Alla conclusione dell’Assemblea diocesana del 2025, mons. Renato Boccardo ha ricondotto il cammino delle Pievanie al suo centro: Cristo. Dietro una nuova forma pastorale si gioca una questione più profonda, quella di comunità capaci di scegliere ancora il Vangelo e di preparare insieme il futuro.
Quando nella Basilica Cattedrale di Spoleto, domenica 12 ottobre 2025, si è conclusa l’Assemblea diocesana con la festa della Chiesa locale, la parola che mi è rimasta maggiormente dentro non è stata una definizione organizzativa delle Pievanie e nemmeno l’annuncio di qualche nuova iniziativa. È stata una raccomandazione di san Paolo ripresa dall’Arcivescovo Renato Boccardo nell’omelia: «Ricordati di Gesù Cristo».
È una frase tanto semplice da rischiare di essere ascoltata senza coglierne fino in fondo la forza, soprattutto quando viene pronunciata dentro un cammino pastorale nel quale inevitabilmente si parla di strutture, territori, équipe, ministeri e distribuzione delle responsabilità. Eppure proprio questa parola impedisce di ridurre il progetto delle Pievanie a una nuova sistemazione della diocesi resa necessaria dalla diminuzione dei sacerdoti o dal cambiamento della geografia ecclesiale.
Se perdessimo di vista Cristo, potremmo anche costruire una struttura pastoralmente efficiente e scoprire, dopo qualche anno, di avere semplicemente spostato meglio i mobili in una casa nella quale nessuno sa più perché abita.
L’Arcivescovo ha collegato esplicitamente la nascita delle Pievanie alla necessità che le nostre comunità tornino a ricordarsi di Cristo e ritrovino un autentico slancio missionario, capace di superare le resistenze che frenano il rinnovamento ecclesiale. In questo senso la Pievania non può essere compresa soltanto come un insieme più ampio di parrocchie o come una risposta amministrativa alla scarsità delle risorse. Essa diventa piuttosto il luogo nel quale siamo costretti a domandarci che cosa rimanga essenziale quando molte forme pastorali alle quali eravamo abituati non riescono più a sostenersi come un tempo.
È una domanda scomoda, perché il passato ecclesiale possedeva strutture che per molto tempo hanno funzionato e che hanno accompagnato generazioni di cristiani. La parrocchia aveva una sua identità forte, il sacerdote era normalmente presente in modo stabile e molte attività potevano essere organizzate dentro confini abbastanza definiti. Quel mondo si è progressivamente trasformato e sarebbe ingenuo pensare che basti moltiplicare gli sforzi per ricostruirlo esattamente com’era.
Mons. Boccardo ha invitato la diocesi a procedere senza nostalgia per un passato che non esiste più e che, come ha ricordato, non era necessariamente migliore del presente. È un passaggio importante, perché la nostalgia può diventare una forma molto raffinata di immobilità ecclesiale. Continuiamo a custodire ciò che abbiamo conosciuto, non sempre perché sia ancora la forma più adatta all’annuncio, bensì perché ci offre la sicurezza di un linguaggio, di abitudini e di relazioni nelle quali sappiamo come muoverci.
La Pievania ci obbliga invece a uscire da questa sicurezza e a riscoprire una comunione che non può essere soltanto dichiarata. Parrocchie vicine, sacerdoti, religiosi e laici vengono chiamati a condividere una responsabilità pastorale che prima poteva essere vissuta in modo molto più separato. Questo significa imparare a guardare oltre il proprio campanile, riconoscendo che una comunità non perde la propria storia quando entra in relazione con altre comunità, mentre rischia piuttosto di perdere vitalità quando custodisce gelosamente tutto ciò che possiede senza lasciarlo entrare in una dinamica più ampia di missione.
La corresponsabilità, in questo quadro, acquista un significato molto concreto. Le équipe delle Pievanie non sono chiamate a diventare piccoli organismi burocratici incaricati di distribuire incarichi o preparare calendari, perché il loro compito più profondo consiste nell’aiutare la comunità a leggere la realtà, discernere le priorità e immaginare il futuro insieme ai sacerdoti e agli altri fedeli. È un esercizio ecclesiale impegnativo, perché condividere realmente una responsabilità significa accettare che il pensiero dell’altro entri nelle decisioni e che nessuno possa considerare la propria sensibilità come misura sufficiente di ciò che serve all’intera comunità.
Anche il rapporto con i luoghi assume allora una luce diversa. L’Arcivescovo ha chiesto che nelle comunità vi siano persone capaci di custodire le chiese del territorio e di mantenerle vive attraverso la preghiera, valorizzando quando possibile anche la presenza del sacerdote e la celebrazione eucaristica. Non è semplicemente una questione di conservazione degli edifici, perché una chiesa aperta e abitata dalla preghiera continua a dire che in quel luogo esiste una comunità che riconosce una Presenza e desidera custodirla.
Nello stesso tempo dobbiamo evitare di pensare che la vitalità ecclesiale coincida con la possibilità di celebrare tutto dappertutto come in passato. L’Eucaristia rimane il centro della vita cristiana e proprio per questo la sua celebrazione chiede una comunità reale, capace di radunarsi e riconoscersi come parte di un unico Corpo. Il cammino delle Pievanie potrà maturare soltanto se aiuterà i fedeli a comprendere che spostarsi per celebrare insieme non significa necessariamente perdere qualcosa, perché può diventare l’occasione per scoprire una comunione più grande dei confini ai quali eravamo abituati.
La questione torna inevitabilmente alla fede personale. Nell’omelia l’Arcivescovo ha pronunciato una frase che dovrebbe essere presa molto sul serio: «Non si nasce cristiani, si decide di esserlo». In una terra segnata da secoli di cristianesimo siamo stati abituati a identificare facilmente appartenenza territoriale, tradizione familiare e fede, quasi che l’essere cristiani potesse continuare a trasmettersi per inerzia insieme al cognome, alla festa patronale e alle consuetudini della comunità.
Il tempo che stiamo vivendo ci mostra che questa trasmissione automatica non esiste più, se mai è esistita davvero nella forma in cui l’abbiamo immaginata. La fede domanda una scelta, e questa scelta deve poter essere nuovamente motivata, compresa e vissuta. Per questo anche il percorso formativo diocesano «Date ragione della speranza che è in voi» acquista senso dentro lo stesso disegno: non abbiamo bisogno semplicemente di moltiplicare gli incontri, quanto di aiutare cristiani adulti a comprendere ciò che credono e a renderne ragione con una vita capace di parlare al presente.
La missione nasce precisamente qui, perché una comunità che conserva strutture senza generare credenti può continuare per qualche tempo a funzionare e nello stesso tempo aver già smesso di evangelizzare. Il problema pastorale più serio non consiste allora nel numero delle Messe, dei sacerdoti o delle attività, per quanto tutte queste realtà abbiano un peso concreto; riguarda la capacità delle nostre comunità di incontrare uomini e donne che possano riconoscere nel Vangelo una parola capace di dare forma alla vita.
È in questa prospettiva che la Pievania diventa una prova della nostra maturità ecclesiale. Possiamo viverla come una riforma subita, contando ciò che abbiamo perso rispetto al passato e cercando di difendere fino all’ultimo ogni spazio particolare, oppure possiamo lasciarci interrogare dalla domanda che la sua stessa esistenza ci pone: siamo ancora capaci di costruire comunità a partire da Cristo e dalla missione, oppure abbiamo finito per identificare la Chiesa con le forme nelle quali l’abbiamo conosciuta?
La risposta non verrà da un decreto e probabilmente non arriverà nemmeno rapidamente. Richiederà anni di pazienza, errori da correggere, relazioni da costruire e una disponibilità a cambiare che non può essere ordinata dall’alto. Il futuro ecclesiale, come ha ricordato l’Arcivescovo, non comparirà improvvisamente quasi per magia, perché deve essere preparato responsabilmente giorno dopo giorno.
Questo significa anche accettare che alcune esperienze funzioneranno meglio di altre e che non tutto ciò che viene immaginato sulla carta produrrà automaticamente comunione. Le strutture ecclesiali rimangono strumenti e possono essere corrette quando non servono più adeguatamente alla missione. Ciò che non può essere sostituito è il centro dal quale ogni riforma riceve il proprio significato.
«Ricordati di Gesù Cristo» diventa allora molto più di uno slogan pastorale. È il criterio con cui giudicare anche il cammino delle Pievanie. Se una nuova organizzazione rende le nostre comunità più capaci di pregare, di ascoltare la Parola, di celebrare insieme, di prendersi cura dei più fragili e di annunciare il Vangelo a chi non lo conosce più, avrà servito la missione per la quale è stata pensata. Se invece producesse soltanto nuovi organismi, nuovi calendari e nuovi livelli di coordinamento, avremmo aggiunto una struttura senza aver rinnovato la vita.
La sfida che ci attende è quindi più spirituale di quanto potrebbe apparire. Non ci viene chiesto semplicemente di imparare una nuova geografia pastorale, quanto di verificare se Cristo rimane realmente il principio delle nostre scelte ecclesiali e se siamo disposti a lasciarci cambiare dalla sua presenza anche quando questo comporta rinunciare a qualcosa che ci era familiare.
Alla fine, ciò che permetterà alle Pievanie di vivere non sarà la perfezione del progetto, bensì la qualità della comunione che sapremo costruire e la libertà con cui torneremo ogni volta alla domanda essenziale. In una Chiesa che cambia forma, in comunità chiamate a condividere ciò che un tempo custodivano separatamente e in un territorio nel quale la fede non può più essere semplicemente presupposta, rimane una parola capace di riportare tutto al proprio centro: «Ricordati di Gesù Cristo».

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