Cari amici, oggi, 3 marzo, la Segreteria Generale del Sinodo ha pubblicato il Rapporto finale del Gruppo di Studio n. 4, al quale era stato affidato un tema che può sembrare riservato ai rettori dei seminari e ai vescovi e che, in realtà, riguarda molto da vicino tutta la Chiesa: la formazione dei futuri sacerdoti.
La domanda potrebbe essere formulata in modo molto semplice: che preti vogliamo?
Prima ancora, però, ce n’è un’altra: quale sacerdote chiede la Chiesa e quale forma deve avere la sua preparazione perché l’uomo che riceverà l’Ordine possa vivere realmente ciò che il sacramento farà di lui?
Il Gruppo di Studio era stato incaricato di riflettere sulla Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis, il documento del 2016 che regola la formazione sacerdotale nella Chiesa universale. Il risultato del lavoro è significativo già per una scelta compiuta all’inizio: la Ratio non viene giudicata superata. I suoi principi fondamentali conservano la loro validità. Il Rapporto preferisce offrire indicazioni perché quella formazione venga attuata dentro la prospettiva missionaria e sinodale maturata nel recente cammino ecclesiale.
È un particolare importante, perché evita di leggere ogni passaggio della vita della Chiesa come se ciò che viene dopo dovesse necessariamente cancellare ciò che esisteva prima.
Anche in Italia il terreno è già stato preparato dalla nuova Ratio nazionale promulgata nel 2025, che raccoglie la Ratio Fundamentalis e la declina dentro la situazione delle nostre Chiese. Il quadro che emerge dai due documenti possiede una notevole coerenza: il futuro sacerdote resta anzitutto un discepolo, la cui formazione riguarda l’intera persona e continua ben oltre gli anni del seminario.
Il Rapporto sinodale pone però un accento che merita attenzione. L’identità del presbitero viene formata «nel e dal Popolo di Dio».
Questa espressione, presa isolatamente, potrebbe prestarsi a letture frettolose. Il sacerdote non riceve dal Popolo di Dio la propria identità sacramentale. La riceve da Cristo attraverso il sacramento dell’Ordine, conferito nella Chiesa dal vescovo. La comunità non produce il ministero ordinato e nessun processo partecipativo potrebbe sostituire ciò che avviene nell’ordinazione.
Proprio questa identità sacramentale spiega, però, perché il sacerdote venga formato dentro la Chiesa reale.
L’Ordine configura un uomo a Cristo Capo e Pastore perché serva il Corpo. Sarebbe singolare prepararlo a questo servizio tenendolo per anni in un ambiente nel quale il contatto con il Corpo concreto della Chiesa fosse episodico o prevalentemente funzionale. La parrocchia, le famiglie, le persone consacrate e coloro che attraversano la fatica ordinaria dell’esistenza non costituiscono semplicemente il campo nel quale un giorno il sacerdote eserciterà ciò che ha imparato altrove. Sono già parte dell’ambiente ecclesiale nel quale la sua vocazione viene verificata e maturata.
È qui che acquista senso una delle indicazioni più interessanti del Rapporto: alternare alcuni periodi di permanenza in seminario con esperienze prolungate nelle comunità parrocchiali o in altri contesti ecclesiali, sempre accompagnate e sottoposte a discernimento.
L’intenzione non è trasformare il seminario in una residenza temporanea dalla quale i candidati entrano ed escono secondo necessità pastorali. Il problema è più profondo. Un uomo può imparare molto bene il funzionamento di un ambiente protetto e rivelare poi fragilità inattese quando deve governare il proprio tempo, abitare una casa da solo, attraversare un conflitto o sostenere relazioni che non ha scelto.
La formazione sacerdotale deve permettere che queste dimensioni emergano quando esistono ancora un accompagnamento stabile e la libertà reale di discernere.
Il seminario conserva così la propria funzione preziosa. Diventa sempre più chiaramente un luogo nel quale la vocazione viene formata e verificata, evitando che la protezione necessaria alla crescita produca una separazione artificiale dalla vita.
Questo tocca anche un problema che nel ministero sacerdotale conosciamo bene: la solitudine.
Esiste una solitudine feconda, abitata dalla preghiera e necessaria a un uomo consacrato al Signore. Esiste anche una solitudine che lentamente chiude il sacerdote dentro se stesso, altera la percezione dei problemi e rende sempre più difficile chiedere aiuto. Chi per anni si abitua a vivere ogni relazione dentro strutture già predisposte può trovarsi impreparato quando quelle strutture scompaiono e la responsabilità quotidiana ricade sulle sue spalle.
La fraternità presbiterale deve quindi essere imparata prima di essere invocata nelle crisi. Il rapporto con il vescovo e con gli altri sacerdoti appartiene alla stessa forma ecclesiale del ministero. Un presbitero isolato può continuare a celebrare validamente i sacramenti e svolgere con generosità molte attività, mentre qualcosa nella sua vita sacerdotale comincia lentamente a deformarsi.
Il Rapporto allarga poi lo sguardo verso coloro che partecipano alla formazione.
Laici, persone consacrate e donne preparate possono offrire un contributo stabile, fino alla presenza nelle équipe formative secondo competenze e responsabilità definite. Anche questo punto richiede precisione, perché potrebbe essere interpretato come il trasferimento del discernimento vocazionale a una sorta di giuria ecclesiale allargata.
La responsabilità dei formatori e, in ultima istanza, del vescovo rimane intatta.
Ciò che cambia è la ricchezza dello sguardo.
Un candidato può imparare molto presto il linguaggio atteso dal proprio formatore. Può conoscere le risposte corrette e presentare una figura di sé perfettamente compatibile con il percorso. Le relazioni più varie hanno invece la capacità di far emergere aspetti della persona che difficilmente appaiono dentro un rapporto esclusivamente istituzionale.
