Leone XIV a Sant’Anna: quando la missione della Chiesa illumina ricchezza, potere e pace
Nell’intervista pubblicata nei giorni scorsi, Papa Leone XIV ha ricordato che la priorità del suo ministero rimane il Vangelo e che il compito del Successore di Pietro non consiste nel presentarsi come colui che possiede la soluzione tecnica ai problemi del mondo. Una frase simile, isolata dal resto, potrebbe essere interpretata come l’indicazione di una Chiesa chiamata a ritirarsi dalle questioni concrete della storia per occuparsi esclusivamente dell’annuncio religioso. L’omelia pronunciata questa mattina nella parrocchia pontificia di Sant’Anna in Vaticano mostra invece quanto una simile interpretazione sarebbe riduttiva, perché il Papa, proprio partendo dalla Parola di Dio e dalla celebrazione eucaristica, è entrato in alcune delle ferite più concrete del nostro tempo, parlando del potere, della ricchezza, del lavoro e di un mondo seriamente minacciato dalla guerra.
La distinzione è importante perché riguarda la maniera stessa in cui la Chiesa comprende la propria presenza nella società. Essa non possiede competenze tecniche tali da sostituire i governi nelle decisioni economiche, non dispone di una strategia militare alternativa a quella degli Stati e non pretende di diventare un soggetto politico tra gli altri. Possiede però qualcosa che nessuna struttura politica può produrre autonomamente: una visione dell’uomo, della sua dignità e del significato morale delle realtà che egli costruisce. Proprio per questo il Vangelo può entrare dentro i problemi del mondo senza trasformarsi in un programma di governo, offrendo alla coscienza criteri che precedono le soluzioni tecniche e consentono di giudicarne l’orientamento umano.
Il Concilio Vaticano II aveva espresso questa relazione con una precisione che rimane sorprendentemente attuale. Gaudium et spes afferma che la missione propria affidata da Cristo alla Chiesa non è di ordine politico, economico o sociale, perché il suo fine è religioso; aggiunge immediatamente, però, che proprio da questa missione religiosa scaturiscono luce e forze capaci di contribuire alla costruzione della comunità umana. La distinzione dei compiti non produce quindi una separazione tra il Vangelo e la storia. Permette piuttosto alla Chiesa di entrare nella storia rimanendo se stessa, senza confondere l’annuncio di Cristo con una piattaforma politica e senza ridurre l’annuncio di Cristo a una parola talmente spiritualizzata da non avere più nulla da dire sulle condizioni concrete nelle quali gli uomini vivono. (Gaudium et spes)
L’omelia di Leone XIV a Sant’Anna si muove precisamente dentro questo spazio. Commentando la prima lettera a Timoteo, nella quale Paolo chiede che la comunità cristiana preghi «per i re e per tutti quelli che stanno al potere», il Papa non riduce questa preghiera a un gesto devoto compiuto da una Chiesa che osserva la politica da lontano. Pregare per chi governa significa chiedere che il potere venga esercitato secondo giustizia, che la ricchezza rimanga uno strumento ordinato al bene comune e che chi prende decisioni capaci di incidere sulla vita di milioni di persone non diventi prigioniero degli interessi che dovrebbe governare. È dentro questo ragionamento che Leone XIV pronuncia le parole più forti dell’omelia, pregando perché i governanti siano liberati dalla tentazione di usare la ricchezza contro l’uomo e di trasformarla in armi che distruggono i popoli o in monopoli che umiliano i lavoratori. (Leone XIV, Omelia a Sant’Anna, 21 settembre 2025)
Il punto centrale, a mio avviso, non consiste nel ricavare da quelle parole una condanna automatica di qualsiasi investimento militare o una teoria economica precisa. Il Papa non entra in quel livello e sarebbe scorretto costringerlo a farlo attraverso le nostre interpretazioni. Pone invece una domanda precedente e molto più radicale: a servizio di chi viene posta la ricchezza? Una società può aumentare la propria capacità economica, tecnologica e militare e nello stesso tempo perdere progressivamente il criterio per il quale quella potenza dovrebbe essere esercitata. Quando il mezzo diventa fine e la sicurezza viene perseguita senza più domandarsi quale uomo si desideri proteggere, il denaro cessa di essere amministrato e comincia a esercitare esso stesso una forma di dominio.
