don Mario Proietti, C.PP.S.

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FORMARE SENZA DELEGARE: CHI CUSTODISCE L’ANTROPOLOGIA NELLA PASTORALE?

Il Documento sinodale italiano chiede nuovi percorsi sull’affettività, la corporeità e la sessualità, anche con il contributo di realtà civili. La collaborazione con le competenze scientifiche può essere preziosa, purché la Chiesa conservi la responsabilità di definire la visione dell’uomo dentro la quale quelle competenze vengono accolte.

Tra le proposte contenute nel Documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese in Italia, alcune meritano un’attenzione particolare perché toccano direttamente il modo nel quale la comunità cristiana accompagnerà le nuove generazioni nei temi dell’affettività, della corporeità e della sessualità. Il testo invita le Chiese locali a costituire équipe per la formazione degli operatori pastorali e propone percorsi rivolti soprattutto a preadolescenti, adolescenti, giovani ed educatori, facendo riferimento anche alle questioni dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere e prevedendo, accanto al contributo delle realtà ecclesiali, quello di soggetti appartenenti alla società civile.

Leggendo queste indicazioni, la prima reazione potrebbe essere quella di chiedersi se la Chiesa stia introducendo nel proprio linguaggio categorie nate altrove e se, proprio attraverso queste categorie, non rischi di assumere progressivamente una visione dell’uomo elaborata fuori dalla propria tradizione. Una simile preoccupazione non è priva di fondamento, perché ogni linguaggio porta con sé una storia e spesso anche una interpretazione implicita della realtà; sarebbe però troppo semplice concludere che parole come orientamento sessuale o identità di genere siano, per il solo fatto di essere utilizzate, incompatibili con il pensiero cristiano.

La Chiesa incontra da tempo persone che esprimono attraverso queste parole esperienze concrete, domande, tensioni e sofferenze che non possono essere ignorate semplicemente scegliendo un vocabolario differente. Anche il magistero recente ha affrontato questi temi, chiedendo che vengano studiati con serietà e accompagnati con competenza, senza rinunciare alla propria visione antropologica. La vera questione, quindi, non sembra essere tanto se determinate parole possano entrare nel linguaggio pastorale, quanto quale significato assumano quando vengono inserite dentro la proposta educativa della Chiesa.

La tradizione cristiana ha sempre considerato la persona come una unità profonda di corpo e anima, nella quale la sessualità non costituisce un elemento marginale, perché tocca il modo di esistere, di entrare in relazione e di aprirsi al dono di sé. Il corpo, in questa prospettiva, non è qualcosa che possediamo come un oggetto esterno alla nostra identità e nemmeno una materia neutra alla quale la libertà attribuisce successivamente un significato. Appartiene alla persona e partecipa della sua vocazione, anche quando l’esperienza soggettiva può diventare complessa e presentare tensioni che chiedono di essere ascoltate con rispetto.

Proprio questa complessità rende insufficiente una formazione costruita soltanto sulla ripetizione delle norme morali. Molti giovani hanno ricevuto indicazioni su ciò che la Chiesa considera lecito o illecito senza essere mai accompagnati a comprendere fino in fondo quale idea della persona, del corpo, dell’amore e della libertà renda intelligibili quelle stesse indicazioni. Quando manca questa profondità, la morale rischia di apparire come una serie di limiti imposti dall’esterno e diventa difficile percepire che dietro una norma vi è una particolare concezione del bene umano.

La proposta del Cammino sinodale può allora rappresentare anche un’occasione per colmare una lacuna che nelle nostre comunità esiste da tempo. Parlare seriamente di affettività significa aiutare una persona a comprendere come il desiderio, l’emotività, il corpo e la capacità di costruire relazioni possano trovare una unità; significa anche riconoscere che questa maturazione non avviene automaticamente e che richiede educatori preparati, capaci di stare accanto ai giovani senza ridurre ogni problema a una formula.

In questo lavoro le competenze provenienti dalla psicologia, dalla medicina, dalla pedagogia e dalle scienze sociali possono essere preziose. La fede non trasforma automaticamente un sacerdote o un catechista in uno psicologo e non rende superfluo tutto ciò che l’esperienza scientifica permette di conoscere sull’età evolutiva, sui meccanismi affettivi o sulle dinamiche relazionali. Una comunità che rifiutasse ogni contributo esterno in nome della propria autosufficienza rischierebbe di affrontare situazioni delicate con strumenti insufficienti e potrebbe produrre ferite proprio mentre desidera accompagnare.

La tradizione cattolica non ha mai avuto paura, quando è stata fedele a se stessa, di incontrare conoscenze nate fuori dall’ambito ecclesiale. La teologia ha dialogato con la filosofia, la medicina ha progressivamente arricchito la comprensione della fragilità umana e le scienze dell’educazione hanno offerto strumenti che possono aiutare a comprendere meglio le persone alle quali la Chiesa si rivolge. Il problema emerge quando dalla conoscenza di un fenomeno si passa alla definizione complessiva dell’uomo, perché in quel passaggio non siamo più soltanto dentro il campo delle scienze empiriche e vengono inevitabilmente coinvolte questioni filosofiche e antropologiche.

