La misericordia che genera futuro nel sacerdozio
Ho trascorso un lungo tempo da solo nella cripta dell’abbazia, leggendo la Lettera apostolica Una fedeltà che genera futuro, pubblicata da Papa Leone XIV nel sessantesimo anniversario di Optatam totius e Presbyterorum Ordinis.
Ogni tanto, a noi sacerdoti, fa bene restare soli davanti a Gesù. Tutto è cominciato lì, dentro il dialogo personale con Colui che un giorno ci ha chiamati a seguirlo. La voce del Signore ha attraversato i progetti che abitavano la nostra giovinezza e ha dato alla vita una direzione che allora potevamo intravedere soltanto in parte.
La vocazione nasce nell’eterno disegno di Dio e viene riconosciuta dentro il tempo. Nessun sacerdote può comprendere pienamente quando il Signore abbia cominciato a preparare il terreno della sua risposta. Conosce però il cammino concreto attraverso il quale quella chiamata è diventata consapevole e ha chiesto un sì libero.
Per qualcuno il percorso è stato lineare. Per altri ha conosciuto esitazioni e resistenze. Tutti, prima o poi, hanno dovuto scoprire che la percezione di una chiamata non coincide ancora con la maturità necessaria per accoglierla. Anche dopo l’ordinazione, il sì deve continuare a raggiungere parti della persona che erano rimaste indietro.
Forse è proprio questa la prima risonanza che la Lettera di Leone XIV ha suscitato in me: il sacerdozio viene preso sul serio.
Negli ultimi anni noi sacerdoti abbiamo spesso avvertito la sensazione di dover giustificare la nostra ragione d’essere. In un mondo nel quale ogni legame sembra provvisorio, una scelta definitiva viene facilmente guardata con sospetto. Anche dentro la Chiesa, qualche volta, il ministero presbiterale è stato presentato quasi esclusivamente attraverso le sue crisi, fino a lasciare sullo sfondo la grazia sacramentale che lo fonda.
La piaga degli abusi impone vergogna e conversione. Esige giustizia per le vittime e una vigilanza che impedisca nuove ferite. La gravità di quanto è accaduto non permette difese corporative. Proprio il riconoscimento del male domanda che il sacerdozio venga ricondotto alla sua verità e vissuto come servizio, sottraendolo a ogni forma di potere autoreferenziale.
Prendere sul serio il sacerdote significa anche riconoscere che egli è capace di responsabilità. La misericordia autentica non infantilizza e non trasforma ogni fragilità in una scusa. Guarda l’uomo nella verità della sua condizione e gli ricorda che le sue scelte hanno conseguenze reali per il popolo affidato alle sue cure.
La Lettera del Papa possiede questa forma esigente di misericordia. Non lascia il sacerdote solo sotto il peso della risposta. Gli ricorda che la fedeltà non nasce esclusivamente dalla forza del carattere e non si misura con la riuscita pastorale. Ha il proprio fondamento in Cristo, che attraverso l’ordinazione configura il presbitero a sé e lo inserisce nel ministero apostolico della Chiesa.
Il carattere sacramentale ricevuto nell’ordinazione rimane per sempre. Cristo agisce realmente nei sacramenti celebrati secondo l’intenzione della Chiesa, anche quando il ministro porta la propria povertà. Questa efficacia non rende automaticamente santo il sacerdote e non sostituisce la sua cooperazione alla grazia. Il dono ricevuto domanda di diventare forma della vita.
La responsabilità può così essere abitata senza trasformarsi in angoscia. Il prete non deve inventare ogni giorno la propria identità e non è costretto a sostenere la Chiesa sulle proprie spalle. È ministro di un’opera che appartiene a Cristo. Proprio per questo deve vigilare sulla propria vita affinché il comportamento non contraddica ciò che celebra.
Un’immagine della Lettera mi ha accompagnato nella cripta: il sacerdote che ritorna idealmente sulle rive del lago di Galilea, dove il Risorto domanda a Pietro: «Mi ami?».
Gesù non chiede a Pietro di cancellare la memoria del rinnegamento. Lo conduce dentro una confessione d’amore ormai segnata dall’umiltà. A quell’uomo fragile affida il gregge, facendo della ferita riconosciuta il luogo nel quale la grazia può generare una fedeltà nuova.
