Mentre l’Anno Santo 2025 si avvicinava alla sua conclusione, sono tornato alle lettere che san Gaspare del Bufalo scriveva esattamente duecento anni prima. È stato un modo particolare di guardare al Giubileo che stavamo terminando, perché quelle pagine permettono di entrare nel 1825 quasi mentre accade, senza la distanza ordinata delle biografie e senza quella luce retrospettiva che inevitabilmente accompagna la vita di un santo quando ormai conosciamo l’esito della sua storia.
Nelle lettere incontriamo un uomo immerso nelle giornate. Ci sono viaggi da organizzare, sacerdoti da accompagnare, debiti che preoccupano, case da sostenere e incomprensioni che feriscono. Si parla di persone concrete, di denaro che manca, di missioni da preparare, di giovani da formare. Tra queste occupazioni affiora continuamente una domanda più profonda: come custodire l’Opera che Dio ha affidato alle sue mani senza impossessarsene, attraversando le difficoltà senza permettere che esse ne alterino lo spirito?
Forse proprio per questo il 1825 merita di essere riletto. Nella vita di Gaspare non fu l’anno di una grande fondazione e neppure quello di un avvenimento destinato a dominare le biografie. Fu un anno ordinario, e l’ordinario, quando viene abitato interamente davanti a Dio, finisce per rivelare la misura reale di una vocazione.
All’inizio dell’anno Gaspare è continuamente in movimento. Le lettere partono da Ferentino, Vallecorsa, Frosinone, Traetto. Il fondatore governa camminando e sembra avere la mente occupata contemporaneamente da una quantità impressionante di questioni. Segue l’arrivo dei missionari, mantiene i rapporti con il clero locale e si interessa alle difficoltà della casa di Rimini. Conosce le necessità economiche delle comunità e sa bene che un’opera apostolica vive anche dentro la fragilissima concretezza dei conti da pagare.
Il 28 gennaio, scrivendo a mons. Muccioli a proposito di una situazione debitoria, lascia cadere una frase che sembra piccola e finisce per rivelare molto del suo modo di guardare agli uomini. Chiede che si faccia comprendere al creditore come «l’impotenza fin qui non rende un uomo meritevole di rimprovero», poi aggiunge semplicemente che «in questo mondo siamo un per l’altro».
È una frase che vale la pena lasciare così, senza caricarla di troppe spiegazioni. Gaspare conosceva il dovere e non aveva un’idea sentimentale della responsabilità. Proprio per questo riusciva a distinguere la mancanza di buona volontà dalla povertà reale di chi, in un determinato momento, non riesce a fare ciò che dovrebbe. Dentro una lettera che parla di denaro appare improvvisamente una concezione cristiana delle relazioni: siamo affidati gli uni agli altri.
Nello stesso periodo si interessa a Roccagorga di gruppi di laici impegnati a contrastare la bestemmia. Gaspare entra nei particolari, suggerisce come organizzare l’iniziativa e affida responsabilità concrete ai fedeli. La missione popolare, nella sua concezione, doveva lasciare qualcosa dietro di sé. L’annuncio ricevuto durante alcuni giorni intensi chiedeva di diventare vita ordinaria della comunità.
Dietro questo movimento visibile corre poi una rete silenziosa, quella dei cosiddetti «patti di spirito». Gaspare li propone con frequenza ai sacerdoti, alle religiose e alle persone che incontra. Erano accordi di preghiera reciproca attraverso i quali uomini e donne lontani continuavano a sostenersi davanti a Dio. Per lui la missione aveva bisogno di questa trama nascosta quanto aveva bisogno dei predicatori che salivano sul pulpito. L’azione poteva raggiungere molte persone; la comunione spirituale le impediva di ridursi ad attività.
