don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

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LA TERZA CATECHESI DI LEONE XIV SU DEI VERBUM. UN SOLO SACRO DEPOSITO. IL CRITERIO CHE RIPORTA PACE ALLA CHIESA

Cari amici, nel cammino che stiamo seguendo con le catechesi di Leone XIV su Dei Verbum si nota una progressione lineare. Prima la Rivelazione come dialogo di alleanza, nel quale Dio si rivolge a noi come ad amici. Poi il compimento di quella Rivelazione in Gesù Cristo, incontro storico e personale che dona il Padre nello Spirito. Oggi, con la terza catechesi, il Papa compie il passo necessario: mostra come quella Parola di Cristo attraversi i secoli senza diventare preda di interpretazioni mutevoli, grazie all’unità tra Scrittura e Tradizione, affidata alla Chiesa come “un solo sacro deposito”.

Leone XIV sceglie due scene evangeliche come cornice teologica. Nel Cenacolo, Gesù lega la sua parola all’opera dello Spirito Santo: «Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paraclito… vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto… vi guiderà a tutta la verità» (Gv 14,25-26; 16,13). In Galilea, il Risorto affida ai discepoli un mandato che include un contenuto preciso: «insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato» (Mt 28,19-20). La trasmissione della fede nasce qui: parola pronunciata da Cristo, Spirito che guida alla verità, Chiesa che insegna e trasmette.

Il Concilio esprime questo intreccio con una formula che il Papa riprende come asse portante: «La sacra Scrittura e la sacra Tradizione sono strettamente congiunte e comunicanti tra loro… formano in certo qual modo un tutto e tendono allo stesso fine» (DV 9). La Scrittura non è un testo isolato da gestire privatamente. La Tradizione non è una memoria imprecisa o un semplice “sentire ecclesiale”. Entrambe scaturiscono dalla stessa sorgente divina e sono ordinate allo stesso fine salvifico.

In questo quadro si comprende il rimando al Catechismo e al motto patristico: «La Sacra Scrittura è scritta nel cuore della Chiesa prima che su strumenti materiali». La Parola di Dio vive in un popolo che la riceve, la prega, la celebra, la studia, la custodisce. Il testo sacro è riconosciuto e interpretato dentro questo grembo vivo. Ne deriva una conseguenza pastorale decisiva: la Bibbia si legge nella Chiesa, con la Chiesa, secondo la fede della Chiesa.

A questo punto Leone XIV chiarisce il significato del “progresso” della Tradizione, un punto spesso frainteso nel dibattito postconciliare. Il Concilio afferma che «la Tradizione di origine apostolica progredisce nella Chiesa con l’assistenza dello Spirito Santo» (DV 8). Questo progresso non è reinvenzione. È crescita organica della comprensione e dell’incarnazione della medesima fede apostolica. Avviene attraverso la riflessione e lo studio dei credenti, attraverso una più profonda intelligenza delle cose spirituali, attraverso la predicazione dei successori degli Apostoli che hanno ricevuto «un carisma sicuro di verità». Quindi, «la Chiesa nella sua dottrina, nella sua vita e nel suo culto, perpetua e trasmette a tutte le generazioni tutto ciò che essa crede» (DV 8). La Tradizione è vita della Chiesa, non commento occasionale.

Le citazioni patristiche confermano la stessa linea. San Gregorio Magno: «La Sacra Scrittura cresce con coloro che la leggono». Sant’Agostino: «uno solo è il discorso di Dio che si sviluppa in tutta la Scrittura e uno solo è il Verbo che risuona sulla bocca di tanti santi». La Parola non è fossilizzata. È viva e cresce. Cresce senza perdere la sua identità, come un seme che porta frutto secondo la propria natura. In questa luce si comprende anche il richiamo a Newman e allo sviluppo della dottrina cristiana, interpretato come dinamismo vitale interno e non come adattamento arbitrario alle mode.

Qui emerge il punto che rende questa catechesi particolarmente utile per la vita della Chiesa, specialmente là dove si è diffusa l’abitudine di sostituire i testi con narrazioni suggestive o con interpretazioni che si impongono più per clima che per verità. Leone XIV non entra in polemica. Offre un criterio. Lo fa con una parola forte, volutamente concreta: “deposito”.

Paolo esorta Timoteo: «O Timoteo, custodisci il deposito che ti è stato affidato» (1Tm 6,20; cfr 2Tm 1,12.14). Dei Verbum riprende: «La sacra Tradizione e la sacra Scrittura costituiscono un solo deposito della Parola di Dio affidato alla Chiesa», interpretato dal «magistero vivo della Chiesa la cui autorità è esercitata nel nome di Gesù Cristo» (DV 10). Leone XIV sottolinea la matrice giuridica del termine: il deposito è un bene affidato al depositario, che ha il dovere di conservarlo e trasmetterlo intatto. Questo chiarimento non è secondario. È una cura. Significa che la fede non appartiene alle correnti, non appartiene alle sensibilità del momento, non appartiene al gusto personale. È un tesoro ricevuto, custodito, consegnato.

Da qui nasce un progresso pratico per la Chiesa di oggi: un metodo di discernimento che riporta serenità, chiarezza e unità. Quando un’affermazione viene presentata come “spirito” o come interpretazione non verificabile, la domanda cattolica torna semplice e decisiva: sta dentro l’unico deposito di Scrittura e Tradizione, sotto l’azione dell’unico Spirito Santo, nella continuità della dottrina, della vita e del culto della Chiesa, con la guida del Magistero vivo? Se la risposta è positiva, la comprensione cresce e la pastorale diventa feconda. Se la risposta è negativa, ci si trova davanti a un’interpretazione che non edifica, anche se si presenta come aggiornata.

Il Papa conclude riprendendo la sintesi conciliare: Scrittura e Tradizione sono talmente connesse da non poter sussistere indipendentemente, e insieme, secondo il proprio modo, sotto l’azione di un solo Spirito Santo, contribuiscono efficacemente alla salvezza delle anime (cfr DV 10). Il filo del percorso resta unico: Dio parla, Cristo rivela, lo Spirito guida, la Chiesa custodisce e trasmette. La Parola resta viva nella storia, senza smarrire la sua verità, per la salvezza.

Cari amici, questa terza catechesi porta a compimento, con sobria fermezza, la linea inaugurata da Leone XIV. Il Concilio viene letto a partire dalla forma cattolica della fede, che unisce Cristo, lo Spirito e la Chiesa in un’unica trama vivente. Dei Verbum si rivela come una costituzione della trasmissione, nella quale Scrittura e Tradizione non sono rivali né alternative, sono un solo sacro deposito affidato alla Chiesa, custodito e comunicato lungo i secoli. Qui c’è un progresso davvero utile per la vita ecclesiale: non una narrazione mobile, non un clima interpretativo, non uno “spirito” lasciato alle correnti, bensì un criterio di discernimento che riporta pace e chiarezza. La Parola resta viva e cresce, secondo lo Spirito, nella continuità della dottrina, della vita e del culto. La Chiesa ritrova così la sua stella polare nella complessità della storia: custodire intatto il dono ricevuto, per trasmetterlo con fedeltà e con fecondità, a salvezza delle anime.

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