don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

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YAOUNDÉ, LEONE XIV AI GIOVANI DELL’AFRICA: COSCIENZE LIBERE, NON VITE SIMULATE

Cari amici, all’Università Cattolica dell’Africa Centrale Papa Leone XIV ha raccolto le domande emerse poco prima dalle testimonianze degli studenti e le ha riportate a un punto che attraversa tutto il suo discorso: il futuro dell’Africa non dipenderà soltanto dalla quantità di competenze che le nuove generazioni riusciranno ad acquisire, perché ogni sapere rimane affidato alla qualità della coscienza di chi lo utilizza.

Il Papa lo dice con chiarezza quando afferma che nessuna società può prosperare se non si fonda su coscienze rette ed educate alla verità, richiamando il motto dell’Università, «Al servizio della verità e della giustizia», e indicando proprio nella coscienza quel luogo interiore nel quale l’uomo impara a discernere ciò che è vero e ciò che è giusto.

Questa insistenza possiede un peso particolare dentro un’università, perché impedisce di ridurre la formazione alla semplice acquisizione di strumenti. Una persona può diventare molto competente e restare moralmente disorientata, può imparare a gestire sistemi complessi e non avere ancora maturato un criterio abbastanza solido per decidere a quale fine debbano essere utilizzati. Leone XIV entra precisamente dentro questa distanza tra capacità e responsabilità e chiede all’università cattolica di formare uomini e donne nei quali il sapere non venga separato dalla verità.

Per questo utilizza una espressione particolarmente forte, chiedendo di formare «coscienze libere e santamente inquiete». La libertà alla quale pensa non coincide con l’assenza di vincoli e neppure con la possibilità di scegliere continuamente tra opzioni diverse. Nasce da una coscienza che non si lascia tranquillizzare dalla menzogna, che conserva la capacità di interrogarsi davanti a ciò che tutti cominciano a considerare normale e che rimane inquieta proprio perché non accetta di ridurre il bene a ciò che risulta più comodo o più conveniente.

La formazione universitaria acquista allora una responsabilità che va molto oltre il successo individuale degli studenti. Se coloro che domani entreranno nella politica, nell’amministrazione pubblica, nella sanità, nell’economia e nella ricerca porteranno con sé competenze elevate e coscienze disponibili al compromesso morale, la loro preparazione potrà rendere più efficiente anche ciò che ferisce la società. Il sapere diventa realmente servizio quando rimane unito a una libertà interiore capace di resistere alla corruzione, all’interesse personale e alla pressione dell’ambiente.

È dentro questa riflessione che il Papa affronta anche la rivoluzione digitale. Non lo fa assumendo il tono di chi guarda la tecnologia con sospetto e vorrebbe riportare i giovani in un mondo che non esiste più. Leone XIV riconosce la portata delle trasformazioni in corso e chiede agli studenti di non avere paura delle «cose nuove», proprio perché il problema non consiste nella novità in quanto tale, ma nella capacità di attraversarla senza perdere il rapporto con la realtà e con la verità.

Il passaggio più inquietante del discorso riguarda infatti il rischio che la realtà venga progressivamente sostituita dalla sua simulazione. Gli ambienti digitali possono facilitare la comunicazione e moltiplicare le possibilità di accesso al sapere, e nello stesso tempo possono abituare l’uomo a relazioni nelle quali l’incontro reale diventa sempre meno necessario, la risposta immediata prende il posto dell’ascolto e ciascuno finisce per abitare ambienti costruiti attorno alle proprie preferenze.

Il Papa osserva che questa dinamica può trasformare anche il rapporto con la verità. Quando viviamo dentro bolle sempre più impermeabili, ciò che è diverso comincia a essere percepito come una minaccia e perdiamo lentamente la capacità di incontrare realmente l’altro. Da qui possono nascere polarizzazioni, paure e conflitti che non dipendono semplicemente dal fatto di possedere opinioni differenti, ma dal progressivo indebolimento di quella esperienza comune della realtà senza la quale anche il dialogo diventa quasi impossibile.

Leone XIV formula allora un giudizio che merita particolare attenzione: quando manca una seria educazione, l’adattamento passivo alle logiche dominanti può essere scambiato per competenza e la perdita di libertà può essere interpretata come progresso. È una osservazione che raggiunge il cuore del problema, perché il rischio più serio non consiste soltanto nell’utilizzare male una tecnologia, quanto nel lasciarsi lentamente formare da essa senza accorgersi più del modo in cui sta modificando i nostri desideri, le relazioni e il criterio con cui giudichiamo ciò che è vero.

