Cari amici, La liturgia cammina con noi e la storia di Salomone istruisce il nostro presente. Mentre ascoltavo la lettura, i volti di tanti amici e confratelli incontrati in questi anni di ministero sono tornati a farmi compagnia. Li ho visti crescere e cadere, diventare importanti e poi essere dimenticati, incendiarsi di zelo e spegnersi nella delusione. Ho lasciato che questi pensieri si depositassero con calma, senza trascinarmi via.
Finita la Messa, nella consueta sosta con Gesù, ho ripreso il brano del libro dei Re. È un racconto limpido, una scena ordinata ed elegante. La Regina di Saba arriva a Gerusalemme con ricchezze enormi, aromi e pietre preziose. Porta con sé domande, enigmi e curiosità. Soprattutto, porta lo sguardo del mondo, capace di ammirare e, al tempo stesso, di corrompere.
Salomone risponde a tutto. La Scrittura sottolinea che nessuna domanda restò insolubile. La Regina osserva, misura e confronta ogni dettaglio: la saggezza, il palazzo, la tavola, le divise dei ministri. Nota persino il culto e gli olocausti offerti nel tempio del Signore. Rimane senza fiato di fronte a una realtà che supera ogni fama riferita e riconosce che il Re è stato stabilito da Dio per esercitare il diritto e la giustizia.
Tutto appare perfetto. Proprio questa apparente perfezione rende la pagina estremamente delicata. La tentazione qui non entra come uno scandalo o un disordine, ma si presenta sotto forma di successo e armonia. Entra come un applauso, non come un insulto alla fede. La Regina di Saba rappresenta il mondo quando sa essere seducente: non nega Dio, lo loda; non ti attacca, ti conferma. Chiede semplicemente di piacere.
Il mondo eccelle in questo: sa premiare ciò che funziona e ammirare ciò che è luminoso. Qui nasce la fragilità di chi possiede un dono reale. Il rischio è che il dono diventi identità, che il frutto diventi l’unica misura e che il consenso degli altri si trasformi nel giudizio definitivo su se stessi. Salomone ha ricevuto la sapienza come grazia dopo aver chiesto un cuore docile. La scena di oggi mostra il frutto visibile di quel dono, preparando contemporaneamente il “punto cieco”: quando la gloria cresce, la memoria della sorgente rischia di sbiadire. Il dono viene scambiato per natura e la luce ricevuta viene vissuta come luce propria.
Questa vicenda riguarda ognuno di noi, in particolare chi è esposto, chi guida o possiede un carisma comunicativo. Penso a sacerdoti brillanti e a figure oggi molto visibili, abili nel creare consenso. Tutto può essere dono, ma tutto può diventare abbaglio. La tentazione antica rimane la stessa: pensare che la fecondità derivi dall’abilità personale e non dalla grazia, o che la Chiesa sia un limite perché non coincide con il proprio ritmo.
Le delusioni e le scelte “difficili” che seguono meritano rispetto e preghiera. Questa pagina della Scrittura offre una chiave di lettura universale: quando il mondo ammira, l’anima può confondersi. Se l’applauso diventa la propria casa, la casa di Dio comincia a sembrare stretta. La Regina di Saba ci pone una domanda decisiva: davanti al successo, resto un servitore o divento un protagonista? Sono uno che riceve o uno che possiede?
Un dettaglio quasi nascosto salva la scena: la Regina nota l’orientamento di Salomone verso Dio attraverso il culto. La sapienza resta vera finché rimane orientata; la gloria resta sana finché resta offerta. La fecondità rimane pura solo se vissuta in ginocchio, anche quando è applaudita.
L’insegnamento che porto con me è pratico. Davanti a un applauso, dovrei chiedermi dove mi sta conducendo. Se mi porta a ringraziare Dio, l’applauso nutre l’umiltà. Se mi spinge a cercarne un altro, diventa una catena. Quando le mie capacità funzionano, è necessario tornare alla preghiera e a quella docilità originaria. Se il giudizio degli altri pesa più della coscienza davanti a Dio, la libertà è svanita. Spesso non è la Chiesa che ci stringe, è il mondo che si allarga in modo sbagliato dentro di noi.
La Regina di Saba ci insegna che il mondo sa ammirare e che, proprio per questo, il cuore deve essere custodito con cura. La sapienza non basta se non resta in adorazione.
Lascio la cripta appuntandomi una preghiera conclusiva che condivido con voi e che, al momento opportuno, potrebbe essere utile ripetere: Signore, mi hai dato doni che non mi appartengono. Custodiscimi nella gratitudine e liberami dalla dipendenza dall’applauso e dalla paura di non piacere. Donami un cuore docile, capace di riconoscere che ogni bene viene da Te. Quando il mondo mi ammira, proteggimi dalla confusione; quando mi tenta, riportami alla sorgente. Fa’ che la mia sapienza resti servizio e la mia gloria resti sempre un’offerta a Te.
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