Leone XIV collega questa tentazione alla contrapposizione evangelica tra il servizio di Dio e la schiavitù della ricchezza. Non siamo quindi davanti a una condanna moralistica del possesso, perché la Scrittura non considera il bene materiale un male in se stesso. Il problema nasce quando la ricchezza modifica interiormente il rapporto dell’uomo con gli altri e gli permette di guardare persone, popoli e persino lavoratori come strumenti subordinati alla propria capacità di accumulare o dominare. Per questo il Papa afferma che chi cerca la giustizia trasforma la ricchezza in bene comune, mentre chi cerca il dominio finisce per trasformare il bene comune nella preda della propria avidità. È una distinzione spirituale prima ancora che economica, perché riguarda la direzione del cuore dalla quale nascono poi anche decisioni pubbliche e strutture sociali. (Leone XIV, Omelia del 21 settembre 2025)
Questa prospettiva aiuta a comprendere anche il riferimento alle armi senza trasformarlo immediatamente in uno slogan pacifista. La Chiesa possiede una riflessione molto più articolata sulla responsabilità degli Stati, sul diritto alla difesa e sulle condizioni morali nelle quali l’uso della forza può diventare legittimo. Ciò che Leone XIV richiama a Sant’Anna appartiene a un livello precedente: una società deve vigilare perché la paura, l’interesse economico e la logica della potenza non acquistino una forza tale da rendere la guerra progressivamente normale nella coscienza dei popoli. Il problema cristiano non nasce soltanto quando un conflitto comincia; nasce anche quando ci abituiamo a considerare inevitabile una cultura nella quale la capacità di distruzione cresce più rapidamente della capacità di costruire relazioni di fiducia.
È significativo che il Papa pronunci queste parole nel contesto della preghiera per i governanti. Paolo non chiede ai cristiani di maledire chi esercita il potere e neppure di trasformare la comunità ecclesiale in un centro permanente di opposizione politica. Chiede di pregare, perché il potere espone chi lo esercita a tentazioni che riguardano direttamente la libertà interiore. Più grandi sono le risorse amministrate e più profonde diventano le conseguenze delle decisioni; per questo la preghiera della Chiesa non sottrae responsabilità alla politica, bensì la colloca davanti a una misura che nessun calcolo di convenienza riesce a esaurire.
Anche l’Angelus pronunciato poche ore dopo sviluppa la stessa intuizione. Commentando la parabola dell’amministratore disonesto, Leone XIV ricorda che la vita e i beni che possediamo ci sono affidati e che saremo chiamati a rendere conto dell’uso che ne abbiamo fatto, davanti a Dio, alla società e perfino alle generazioni future. Il Papa lega così la responsabilità personale alla dimensione sociale della ricchezza e invita a utilizzare ciò che abbiamo per costruire relazioni di solidarietà e un mondo più giusto. La prospettiva rimane evangelica perché parte dal rapporto con Dio e proprio da quel rapporto arriva fino all’organizzazione concreta della convivenza umana. (Vatican News, Angelus del 21 settembre 2025)
Questo passaggio mi sembra particolarmente utile per comprendere che cosa significhi realmente affermare la priorità del Vangelo. Se il Vangelo viene ridotto a un settore religioso dell’esistenza, inevitabilmente entra in competizione con i problemi sociali: bisognerà decidere se parlare di Cristo oppure della povertà, se occuparsi della fede oppure del lavoro, se predicare la salvezza oppure interessarsi della pace. Dentro la visione cristiana questa alternativa perde consistenza, perché Cristo salva l’uomo concreto, lo stesso uomo che lavora, costruisce una famiglia, subisce decisioni economiche, partecipa alla vita politica e può trovarsi improvvisamente dentro una guerra che non ha scelto.
La Chiesa entra quindi nei problemi del mondo proprio a partire dalla propria identità religiosa. Se dimenticasse Cristo per diventare una delle tante organizzazioni impegnate nella giustizia sociale, perderebbe ciò che può offrire di specificamente cristiano; se utilizzasse Cristo come motivo per sottrarsi alle ferite degli uomini, tradirebbe quel Vangelo nel quale il Figlio di Dio ha assunto realmente la condizione umana. Gaudium et spes arriva a definire uno dei più gravi errori del nostro tempo la dissociazione tra la fede professata e la vita quotidiana, perché la vocazione eterna dell’uomo non rende irrilevanti i suoi doveri terreni e, anzi, li rende ancora più esigenti. (Gaudium et spes)
È precisamente in questa unità che l’omelia di Sant’Anna acquista il suo significato. Leone XIV non ha presentato un piano economico e non ha indicato quanto gli Stati debbano spendere per la difesa, perché quelle decisioni richiedono competenze, valutazioni e responsabilità che appartengono legittimamente alla comunità politica. Ha però ricordato che nessuna decisione economica o strategica diventa moralmente buona soltanto perché è tecnicamente possibile o politicamente conveniente. Ogni scelta deve prima o poi incontrare la domanda sulla dignità dell’uomo e sul bene comune al quale la ricchezza dovrebbe essere ordinata.