Una famiglia può vedere come quell’uomo entra nella vita domestica e come ascolta problemi che non appartengono alla sua esperienza. Una donna può cogliere modalità relazionali che in un ambiente quasi interamente maschile restano meno visibili. Una comunità cristiana può verificare se il candidato sa servire senza cercare il centro e se riesce a riconoscere i doni degli altri senza percepirli come una minaccia alla propria futura autorità.
Sono elementi apparentemente ordinari. Proprio nell’ordinario maturano spesso le caratteristiche che domani renderanno fecondo o faticoso un ministero sacerdotale.
La presenza delle donne nella formazione acquista qui il suo significato più serio. La questione perde molta della sua carica ideologica quando viene ricondotta alla realtà. Un sacerdote trascorrerà la propria vita pastorale incontrando donne, affidandosi alla loro collaborazione e accompagnando storie familiari nelle quali la loro esperienza sarà spesso decisiva. Una formazione che le tenesse sistematicamente ai margini offrirebbe al futuro presbitero una rappresentazione impoverita della stessa comunità che sarà chiamato a servire.
C’è poi il tema del discernimento comunitario.
Il Rapporto chiede che i futuri sacerdoti imparino pratiche di ascolto e di discernimento ecclesiale. Anche qui occorre sottrarre la questione a due caricature che spesso rendono impossibile una discussione seria. Il sacerdote non viene formato per diventare il moderatore permanente di assemblee nelle quali ogni decisione nasce da una votazione. Allo stesso tempo non può essere educato a pensare che il discernimento pastorale coincida automaticamente con ciò che egli stesso ha già deciso.
L’autorità sacerdotale possiede una responsabilità reale proprio perché deve cercare ciò che serve alla comunione e alla missione della Chiesa.
Per fare questo occorre sapere ascoltare.
L’ascolto cristiano non consiste nel registrare opinioni. Chiede di riconoscere ciò che lo Spirito può suggerire attraverso l’esperienza e la competenza delle persone, sottoponendo tutto alla Parola di Dio e alla fede della Chiesa. Il pastore resta responsabile del discernimento che gli compete. La qualità della sua decisione dipenderà anche dalla libertà con cui avrà saputo accogliere ciò che non proveniva inizialmente da lui.
Qui intravedo uno dei punti più delicati della formazione.
Un sacerdote sicuro della propria identità sacramentale può permettersi di ascoltare.
Quando l’identità è fragile, ogni competenza altrui può essere vissuta come un’invasione e ogni osservazione come una contestazione dell’autorità. L’esercizio del ministero diventa allora progressivamente difensivo. Si controllano gli spazi, si moltiplicano le decisioni personali e la comunità viene lentamente organizzata attorno alla figura del sacerdote.
Una buona formazione deve preparare un uomo abbastanza libero da esercitare l’autorità senza aver bisogno di occupare tutto.
Questa libertà riguarda anche la maturità affettiva.
Il Rapporto insiste sulla prevenzione degli abusi e sulla tutela delle persone vulnerabili, collocando questi temi dentro una formazione umana complessiva. È un passaggio necessario. La tutela non può cominciare quando emerge uno scandalo. Si costruisce molto prima, educando al rispetto dei confini relazionali e alla conoscenza di sé, accompagnando le fragilità quando sono ancora riconoscibili e affrontabili.
Lo stesso vale per il mondo digitale.
Un giovane che entra oggi in seminario porta con sé una storia vissuta anche attraverso uno smartphone. Relazioni, abitudini e forme di dipendenza possono attraversare lo spazio digitale senza essere immediatamente percepibili dalla comunità formativa. Sarebbe ingenuo pensare che l’ingresso in seminario renda automaticamente ordinato questo mondo interiore. La libertà cristiana deve essere formata anche lì, perché domani il sacerdote vivrà nello stesso ambiente digitale delle persone che gli saranno affidate.
A questo punto la domanda iniziale ritorna con maggiore chiarezza.
Che preti vogliamo?
Credo che il Rapporto aiuti a formulare una risposta capace di evitare molte semplificazioni.
Vogliamo sacerdoti che sappiano chi sono perché hanno ricevuto la propria identità da Cristo e dalla Chiesa attraverso l’Ordine. Proprio questa certezza deve renderli capaci di abitare relazioni vere e di lasciarsi conoscere, permettendo che la formazione tocchi anche le zone nelle quali è più facile nascondersi.
Vogliamo uomini che abbiano imparato a vivere la comunione prima di doverla predicare agli altri. Persone capaci di riconoscere il Battesimo e i carismi presenti nel Popolo di Dio, esercitando la responsabilità pastorale senza trasformarla nel bisogno di controllare ogni cosa.
Desideriamo soprattutto sacerdoti per i quali Cristo rimanga il centro reale.
Perché tutte le riforme formative possono essere intelligenti e tutte le équipe possono essere competenti, mentre nulla sostituirà mai il punto dal quale nasce il sacerdozio: un uomo che ha incontrato il Signore, ha riconosciuto una chiamata e ha permesso alla Chiesa di discernere con serietà se quella chiamata veniva davvero da Dio.
Il seminario serve a custodire questo incontro e a verificarne la verità nella vita.
Forse è proprio qui che il Rapporto offre il suo contributo più interessante. Ci ricorda che un sacerdote destinato a servire il Popolo di Dio non può essere formato come se quel popolo cominciasse a esistere soltanto il giorno successivo alla sua ordinazione.
La comunità cristiana è già lì.
Ed è dentro quella Chiesa concreta che un uomo chiamato al presbiterato deve imparare lentamente a diventare pastore.
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