Quando le lettere entrano nel terreno della direzione spirituale il tono cambia ancora. Il 2 marzo, scrivendo da Traetto a don Filippo Carusi, Gaspare conclude augurandogli di diventare «un altro san Filippo». Non gli consegna un programma minuzioso. Gli indica una figura capace di attirare la vita verso Cristo. La santità appare così come qualcosa che si comunica anche per familiarità, attraverso uomini nei quali il Vangelo ha già preso una forma riconoscibile.
Poi arriva l’estate.
Il luglio del 1825 aprì per Gaspare una delle prove più dolorose di quell’anno. Mentre predicava a Veroli, le contestazioni che da tempo accompagnavano l’Istituto raggiunsero un’intensità nuova. Si discuteva persino del titolo della Congregazione e della centralità attribuita al Preziosissimo Sangue. Accanto alle questioni istituzionali comparvero accuse personali e insinuazioni sulla vita dei missionari.
Il 20 luglio scrive a mons. Cristaldi e lascia uscire una sofferenza che raramente nelle biografie dei santi percepiamo con questa immediatezza: «Ecce in pace amaritudo mea amarissima». Parla di «continui rimproveri e invettive, senza esame, senza processo» e definisce tutto questo «un calice ben amaro».
È importante ascoltare Gaspare in questo punto della storia, perché la santità non gli tolse la percezione della ferita. Sentì l’ingiustizia e ne soffrì. Arrivò a dichiararsi disponibile a lasciare la guida dell’Istituto qualora questo fosse servito a salvare l’Opera.
Qui emerge qualcosa che accompagnerà tutta la sua vita. Gaspare difende con energia ciò che riconosce provenire da Dio e conserva una libertà sorprendente rispetto alla propria posizione personale. L’Istituto gli è affidato, senza diventare una sua proprietà. Può combattere per custodirlo e, nello stesso tempo, essere pronto a farsi da parte.
In quelle settimane si reca a Roma. Presenta a Leone XII le ragioni dell’Istituto e cerca di far comprendere che la Congregazione era nata per coadiuvare i vescovi attraverso le missioni, offrendo alle diocesi uno strumento apostolico capace di raggiungere rapidamente le popolazioni. Proprio nel 1825 Gaspare insiste davanti al Papa sulla centralità del Preziosissimo Sangue, convinto che quel titolo non fosse un’aggiunta devozionale posta accanto alla missione. Ne esprimeva l’anima.
Le Case di Missione, nel suo pensiero, dovevano diventare anche luoghi nei quali il clero potesse ritrovare raccoglimento e vita spirituale. L’urgenza apostolica nasceva da questa sorgente. Prima di mandare uomini sulle strade bisognava custodire uomini capaci di rimanere interiormente presso Cristo.
Il 5 agosto, dopo un colloquio con mons. Soglia, Gaspare racconta di avere avvertito dentro di sé «una forza superiore» e di essersi commosso fino alle lacrime insieme al suo interlocutore. La battaglia istituzionale non era per lui una questione amministrativa. Toccava qualcosa che sentiva appartenere alla volontà di Dio e proprio questa convinzione rendeva ancora più dolorosa l’incomprensione.
L’Istituto uscì salvo dalla prova. La sofferenza non sparì insieme al pericolo. Gaspare scrive di avere il cuore «pieno di mirra» e, quasi schiacciato dalla responsabilità, si domanda: «Ma che si ha da far sempre il Missionario?».
Poi consegna a una brevissima espressione latina ciò che gli rimane da fare: «Pati, et non loqui». Soffrire e tacere.
Non è il silenzio di chi rinuncia alla verità, perché Gaspare aveva parlato, scritto e difeso l’Istituto con tutta l’energia possibile. Arriva il momento nel quale le ragioni sono state presentate e la propria parte è stata compiuta. Da quel punto la sofferenza deve essere consegnata a Dio, altrimenti rischia di trasformarsi in amarezza.
Dopo la tempesta, nelle lettere ricompare San Felice di Giano.
