Questa mattina, leggendo il Vangelo della genealogia di Gesù secondo Matteo, mi è venuto da sorridere. È uno di quei brani che molti ascoltano con pazienza, cercando di non perdersi nella lunga successione dei nomi. Qualcuno attende semplicemente che arrivi la conclusione e che finalmente si cominci a parlare della nascita di Gesù.
Quel sorriso mi ha riportato agli anni in cui ero parroco ad Ancona. Al termine di una Messa, una vecchietta venne in sacrestia con il volto illuminato dalla soddisfazione di chi ha appena fatto una scoperta.
«Che bello, don Mario. Prima di Gesù partorivano gli uomini?».
L’aveva colpita quel continuo ripetersi: Abramo generò Isacco, Isacco generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuda. Le ho accarezzato il volto e abbiamo sorriso insieme. La sua domanda era buffa e possedeva la sincerità dei semplici, che ascoltano davvero le parole e hanno il coraggio di dire ciò che agli altri passa soltanto per la mente.
Questa mattina me la sono rivista davanti, mentre il diacono avrebbe potuto continuare ancora a lungo con tutti quei nomi. Ho pensato che, qualche volta, una domanda ingenua riesce a introdurci nel testo meglio di tante spiegazioni.
La genealogia sembra una catena costruita dagli uomini. Matteo utilizza il linguaggio proprio delle genealogie antiche e segue la linea legale attraverso la quale Gesù viene riconosciuto come figlio di Davide. Arrivato al termine, interrompe intenzionalmente la formula ripetuta fino a quel momento: «Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo».
Giuseppe non viene presentato come colui che genera Gesù. Accoglie il Figlio nato da Maria e gli conferisce legalmente l’appartenenza alla discendenza davidica. Dentro quella lunga successione umana si manifesta così un’origine che viene da Dio.
La genealogia non è un’introduzione noiosa posta per errore davanti al racconto del Natale. È già un annuncio dell’Incarnazione. Il Figlio eterno del Padre entra realmente nella storia d’Israele e riceve una discendenza umana. Non appare nel mondo come una figura senza legami. Porta un nome, appartiene a un popolo e viene accolto dentro una famiglia.
Matteo ordina i nomi in gruppi di quattordici, costruendo una genealogia dal forte significato teologico. Il suo intento non consiste nel compilare un moderno registro anagrafico. Vuole mostrare che la storia della promessa, attraverso la regalità di Davide e la tragedia dell’esilio, conduce a Cristo. Anche quando il cammino sembra interrotto, Dio rimane fedele alla parola data.
Dentro questa discendenza compaiono alcune donne che rendono ancora più sorprendente il racconto.
Tamar ottiene una discendenza attraverso una vicenda dolorosa e irregolare, dopo essere stata privata del diritto che le spettava. Racab proviene da Gerico e il libro di Giosuè la ricorda come prostituta, poi accolta nel popolo per la fede manifestata nelle sue opere. Rut è una straniera moabita, esempio luminoso di fedeltà, entrata nella storia d’Israele attraverso il legame con Noemi e il matrimonio con Booz. Betsabea non viene chiamata per nome: Matteo la indica come «la moglie di Uria», lasciando affiorare il peccato commesso da Davide e la morte dell’uomo al quale egli l’aveva sottratta.
Queste presenze non autorizzano a dire che il peccato sia irrilevante. La vicenda di Davide e Uria rimane gravemente colpevole. La Scrittura non la abbellisce e non la trasforma in una tappa necessaria del progetto divino. Mostra che la Provvidenza conduce la storia verso Cristo anche attraverso le conseguenze delle scelte umane, senza diventare causa del male.
Il Verbo non assume il peccato. Assume una natura umana integra e condivide la nostra condizione mortale, restando il Santo. Entra però in una storia nella quale il peccato ha lasciato ferite reali. Porta su di sé le nostre colpe nella Passione e offre al Padre l’obbedienza capace di redimere l’uomo.
Questa distinzione è importante. Dire che Dio assume la storia può diventare una formula suggestiva e imprecisa, quasi che ogni avvenimento venga approvato per il semplice fatto di essere accaduto. Dio giudica il male e chiama l’uomo alla conversione. La sua Provvidenza è tanto potente da poter trarre un bene anche dalle conseguenze di ciò che Egli non vuole.
La genealogia di Matteo racconta proprio questa fedeltà. La promessa attraversa la fragilità delle generazioni e raggiunge il suo compimento in Cristo. Il peccato degli uomini non riesce a distruggere il disegno salvifico, mentre nessun peccato diventa per questo necessario o buono.
Anche l’esegesi serve la fede quando aiuta a vedere questa profondità. Lo studio storico e letterario permette di comprendere il modo in cui l’evangelista ha costruito il testo. Diventa sterile quando si compiace soltanto di smontare ciò che i fedeli hanno ricevuto e lascia dietro di sé una serie di dubbi senza condurre nuovamente a Cristo.
La fede dei semplici non ha bisogno di essere protetta attraverso spiegazioni false. Merita una formazione rispettosa, capace di mostrare la solidità del mistero celebrato. La vecchietta di Ancona aveva posto una domanda ingenua e autentica. Il compito del pastore consisteva nell’accompagnarla dentro il significato di quelle parole, senza farle pesare la distanza tra la sua cultura e quella degli studiosi.
Questa genealogia parla anche alle nostre storie familiari. Ognuno porta con sé nomi che pronuncia con gratitudine e vicende che preferirebbe tenere nascoste. Ci sono ferite ricevute prima ancora che potessimo scegliere e conseguenze di decisioni delle quali siamo responsabili. La grazia non ci chiede di inventare un passato diverso. Ci raggiunge nella verità di quello che siamo e apre una possibilità nuova.
Cristo non entra nella nostra vita per dichiarare innocente ogni cosa accaduta. Porta il perdono dove trova il pentimento e rende possibile una riparazione. Ci inserisce in una storia più grande, quella dei figli adottivi che nel Battesimo ricevono la vita nuova.
Forse è questo che la genealogia mi ha fatto gustare questa mattina. Prima di raccontare Betlemme, Matteo ci fa attraversare una lunga memoria. Ci ricorda che Dio prepara il compimento dentro il tempo e non dimentica la promessa quando gli uomini la tradiscono.
Il Natale non comincia con una famiglia finalmente priva di ombre. Comincia con la fedeltà di Dio che conduce la storia al momento nel quale il Verbo si fa carne.
Anche la mia storia può essere raggiunta da questa fedeltà. Non tutto ciò che contiene è buono e non tutto può essere cancellato. Ogni cosa può essere posta davanti a Cristo perché la giudichi, la perdoni e la orienti verso il bene.
Questa mattina ho sorriso ricordando quella vecchietta. Forse la sua domanda conteneva, senza saperlo, una verità decisiva.
Per generazioni sono stati gli uomini a trasmettersi la vita ricevuta. Quando la storia giunge a Maria, accade qualcosa che nessun uomo può produrre.
Il Figlio viene da Dio.
Entra nella nostra storia.
E comincia a redimerla dall’interno.
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