don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

Oggi
Calendario liturgico

L’uomo ha bisogno di legami e di una casa simbolica nella quale riconoscersi. Quando però l’appartenenza prende il posto della verità, anche la politica e la vita ecclesiale finiscono per trasformarsi in tribù.

Ho trascorso questa domenica lontano dai social e ne ho approfittato per incontrare un vecchio amico, comunista da sempre, con il quale mi lega un affetto rimasto intatto proprio perché negli anni abbiamo imparato a non far dipendere l’amicizia dalla coincidenza delle idee. Parlando del modo in cui il panorama politico è cambiato, gli ho chiesto come riuscisse ancora a riconoscersi in movimenti e battaglie che hanno ormai ben poco a che vedere con il comunismo nel quale era cresciuto.

La sua risposta è stata semplice: «Il comunismo non esiste più, ma la nostra idea è quella giusta, e io continuo a riconoscermi in chi la porta avanti».

Mi ha colpito soprattutto quel verbo, riconoscermi, perché dentro quella parola c’era qualcosa che andava molto oltre la politica. C’era il bisogno di appartenere a una storia, di non sentirsi improvvisamente senza casa dopo aver costruito per decenni una parte importante della propria identità dentro un determinato mondo culturale. Le sezioni di partito, le bandiere, i linguaggi condivisi e perfino le contrapposizioni di un tempo offrivano qualcosa che oggi tendiamo a sottovalutare: una rete di significati dentro la quale una persona poteva riconoscere se stessa e sentirsi parte di qualcosa di più grande.

Quando quel mondo viene meno, il bisogno che lo aveva abitato non scompare automaticamente. Le forme cambiano, mentre l’esigenza di appartenenza cerca nuovi luoghi nei quali depositarsi, e può accadere che una persona continui a difendere una posizione prima ancora di averla davvero esaminata, perché quella posizione appartiene ormai al campo nel quale riconosce i propri amici, la propria storia e perfino l’immagine che ha costruito di sé. In quel passaggio l’idea smette lentamente di essere qualcosa che giudichiamo e diventa qualcosa attraverso cui giudichiamo ogni altra cosa.

Questo meccanismo non appartiene a una sola parte politica e non nasce necessariamente da cattiva fede. È molto più umano, e proprio per questo più difficile da riconoscere, perché chiunque abbia investito una parte significativa della propria vita in una visione del mondo sperimenta una resistenza naturale quando quella visione viene messa in discussione. Cambiare idea, in certi casi, significa dover rivedere anche relazioni, scelte compiute, giudizi espressi e appartenenze che per anni ci hanno dato sicurezza.

Per questo l’ideologia riesce a essere più resistente degli argomenti che la sostengono. Non perché l’uomo sia incapace di ragionare, ma perché non ragiona mai come un’intelligenza separata dalla propria storia. Pensiamo anche con gli affetti, con le paure, con il bisogno di riconoscimento e con la memoria dei luoghi nei quali siamo stati accolti, e questo spiega perché molte forme di polarizzazione contemporanea riescano a trasformare rapidamente ciò che dovrebbe essere discusso in un segno di appartenenza.

Una posizione su un tema sociale, una scelta politica o una parola pronunciata da un personaggio pubblico smettono così di essere valutate per ciò che sono e diventano indicatori attraverso i quali stabilire immediatamente chi appartiene al nostro campo e chi invece deve essere collocato dall’altra parte. La discussione diventa sempre più difficile, perché ogni critica viene percepita come una minaccia all’identità e ogni concessione all’interlocutore come una possibile crepa nella fedeltà al gruppo.

È un fenomeno che conosco bene anche nella vita ecclesiale. Negli ultimi anni ho incontrato cattolici che si definiscono attraverso il proprio rapporto con un Papa, con il Concilio, con una forma liturgica, con un movimento o con una sensibilità teologica molto prima di definirsi attraverso l’appartenenza alla Chiesa. Le parole cambiano e le posizioni possono essere tra loro lontanissime, mentre il meccanismo interiore finisce talvolta per assomigliarsi: prima si stabilisce dove si trova il proprio gruppo, poi si interpreta ciò che accade in modo da proteggere quella collocazione.

Anche la Tradizione può essere coinvolta in questa trasformazione. Quando è vissuta nella sua forma cattolica, la Tradizione è la trasmissione viva della fede apostolica nella Chiesa attraverso il tempo; quando invece viene ridotta a un’identità culturale, può diventare una zona protetta nella quale cercare sicurezza davanti ai cambiamenti che inquietano. Allo stesso modo, il desiderio di rinnovamento può nascere da un’autentica responsabilità ecclesiale oppure trasformarsi in una disposizione permanente a considerare ogni novità come un progresso e ogni resistenza come un ostacolo da superare.