Da Cannara scrive: «Là in Giano è il mio cuore». Chi conosce l’abbazia comprende quanto queste parole siano preziose. San Felice era stata la prima Casa della Missione e continuava a rappresentare per lui qualcosa che andava oltre la funzione organizzativa. Là desiderava ritirarsi per seguire i giovani, studiare e scrivere, preparando anche se stesso «agli anni eterni».
Nei primi giorni di settembre torna in abbazia, dove una ventina di giovani ecclesiastici si preparano al ministero. Dopo i mesi trascorsi tra viaggi, accuse e difese dell’Istituto, Gaspare ritrova il silenzio della prima Casa e la presenza di quei giovani nei quali vede il futuro della missione.
Verso la fine dell’anno tornerà ancora a San Felice e scriverà di trascorrervi «giorni di paradiso». Il Convitto va bene e quei giovani sono «la mia delizia». In altre lettere li chiamerà «novelle piante di olivo». È una delle immagini più belle che ci consegna il 1825. Un uomo ormai maturo, provato da anni di missioni e di contrasti, guarda giovani sacerdoti in formazione e continua a credere nel futuro.
Le difficoltà economiche rimangono. Rimini chiede sostegno e anche Giano ha bisogno di aiuti. Gaspare continua a scrivere a Cristaldi, cercando le risorse necessarie affinché le Case possano vivere. Il fondatore che aveva difeso davanti al Papa l’essenza spirituale dell’Istituto deve nello stesso tempo preoccuparsi del denaro necessario per mantenerne aperte le porte. Non avverte alcuna contraddizione. La Provvidenza passa anche attraverso persone da cercare, richieste da formulare e responsabilità amministrative da assumere.
Nell’autunno emerge un altro tratto della sua spiritualità. Il 16 ottobre invita Camillo Possenti a essere «sempre ilare nella divina amabilità» e a custodire «un’umiltà confidente». Colpisce questa serenità dopo aver seguito Gaspare dentro l’amarezza dell’estate. La prova non gli ha fatto cambiare idea su Dio. Non consegna agli altri una spiritualità cupa perché lui stesso ha sofferto. Continua a indicare una santità abitata dalla fiducia.
L’anno giunge così verso la sua conclusione. Gaspare prepara la festa di san Francesco Saverio, uno dei grandi riferimenti della sua vita missionaria, e chiede di poter celebrare tre Messe nella notte di Natale. Porta all’altare il Papa, l’Istituto e le persone che collaborano con lui. Dopo un anno trascorso a sostenere l’Opera attraverso lettere, viaggi e incontri, tutto ritorna alla Messa.
Rileggendo oggi quelle pagine, ciò che rimane maggiormente impresso non è un singolo episodio. È la continuità con cui Gaspare abita ciò che gli viene consegnato.
Il 1825 gli presenta problemi economici e gli affida giovani da formare. Gli offre la consolazione di San Felice e gli consegna l’amarezza delle accuse. Lo porta davanti al Papa e poi lo riconduce alle piccole necessità quotidiane delle Case. In ogni luogo egli cerca la stessa cosa: capire che cosa chieda Dio in quella precisa circostanza e compierlo.
Duecento anni dopo, mentre anche il nostro Anno Santo entra nella memoria, questa fedeltà ordinaria forse ci interpella più di molti avvenimenti straordinari.
Un Giubileo passa. Restano le scelte che abbiamo compiuto mentre lo attraversavamo, il modo in cui abbiamo trattato le persone che ci sono state affidate e la cura con cui abbiamo custodito la nostra vocazione. Restano anche le occasioni nelle quali abbiamo dovuto accettare che la volontà di Dio passasse attraverso una giornata apparentemente priva di grandezza.
San Gaspare non trasformò il 1825 in un anno straordinario. Lo ricevette come gli fu consegnato e vi rimase fedele.
Forse è precisamente questo che, dopo due secoli, continua a renderlo straordinario.
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