza chiedere permesso. Non voglio trasformare questa fragilità in una sapienza che forse non intendeva esprimere. Quella domanda, però, ha continuato a lavorare dentro di me proprio per la sua immediatezza.

La televisione era accesa e mia madre, infastidita dal fatto che continuassi a parlarle sopra, mi ha intimato: «Zitto, fammi sentire». In quel momento il telegiornale ha nominato la “Coalizione dei volenterosi”. Lei si è girata ancora: «Che significa volenterosi? Chi sono questi?».

Ho provato a spiegarle che con questa espressione si indica il gruppo di Paesi disponibili a sostenere l’Ucraina e a contribuire alle garanzie di sicurezza necessarie per un eventuale accordo di pace. Lei ascoltava, cercando di orientarsi tra parole che appartengono al linguaggio della diplomazia e sembrano molto lontane dalla sua esperienza.

Per chi ha conosciuto la guerra attraverso i racconti della propria famiglia, certe espressioni non possiedono mai un suono astratto. Prepararsi alla guerra significa immaginare uomini mandati a combattere e famiglie che attendono. Significa pensare alle case dalle quali si fugge e a quelle nelle quali qualcuno non tornerà.

I comunicati ufficiali devono usare il linguaggio proprio delle istituzioni. Parlano di sicurezza e deterrenza. Sono realtà serie, perché uno Stato ha il dovere di proteggere la popolazione e il diritto internazionale riconosce la legittima difesa contro un’aggressione. La dottrina cattolica non confonde la pace con la passività davanti al male e sottopone l’uso della forza a condizioni morali molto rigorose.

Proprio per questo le parole richiedono responsabilità. Quando l’eventualità della guerra entra nel discorso pubblico come una prospettiva alla quale abituarsi, il linguaggio rischia di anticipare ciò che dovrebbe tentare in ogni modo di scongiurare. La necessità della difesa non autorizza a rendere normale l’idea del conflitto.

Nel testo che avevo scritto d’impulso, davanti alla domanda di mia madre, avevo pensato che ogni pace fosse giusta per il solo fatto di porre termine alla distruzione. Ripensandoci, devo riconoscere che questa affermazione è sbagliata. Esistono accordi che interrompono le armi lasciando intatta l’oppressione. Una pace imposta al più debole può preparare una violenza futura. Anche l’assenza dei combattimenti può convivere con la negazione dei diritti fondamentali.

Il Concilio Vaticano II afferma che la pace «non è la semplice assenza della guerra» e la chiama «opera della giustizia». Queste parole impediscono due scorciatoie. La prima consiste nell’invocare la pace come se bastasse interrompere il rumore delle armi, qualunque sia il prezzo pagato dalle vittime. L’altra trasforma la giustizia in una condizione talmente assoluta da rendere impossibile ogni trattativa e prolungare indefinitamente la morte.

La pace politica nasce quasi sempre dentro una storia ferita. Richiede negoziati e garanzie capaci di proteggere chi ha subito l’aggressione. Chiede anche di distinguere la giustizia possibile, che può essere costruita nella situazione concreta, dall’idea di una vittoria totale per la quale altri continueranno a morire.

È qui che la domanda di mia madre conserva la propria innocente severità: «Chi sono questi?».

Chi decide quanto a lungo debba continuare una guerra? Chi stabilisce quale sacrificio possa essere chiesto a un popolo? E chi porterà le conseguenze delle parole pronunciate negli studi televisivi o nelle sale dei vertici internazionali?

Sono domande legittime. Non producono da sole una soluzione e non consentono di ignorare la responsabilità di chi ha iniziato l’aggressione. Ricordano che dietro le formule strategiche esistono persone concrete e che ogni scelta politica dovrà essere misurata anche sulle vite che riesce a proteggere.

La parola “volenterosi” possiede un suono positivo. Evoca persone disponibili a impegnarsi quando altri esitano. Proprio per questo domanda chiarezza sul fine verso il quale viene orientata la volontà.

La determinazione è una virtù quando serve un bene giusto. Può diventare ostinazione quando la prosecuzione di una linea politica conta più della realtà che dovrebbe proteggere.

Non conosco le intenzioni personali dei capi di governo e non ho il diritto di attribuire loro motivazioni nascoste. Posso però interrogare le decisioni pubbliche e domandare quale idea di pace le orienti. La politica ha bisogno anche di questa vigilanza, soprattutto quando chiede ai cittadini di accettare nuovi sacrifici in nome della sicurezza.

La Chiesa non offre soluzioni tecniche già confezionate. Ricorda principi che nessuna strategia può ignorare: la dignità di ogni persona e il bene comune. Ricorda anche che il nemico resta un essere umano e che la vittoria militare, da sola, non riconcilia i popoli.

Mia madre non dispone del linguaggio della geopolitica. Custodisce un’altra misura, nata dentro una generazione che ha ricevuto la memoria della guerra quando le rovine erano ancora visibili e i lutti abitavano le famiglie. La sua domanda non distingue tra deterrenza e garanzie di sicurezza. Sente parlare di preparazione alla guerra e reagisce con lo stupore di chi riteneva che l’Europa avesse imparato qualcosa dalla propria storia.

Forse la memoria dei nonni serve proprio a questo. Non decide al posto della politica e non elimina il dovere della difesa. Le impedisce di dimenticare ciò che le parole significano quando diventano carne ferita.

Il telegiornale è andato avanti e mia madre ha continuato a guardarlo. Probabilmente, poco dopo, aveva già dimenticato anche la spiegazione sui “volenterosi”.

Io, invece, non sono riuscito a dimenticare la sua domanda.

«E chi so sti matti?».

Forse dovremmo ascoltarla prima di pronunciare con troppa facilità la parola guerra. E dovremmo ascoltarla anche quando invochiamo una pace incapace di rendere giustizia alle vittime.

Perché una pace autentica deve permettere agli uomini di tornare a vivere senza consegnare i più deboli alla legge del più forte.

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