Uno psicologo può conoscere molto bene i processi attraverso i quali un adolescente costruisce la propria identità e può offrire un contributo indispensabile per comprendere alcune esperienze; da questa competenza, però, non deriva automaticamente la risposta alla domanda su che cosa sia la persona umana, su quale rapporto esista tra corpo e libertà o su quale significato debba essere attribuito alla differenza sessuale. Sono domande che eccedono il metodo delle scienze empiriche e chiedono una visione più ampia dell’uomo.

È precisamente dentro questo passaggio che la Chiesa conserva una responsabilità che non può essere trasferita ad altri. Può ascoltare ogni competenza e accogliere tutto ciò che aiuta a conoscere meglio la realtà, mentre deve continuare a esercitare un discernimento sul quadro antropologico nel quale quelle conoscenze vengono collocate. Se questo quadro diventasse semplicemente quello dominante nella cultura del momento, la formazione ecclesiale potrebbe conservare esteriormente un linguaggio cristiano e assumere progressivamente una concezione dell’uomo differente da quella che la fede professa.

Questo rischio non riguarda soltanto gli esperti esterni. Anche dentro la Chiesa si possono utilizzare categorie contemporanee senza averne compreso fino in fondo le implicazioni, così come si possono ripetere formule tradizionali senza essere più capaci di mostrarne il significato. La fedeltà alla dottrina non coincide automaticamente con una buona preparazione, e proprio per questo il problema della formazione riguarda anzitutto la comunità ecclesiale stessa.

Se ogni volta che emergono questioni complesse dobbiamo cercare all’esterno qualcuno che possieda gli strumenti per affrontarle, dovremmo forse domandarci se non sia necessario investire molto di più nella preparazione di sacerdoti, religiosi e laici capaci di abitare questi ambiti con competenza. La Chiesa ha bisogno di persone che conoscano la propria tradizione antropologica e sappiano nello stesso tempo ascoltare ciò che le scienze umane permettono di comprendere, senza porre queste due dimensioni in concorrenza.

Il Documento del Cammino sinodale potrebbe diventare fecondo proprio se favorisse la nascita di équipe costruite in questo modo, nelle quali il contributo di uno psicologo o di un pedagogista non venga semplicemente aggiunto a quello del teologo, quasi si trattasse di discipline che procedono parallelamente, e sia invece inserito dentro una sintesi nella quale ciascun sapere conserva la propria competenza. La scienza può illuminare molti aspetti dell’esperienza umana e la teologia può aiutare a comprendere quale significato quella esperienza assuma dentro la vocazione della persona creata e chiamata da Dio.

Questa integrazione diventa particolarmente delicata quando si parla di orientamento sessuale e identità di genere. Anche qui sarebbe poco utile reagire soltanto alle parole, perché la realtà alla quale esse rimandano continua a presentarsi nella vita dei ragazzi, delle famiglie e delle comunità. Un adolescente che vive una tensione rispetto alla propria identità corporea o che cerca di comprendere il significato dei propri affetti non ha bisogno di essere trasformato nel campo di battaglia di una disputa culturale, perché prima di tutto è una persona che chiede di essere ascoltata.

L’ascolto cristiano, però, non deve necessariamente tradursi nell’accettazione di ogni interpretazione che quella persona ha ricevuto da altri o che la cultura contemporanea le propone. Accompagnare significa anche permettere che l’esperienza possa essere compresa nel tempo, senza affrettarsi a definirla in modo definitivo e senza considerare ogni percezione soggettiva come l’unico criterio capace di interpretare la persona.

La corporeità possiede qui un valore decisivo. La visione cristiana riconosce che il corpo partecipa della nostra identità e che la differenza sessuale appartiene alla condizione umana creata, mentre sa anche che ogni persona è più grande delle proprie inclinazioni e delle difficoltà che può sperimentare. Questo permette di tenere insieme il rispetto della persona e la fedeltà a una visione dell’uomo che non riduce l’identità alla sola esperienza soggettiva.

Il documento Maschio e femmina li creò, pubblicato dalla Congregazione per l’Educazione Cattolica, aveva già cercato di muoversi dentro questa prospettiva, insistendo sulla necessità del dialogo e nello stesso tempo sulla presenza di un’antropologia capace di dare unità al progetto educativo. È una indicazione che rimane preziosa proprio perché evita due tentazioni opposte: quella di respingere ogni domanda contemporanea come se fosse necessariamente una minaccia e quella di accogliere ogni nuova categoria come se il semplice fatto di essere diventata culturalmente diffusa la rendesse compatibile con la visione cristiana.