Ogni sacerdote ha bisogno di tornare su quella riva. La formazione permanente nasce da questo ritorno e supera l’idea di un semplice aggiornamento professionale. Non consiste soltanto nell’acquisire nuovi strumenti pastorali. È il processo mediante il quale il dono dell’ordinazione continua a raggiungere l’intera persona e la rende più disponibile alla missione.
Con il passare degli anni cambiano le responsabilità e anche il corpo impone i propri limiti. Cambia la comunità alla quale siamo inviati e mutano le condizioni culturali dentro le quali annunciamo il Vangelo. Il sacerdote può vivere questi passaggi come una sottrazione oppure permettere che diventino una nuova tappa della configurazione a Cristo.
La formazione permanente chiede studio, perché le domande rivolte alla fede mutano e il patrimonio ricevuto deve essere continuamente approfondito. Chiede soprattutto una vita spirituale reale. Senza la preghiera, anche l’aggiornamento più accurato rischia di produrre un funzionario competente che ha perduto l’intimità con il Signore.
La solitudine costituisce oggi una delle prove più profonde del ministero. Non coincide semplicemente con l’abitare da soli. Può raggiungere anche chi vive dentro una canonica affollata e svolge molte attività. Nasce quando il sacerdote non possiede più relazioni nelle quali possa deporre il ruolo e lasciarsi conoscere come uomo.
Da questa solitudine possono nascere la chiusura e la ricerca disordinata di compensazioni. Per questo la fraternità sacerdotale non è un’aggiunta facoltativa alla missione. Appartiene alla comunione del presbiterio raccolto attorno al vescovo e offre al sacerdote un luogo nel quale la fatica può essere condivisa prima che diventi isolamento.
La vita comune, dove risulta possibile, può sostenere concretamente questa fraternità. Non basta mettere alcune persone sotto lo stesso tetto. Occorrono tempi custoditi e la disponibilità a lasciarsi disturbare dalla presenza dell’altro. Anche l’amicizia tra sacerdoti richiede quella carità quotidiana che nessuna disposizione organizzativa può produrre automaticamente.
Il rapporto con il vescovo si colloca dentro la stessa comunione sacramentale. L’obbedienza promessa nell’ordinazione non riduce il presbitero a un esecutore e non trasforma il vescovo in un amministratore del personale. Essa inserisce il ministero dentro l’unità della Chiesa particolare e chiede a entrambi una relazione ecclesiale vera.
Anche la collaborazione con i laici deve nascere dal riconoscimento dei doni che lo Spirito distribuisce nel popolo di Dio. Il sacerdote non rinuncia al compito che gli è proprio e non assorbe ogni responsabilità della comunità. Serve l’unità dei carismi e custodisce l’orientamento ecclesiale della missione.
La Lettera mette in guardia dalla tentazione di misurare il ministero attraverso le prestazioni. Un’agenda piena può dare l’impressione di una vita feconda e nascondere un cuore che non riesce più a sostare davanti a Dio. Anche il ritiro impaurito dalle responsabilità può presentarsi come ricerca di equilibrio e diventare una rinuncia al dono ricevuto.
Il criterio rimane la carità pastorale di Cristo. Essa permette di lavorare senza trasformare l’attività in un idolo e di riposare senza abbandonare il gregge. Aiuta anche a usare gli strumenti digitali come mezzi al servizio dell’annuncio, sottraendoli al bisogno di ottenere continuamente approvazione.
Nella cripta, con la Lettera tra le mani, ho sentito che essere presi sul serio dal Signore è una forma di misericordia. Cristo conosce la nostra fragilità e continua ad affidarci la sua Chiesa. Non ignora le infedeltà e non ci consegna alla vergogna come se da essa non potesse nascere alcun futuro.
Ci riconduce sulla riva.
Torna a domandare: «Mi ami?».
La risposta di Pietro non cancella ciò che è accaduto. Apre una strada sulla quale la grazia può nuovamente operare. Anche la fedeltà sacerdotale cresce così, attraverso un amore che si lascia purificare e ricomincia.
Forse il futuro del sacerdozio non dipende dalla capacità di giustificarne continuamente l’esistenza davanti al mondo. Nasce da uomini che rimangono davanti a Cristo e accettano di essere formati lungo tutta la vita.
Uomini consapevoli del dono ricevuto e della responsabilità che esso comporta.
Uomini che, dopo ogni caduta, sappiano tornare sulla riva e rispondere ancora:
«Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene».
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