don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

Oggi
Calendario liturgico

UN «VESTITO STRETTO» E UNA DOMANDA CHE RIGUARDA TUTTI

La scelta di Alberto Ravagnani e ciò che chiede alla formazione sacerdotale

Cari amici, ho ascoltato l’intervista che Alberto Ravagnani ha rilasciato a Giacomo Poretti nel suo PoretCast dopo aver comunicato all’Arcivescovo di Milano la decisione di sospendere il ministero presbiterale. L’ho ascoltata cercando di sottrarmi alla reazione immediata che vicende simili inevitabilmente provocano, soprattutto quando riguardano una persona molto conosciuta e capace, negli anni, di raggiungere attraverso i social un pubblico che difficilmente avrebbe incontrato un sacerdote nei luoghi ordinari della vita ecclesiale.

C’è un’immagine utilizzata da Ravagnani che mi è rimasta particolarmente impressa. Parlando della vita sacerdotale, dice di avere progressivamente avvertito una distanza tra ciò che quella forma gli chiedeva di essere e ciò che sentiva di essere chiamato a vivere; descrive il ministero anche come un ruolo sociale segnato da aspettative e confini, fino a ricorrere all’immagine di un «vestito» che ormai gli stava stretto.

Credo che questa immagine debba essere presa sul serio proprio perché non riguarda soltanto lui. Quando una persona arriva a percepire in questo modo la forma dentro la quale ha vissuto per anni, sarebbe povero limitarsi a stabilire se abbia ragione o torto, come se ci trovassimo davanti a una delle tante controversie da consumare velocemente sui social. Una scelta così profonda appartiene anzitutto alla coscienza della persona, alla sua storia con Dio e al discernimento ecclesiale che inevitabilmente la accompagna. Rimane però una domanda che può essere posta senza trasformare quella storia in un processo: che cosa accade quando l’identità sacerdotale viene progressivamente percepita come qualcosa che si indossa?

Qui, a mio avviso, comincia una riflessione che riguarda tutta la Chiesa.

Il sacerdote possiede certamente un ruolo sociale. Le persone si attendono da lui determinati comportamenti, gli affidano una funzione riconoscibile e leggono anche le sue scelte private alla luce del ministero che esercita pubblicamente. Queste attese possono diventare pesanti e talvolta persino deformanti, soprattutto quando al prete viene chiesto di incarnare un’immagine priva di fragilità, sempre disponibile e capace di rispondere a ogni necessità. La vita presbiterale conosce realmente questa pressione e sarebbe ingenuo ignorarla.

Il sacerdozio, però, nasce più in profondità rispetto al ruolo sociale attraverso il quale viene percepito. La Chiesa crede che nel sacramento dell’Ordine l’uomo venga configurato a Cristo in una forma stabile, ricevendo una missione che lo inserisce nel ministero apostolico e lo pone al servizio del Popolo di Dio. L’identità sacerdotale comprende quindi il ruolo che la società riconosce e lo precede. Per questo la crisi diventa particolarmente dolorosa quando ciò che era stato ricevuto come forma della propria vocazione comincia a essere avvertito soprattutto come una struttura esterna dentro la quale non si riesce più a vivere.

L’immagine del vestito diventa allora molto interessante, purché non venga utilizzata per formulare un giudizio sulla persona. Un vestito rimane esterno al corpo. Può rappresentarci per un periodo e, quando la nostra vita cambia, può essere sostituito. La formazione sacerdotale cerca invece di favorire un processo molto più profondo, nel quale la vocazione ricevuta viene progressivamente integrata con la storia umana concreta dell’uomo chiamato. Proprio per questo Giovanni Paolo II, nella Pastores dabo vobis, attribuiva tanta importanza alla formazione umana, considerandola il fondamento necessario dell’intero percorso, e alla formazione spirituale, chiamata a unificare l’essere e il vivere del sacerdote.

Quella formazione, soprattutto, non termina con l’ordinazione. Questo punto mi sembra decisivo. Possiamo avere ancora in mente un modello nel quale il seminario prepara un giovane, il vescovo lo ordina e da quel momento il sacerdote dovrebbe possedere gli strumenti necessari per attraversare da solo i decenni successivi. La realtà umana funziona diversamente. A venticinque anni si vive la propria identità in un modo; a trentacinque si incontrano domande che allora non erano ancora emerse; con il passare del tempo cambiano la percezione di sé, le relazioni, il corpo, le responsabilità e anche il modo di leggere la propria storia.

La vocazione attraversa tutto questo.

La formazione permanente serve precisamente a permettere che ciò che è stato ricevuto sacramentalmente continui a entrare nella vita reale dell’uomo che lo porta. Non serve semplicemente ad aggiornare il sacerdote sulle nuove tecniche pastorali o sui documenti pubblicati dopo il seminario. Dovrebbe aiutarlo a rileggere continuamente il rapporto tra la chiamata, la propria maturazione umana e le forme concrete attraverso le quali il ministero viene vissuto.

Da questo punto di vista, le parole di Ravagnani pongono una domanda che non possiamo liquidare. Che cosa significa accompagnare un sacerdote quando la distanza tra il ministero e la percezione di sé comincia ad aumentare? Quali luoghi reali gli vengono offerti perché possa parlare senza temere che ogni difficoltà venga immediatamente interpretata come infedeltà? Quanto spazio esiste nei nostri presbiteri per una fraternità nella quale un uomo possa riconoscere stanchezza e domande profonde prima che esse abbiano già assunto la forma di una decisione?