Il compito educativo della Chiesa si gioca molto nella capacità di attraversare questo spazio senza rifugiarsi nelle semplificazioni. Una comunità che sappia soltanto condannare alcune teorie difficilmente riuscirà a parlare a chi vive concretamente le domande dalle quali quelle teorie sono nate; allo stesso tempo, una comunità che rinunciasse a proporre la propria visione dell’uomo finirebbe per perdere proprio ciò che può offrire di specifico.

La collaborazione con realtà civili può quindi essere utile, purché avvenga dentro un progetto che la Chiesa conosce, valuta e assume responsabilmente. La competenza dell’esperto non può essere giudicata soltanto attraverso la sua appartenenza ecclesiale e deve essere valutata in base alla qualità del lavoro, alla serietà del metodo e alla capacità di rispettare il quadro nel quale viene chiamato a collaborare. Una persona può essere molto preparata professionalmente e possedere una visione antropologica distante da quella cristiana; ciò non rende inutile ogni suo contributo, ma chiede che la comunità sappia distinguere ciò che può accogliere dalle interpretazioni che non può fare proprie.

Questa capacità di discernimento è forse uno dei punti nei quali la formazione ecclesiale mostra oggi maggiore fragilità. Possiamo essere molto attenti alle formulazioni dottrinali e molto meno preparati nel riconoscere le premesse culturali che entrano nei percorsi pastorali attraverso il linguaggio, i metodi educativi e i materiali utilizzati. Se la distanza tra ciò che la Chiesa afferma nei documenti e ciò che realmente trasmette nella formazione quotidiana diventasse troppo grande, il cambiamento antropologico avverrebbe senza che nessuno abbia mai formalmente deciso di compierlo.

Per questo la responsabilità dei pastori rimane essenziale. La sinodalità permette di ascoltare competenze differenti, valorizza esperienze e favorisce una partecipazione più ampia alla vita ecclesiale, mentre non elimina il compito di discernere ciò che viene proposto in nome della Chiesa. La formazione degli operatori pastorali non può essere lasciata alla semplice somma delle sensibilità presenti in un’équipe, perché deve essere riconoscibile dentro un orientamento ecclesiale chiaro.

Questo orientamento non ha bisogno di essere difeso attraverso la paura. Una Chiesa consapevole della propria antropologia può dialogare con maggiore libertà proprio perché non teme di perdere se stessa ogni volta che incontra un sapere differente. Può riconoscere i propri limiti, imparare e correggere le proprie insufficienze, mantenendo nello stesso tempo la capacità di giudicare ciò che ascolta.

Forse la domanda più importante suscitata dal Documento sinodale riguarda allora meno gli esperti che verranno eventualmente coinvolti e molto di più la qualità della preparazione ecclesiale con la quale li incontreremo. Se possediamo una visione sufficientemente matura dell’uomo, la collaborazione potrà diventare un arricchimento; se quella visione è debole o semplicemente presupposta, anche il contributo più competente rischierà di diventare il luogo nel quale la Chiesa riceve inconsapevolmente un’antropologia già pronta.

Il problema della formazione non consiste quindi nel costruire confini sempre più rigidi tra ciò che è ecclesiale e ciò che proviene dalla società. Consiste nel sapere che cosa appartiene alla competenza di ciascun sapere e quale responsabilità rimane propria della Chiesa quando educa.

Una comunità cristiana che desidera accompagnare seriamente adolescenti e giovani sui temi dell’affettività e della sessualità avrà bisogno di ascoltare molte competenze e, nello stesso tempo, di tornare continuamente alle domande fondamentali sull’uomo, sul corpo, sulla libertà e sulla vocazione all’amore. La qualità del percorso dipenderà dalla capacità di mantenere questa unità, perché soltanto così il dialogo con la cultura potrà diventare realmente fecondo senza trasformarsi in una delega.

Il Cammino sinodale ha aperto una possibilità importante chiedendo alla Chiesa italiana di investire di più nella formazione su questi temi. La sua attuazione mostrerà se sapremo utilizzare questa possibilità per costruire una pastorale più competente e più capace di ascolto, mantenendo nello stesso tempo quella visione cristiana della persona senza la quale anche le migliori tecniche educative rischierebbero di non sapere più verso quale maturità accompagnare.

La domanda finale, allora, riguarda anzitutto noi. Prima di temere ciò che potrebbe arrivare dall’esterno, dovremmo chiederci se nelle nostre comunità esista ancora una capacità sufficientemente profonda di pensare cristianamente l’uomo e di tradurre questa visione in percorsi educativi intelligenti, credibili e rispettosi delle persone. Solo una Chiesa che conosce ciò che ha ricevuto può dialogare senza paura con tutto ciò che incontra e distinguere, dentro quel dialogo, ciò che può realmente aiutarla a servire meglio l’uomo.

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