Per questo il compito dell’università cattolica diventa ancora più importante. Essa non può limitarsi a inseguire ogni trasformazione per dimostrare di essere aggiornata e non può nemmeno rifugiarsi nella nostalgia di un mondo precedente. Deve aiutare gli studenti ad attraversare il nuovo conservando una interiorità abbastanza libera da discernere ciò che serve realmente l’uomo e ciò che invece finisce per ridurlo.

Dentro questa prospettiva si comprende meglio anche l’invito rivolto ai giovani africani davanti alla tendenza migratoria. Il Papa mostra di comprenderne le ragioni e non giudica con superficialità chi cerca altrove condizioni di vita migliori, ma invita gli studenti a coltivare il desiderio di mettere le conoscenze acquisite al servizio dei propri Paesi.

La questione, ancora una volta, riguarda il modo in cui si guarda al sapere. Se la formazione diventa soltanto un capitale da utilizzare per costruire individualmente una vita più sicura, il legame con la comunità rischia di diventare sempre più debole. Se invece viene percepita anche come una responsabilità ricevuta, allora la competenza può trasformarsi in una risorsa capace di incidere nella vita di un popolo.

Leone XIV non chiede ai giovani di rinunciare alle proprie aspirazioni e non romanticizza le difficoltà del continente. Li invita piuttosto a interrogarsi sul tipo di rapporto che desiderano avere con la terra dalla quale provengono e sulla possibilità che il sapere ricevuto diventi anche una forma di restituzione.

La stessa responsabilità viene affidata ai docenti. Il Papa chiede loro di incarnare ciò che insegnano e collega esplicitamente la formazione alla lotta contro la corruzione, ricordando che l’integrità non si improvvisa quando una persona raggiunge una posizione di responsabilità. Comincia negli anni in cui si forma la coscienza e incontra modelli capaci di mostrare che competenza e onestà non appartengono a due mondi separati.

Questo passaggio tocca profondamente anche l’identità dell’università cattolica, che Leone XIV riconduce alla tradizione della Chiesa e al dialogo tra fede e ragione. La fede, in questa visione, non restringe la ricerca e non offre una risposta preconfezionata a ogni domanda scientifica. La mantiene aperta alla realtà nella sua interezza e ricorda che nessuna conoscenza dell’uomo può dirsi completa quando ignora la domanda sul bene, sulla dignità e sul fine verso il quale orientare ciò che sappiamo fare.

A Yaoundé il Papa sembra dunque raccogliere una delle inquietudini più profonde espresse dai giovani prima del suo discorso. Essi avevano chiesto una parola capace di orientare e Leone XIV non consegna loro una serie di istruzioni per affrontare ogni problema del presente. Li riporta alla coscienza, perché è lì che le possibilità offerte dal mondo vengono giudicate e diventano realmente scelte.

In questo senso, la libertà cristiana non consiste nell’avere davanti il maggior numero possibile di opzioni. Consiste nel diventare interiormente abbastanza liberi da riconoscere ciò che merita di essere scelto.

È questa libertà che permette anche di abitare il mondo digitale senza consegnargli interamente la propria identità. Gli strumenti possono cambiare, moltiplicarsi e diventare sempre più potenti; rimane però decisivo che l’uomo non perda la capacità di stare davanti alla realtà, di incontrare altre persone e di custodire una coscienza che non venga ridotta alla somma delle reazioni prodotte da ciò che vede su uno schermo.

Forse proprio qui il titolo dell’articolo trova il suo significato più profondo. La questione non è opporre una vita reale a una vita digitale come se appartenessero necessariamente a due mondi nemici. Il problema nasce quando la simulazione smette di essere uno strumento e comincia a prendere il posto dell’esperienza, quando ciò che appare diventa più importante di ciò che siamo e quando la nostra libertà viene lentamente modellata da logiche che non abbiamo più imparato a riconoscere.

Leone XIV chiede ai giovani africani di non vivere così. Chiede loro di diventare persone capaci di conoscere il proprio tempo senza esserne assorbite, di utilizzare le nuove possibilità senza smarrire il rapporto con la verità e di formare una coscienza abbastanza inquieta da non chiamare progresso qualsiasi cambiamento soltanto perché è nuovo.

La sua parola all’università non offre quindi una diffidenza verso il futuro. Offre un criterio per abitarlo, e quel criterio passa attraverso coscienze libere, educate alla verità e abbastanza reali da non accontentarsi di una vita simulata.

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