In entrambi i casi la questione decisiva smette di riguardare ciò che è vero o ciò che serve realmente alla vita della Chiesa e finisce per concentrarsi sul mantenimento dell’identità del gruppo. Si comprende allora perché certe discussioni ecclesiali diventino tanto aggressive: quando una posizione appartiene semplicemente al campo delle idee può essere esaminata, corretta e perfino abbandonata; quando invece è diventata parte dell’identità personale, metterla in discussione significa toccare qualcosa che la persona sente come appartenente a sé, e l’altro smette facilmente di essere un fratello con il quale discernere per diventare qualcuno da cui difendersi.

La fede cristiana dovrebbe offrirci una libertà diversa proprio perché l’appartenenza fondamentale del credente non nasce da un partito ecclesiale e non dipende dall’essere riconosciuto da un gruppo. Nasce dal Battesimo e dall’essere stati incorporati a Cristo dentro la comunione della Chiesa. Questa appartenenza non elimina le differenze di sensibilità, non impedisce discussioni anche molto serie e non chiede a nessuno di rinunciare all’intelligenza critica; dovrebbe però permetterci di vivere ogni discussione senza trasformarla immediatamente in una battaglia per la sopravvivenza della nostra identità.

Se appartengo a Cristo, posso riconoscere che una persona che considero lontana da me abbia ragione su un punto concreto, posso ammettere un errore nella parte politica alla quale sono più vicino e posso riconoscere un abuso nell’ambiente ecclesiale nel quale mi sento maggiormente a casa. Posso criticare senza dover distruggere e posso cambiare giudizio senza avere l’impressione di tradire me stesso, perché la mia identità più profonda non dipende dalla coerenza con una tribù, ma dalla comunione con Cristo.

Anche il Vangelo conosce questo rischio. Gli Apostoli discutono su chi sia il più grande, cercano di impedire a qualcuno di agire perché «non è dei nostri» e faticano a comprendere una logica nella quale la comunione non coincide con il possesso esclusivo di Cristo. Gesù continua pazientemente a spostare il centro, chiedendo ai discepoli di riconoscere che la loro identità nasce dalla relazione con Lui e non dal rango occupato dentro il gruppo.

Questa dinamica rimane molto attuale in una società nella quale molte appartenenze tradizionali si sono indebolite. Le famiglie sono più fragili, i partiti hanno perso gran parte della loro capacità di costruire comunità, le associazioni intermedie sono meno forti e perfino le comunità ecclesiali faticano spesso a diventare luoghi reali di relazione. Sarebbe ingenuo pensare che il bisogno umano di appartenere sia scomparso insieme alle strutture che un tempo lo ospitavano, perché esso continua a cercare spazi nei quali prendere forma e li trova spesso nelle comunità digitali, nei movimenti di opinione, nelle identità politiche e nelle polemiche che ogni giorno ci permettono di sapere immediatamente da che parte stare.

Il problema nasce quando questa appartenenza chiede in cambio la rinuncia al discernimento, perché a quel punto non siamo più noi a possedere un’idea: è l’idea, insieme al gruppo che la custodisce, a possedere una parte crescente della nostra libertà.

La Chiesa dovrebbe essere uno dei luoghi nei quali questo meccanismo può essere guarito, perché in essa apparteniamo a persone che non abbiamo scelto, incontriamo sensibilità che non coincidono con la nostra e riceviamo una fede che non abbiamo inventato. La comunione ecclesiale ci educa precisamente a riconoscere che l’unità non nasce dall’omogeneità e che la verità non dipende dal numero di persone che condividono la nostra opinione.

Per questo il bisogno di appartenenza non va combattuto come se fosse una debolezza dell’uomo moderno, ma educato. Abbiamo bisogno di legami, di una storia condivisa e di persone alle quali poter dire «noi», e la questione decisiva riguarda ciò a cui permettiamo di fondare quel «noi». Quando a fondarlo è soltanto la contrapposizione con qualcuno, ogni appartenenza finisce per avere bisogno di un nemico; quando nasce invece da una verità che ci precede e ci supera, possiamo sentirci parte di una comunione senza trasformare ogni differenza in una minaccia.

Il mio vecchio amico probabilmente continuerà a votare molto diversamente da me e, conoscendolo, continuerà anche a considerare alcune mie idee irrimediabilmente sbagliate. La cosa importante è che possiamo ancora sederci allo stesso tavolo, parlare e perfino ridere delle nostre divergenze senza avere bisogno di cancellarle, perché il legame che ci unisce è abbastanza forte da sopportare il dissenso.

Appartenere senza consegnare la coscienza al gruppo, riconoscersi in una storia senza trasformarla in un tribunale e conservare legami abbastanza forti da permettere anche il dissenso significa restituire all’appartenenza la sua forma più umana. Per un cristiano significa soprattutto ricordare che nessuna tribù potrà mai diventare la sua casa definitiva, perché prima di ogni altra appartenenza c’è quella ricevuta in Cristo.

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