Anche per questo non credo sia necessario utilizzare le parole del Papa per commentare immediatamente singoli scandali politici, contratti controversi o dichiarazioni di questo o quel responsabile europeo. Sarebbe facile farlo e probabilmente produrrebbe un articolo più polemico, mentre rischierebbe di restringere enormemente la portata di ciò che Leone XIV ha detto. Gli scandali passano, cambiano i governi e mutano rapidamente le alleanze; il criterio evangelico rimane e sarà necessario anche quando i nomi oggi al centro della cronaca saranno stati dimenticati.
Quel criterio riguarda l’uso del potere. Chi governa riceve nelle proprie mani beni che non appartengono soltanto a lui: risorse economiche, capacità istituzionali, informazioni, strumenti di decisione e, in determinate circostanze, persino la facoltà di disporre della forza armata. Tutto questo acquista legittimità nella misura in cui viene ordinato al bene delle persone e non utilizzato per rendere le persone funzionali alla conservazione del potere stesso. La dottrina sociale della Chiesa nasce anche da questa convinzione: l’autorità non è proprietaria della società che governa, perché il bene comune possiede una priorità morale rispetto agli interessi di coloro che esercitano temporaneamente il potere.
La parola del Papa sul riarmo entra quindi in una questione molto più vasta della semplice quantità di denaro destinata alle armi. Ci obbliga a interrogarci sul tipo di società che stiamo costruendo e sulla velocità con cui il linguaggio della guerra può entrare nell’immaginario collettivo. Un popolo può avere bisogno di difendersi e nello stesso tempo deve continuare a custodire la pace come fine; può prepararsi responsabilmente davanti a un pericolo senza permettere che il pericolo diventi il principio attorno al quale organizzare tutta la propria visione dell’altro. Quando la sicurezza smette di essere ordinata alla pace e la pace comincia ad apparire come una parentesi fragile dentro una logica permanente di conflitto, qualcosa di profondo è già cambiato.
Leone XIV conclude infatti l’omelia ricordando che il nostro è un tempo seriamente minacciato dalla guerra, nel quale interi popoli vengono schiacciati dalla violenza e dall’indifferenza. La risposta ecclesiale che indica non consiste nell’isolarsi dalla storia né nel pretendere di governarla dall’esterno. Chiede alla comunità cristiana di annunciare con le parole e con le opere che Cristo è il Salvatore del mondo e, nutrita dall’Eucaristia, di diventare testimone di carità e di pace. In questo passaggio la priorità del Vangelo e la responsabilità davanti ai problemi del mondo finalmente coincidono, perché l’annuncio cristiano genera un modo concreto di abitare la storia. (Leone XIV, Omelia a Sant’Anna)
Forse è questa la correzione più utile alla maniera in cui spesso discutiamo della presenza pubblica della Chiesa. Alcuni vorrebbero che intervenisse continuamente offrendo soluzioni immediate su ogni questione politica; altri preferirebbero che si occupasse soltanto di culto e morale individuale, lasciando il resto alla totale autonomia della società. La tradizione cattolica percorre una strada più esigente, perché riconosce l’autonomia delle realtà temporali e contemporaneamente afferma che nessuna realtà umana diventa estranea al giudizio morale quando sono in gioco la dignità della persona e il bene comune.
La priorità rimane dunque il Vangelo, proprio come Leone XIV aveva detto nell’intervista. L’omelia di Sant’Anna permette però di capire la profondità di quella affermazione: il Vangelo non viene custodito mettendolo al riparo dai problemi del mondo, perché possiede una luce capace di entrarvi senza confondersi con essi. Il Papa non deve governare l’economia degli Stati o elaborare i loro piani strategici; deve continuare a ricordare a chi governa che il denaro rimane uno strumento, che il potere è un servizio e che nessuna sicurezza può essere costruita dimenticando l’uomo che dovrebbe proteggere.
In questo senso la preghiera per i governanti diventa qualcosa di molto serio. Chiedere a Dio di liberarli dalla schiavitù della ricchezza significa riconoscere che anche le strutture più sofisticate dipendono, alla fine, dalla qualità morale delle persone che le abitano; significa anche chiedere che il bene comune non venga sacrificato alla paura, all’avidità o alla volontà di dominio.
La Chiesa non possiede tutte le risposte ai problemi del mondo, e non è stata fondata per possederle.
Possiede però una Parola capace di ricordare continuamente per chi dovrebbero essere cercate quelle risposte.
Ed è precisamente quando quella Parola entra nella storia senza diventare ideologia che il Vangelo mostra tutta la sua forza pubblica.
Rispondi