Sono questioni che toccano la qualità della vita sacerdotale e chiedono anche di evitare una conclusione altrettanto facile: attribuire ogni abbandono alla responsabilità della Chiesa. Una vocazione coinvolge la libertà personale e conserva questa dimensione lungo tutto il suo cammino. Esistono responsabilità che nessuna struttura può assumere al posto dell’individuo. Esistono anche condizioni ecclesiali che possono favorire una fedeltà più adulta oppure rendere più difficile attraversare una crisi. Tenere insieme questi elementi permette di rispettare la complessità delle storie senza cercare subito un colpevole.

C’è poi un’altra affermazione dell’intervista che merita attenzione. Ravagnani dice di voler continuare a vivere per Dio e seguire Gesù, immaginando per sé una forma diversa da quella sacerdotale. Qui tocchiamo una questione ancora più profonda, perché nel cristianesimo la relazione personale con Cristo e la forma ecclesiale della vocazione non vivono come due realtà semplicemente affiancate.

Ogni vocazione cristiana nasce dall’incontro personale con il Signore e prende corpo dentro una forma concreta. Anche il matrimonio conosce giorni nei quali la forma scelta può apparire più stretta del desiderio personale, perché la libertà consegnata incontra negli anni trasformazioni che nessuno poteva prevedere all’inizio. La vita consacrata attraversa passaggi simili. Il ministero ordinato conosce la stessa prova secondo la propria natura. La fedeltà cristiana cresce proprio nel lungo lavoro attraverso il quale la persona continua a comprendere come il dono ricevuto possa essere abitato dalla sua umanità reale.

Questo non autorizza a ignorare una crisi in nome della promessa fatta anni prima. La crisi stessa può diventare il luogo nel quale la vocazione viene riletta con maggiore verità.

Occorre però vigilare su un concetto molto presente nella cultura contemporanea, quello dell’autenticità. Siamo abituati a pensare che essere autentici significhi corrispondere immediatamente a ciò che sentiamo di essere in un determinato momento. La visione cristiana della persona possiede un respiro più lungo. L’uomo scopre se stesso anche attraverso le relazioni ricevute, le promesse assunte e una chiamata che talvolta lo conduce oltre ciò che spontaneamente avrebbe scelto.

L’autenticità cristiana contiene quindi anche una domanda: ciò che oggi sento come più corrispondente a me rappresenta davvero il compimento della mia vocazione oppure esprime un passaggio della mia storia che ha ancora bisogno di essere compreso?

Nessun osservatore esterno può rispondere al posto della persona. Proprio per questo il discernimento ha bisogno di tempo e di accompagnamento.

La vicenda di un sacerdote molto presente nel mondo digitale aggiunge poi un elemento ulteriore sul quale credo sia necessario riflettere con serenità. I social possono essere strumenti straordinari per l’evangelizzazione e Ravagnani ha dimostrato quanto un sacerdote possa raggiungere ambienti altrimenti lontani. Gli stessi strumenti costruiscono anche un rapporto molto particolare con il consenso, perché ogni contenuto riceve immediatamente una misura attraverso visualizzazioni, commenti e reazioni.

Vivere a lungo dentro questo ambiente richiede una libertà interiore particolarmente custodita.

Il problema non riguarda soltanto chi possiede centinaia di migliaia di follower. Tutti possiamo cominciare a leggere il bene attraverso la risposta che riceve, e un sacerdote è particolarmente esposto quando la sua persona diventa inseparabile dal messaggio che comunica. La paternità spirituale possiede tempi molto diversi da quelli della notorietà: cresce spesso attraverso una fedeltà nascosta, fatta di persone accompagnate per anni, celebrazioni quotidiane, confessioni delle quali nessuno saprà nulla e presenze che non producono alcun dato misurabile.

Questo non rende sospetta la comunicazione digitale. Chiede di custodirne il rapporto con la vita reale.

Credo che anche qui la formazione permanente abbia un compito nuovo. Non basta insegnare ai sacerdoti come usare i social; occorre aiutarli a comprendere che cosa i social fanno a chi li usa, soprattutto quando il proprio volto diventa un punto di riferimento pubblico.

Rimango allora davanti alla frase del «vestito stretto» con una sensazione diversa rispetto a quella che avevo all’inizio. Non sento anzitutto il bisogno di contestarla. Mi sembra più fecondo lasciarmi interrogare da ciò che rivela. Se un sacerdote arriva a percepire la propria forma ministeriale come un abito diventato estraneo, tutta la Chiesa può domandarsi come accompagnare meglio l’integrazione tra sacramento ricevuto e maturazione umana, tra responsabilità ecclesiale e libertà personale.

La risposta non consisterà nel rendere il sacerdozio progressivamente indefinito affinché nessuno possa più sentirlo stretto. Nemmeno potrà limitarsi a irrigidire la forma, immaginando che la chiarezza delle norme risolva da sola le fatiche interiori.

Abbiamo bisogno di sacerdoti che possano abitare ciò che hanno ricevuto con una libertà sempre più adulta, capaci di attraversare le crisi senza nasconderle e sufficientemente accompagnati perché la domanda sulla propria identità possa essere posta prima che diventi una frattura.

Quando questo accade, la forma ecclesiale smette di essere percepita come qualcosa che stringe dall’esterno e può tornare a essere il luogo nel quale una vita consegnata continua a maturare.

La vicenda di Alberto Ravagnani riguarda anzitutto lui e merita il rispetto dovuto a ogni coscienza. La domanda che lascia alla Chiesa, invece, riguarda tutti noi: come aiutiamo un sacerdote a continuare a diventare, nel corso degli anni, ciò che ha ricevuto il giorno dell’ordinazione?

È una domanda molto più impegnativa del giudicare una scelta. Ed è anche molto più utile.

Rispondi

Scopri di più da Due palmi sopra il cuore

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere