Cari amici, nello stadio di Malabo Papa Leone XIV ha celebrato questa mattina l’ultima Eucaristia del suo viaggio apostolico in Africa, e proprio nell’ultimo tratto del cammino ha scelto di ricondurre tutto ciò che abbiamo ascoltato e visto in questi giorni alla sua sorgente più profonda. Dopo avere incontrato autorità, comunità cristiane, malati, detenuti, giovani e famiglie, il Papa ha riportato l’attenzione sulla Parola di Dio, sul Battesimo, sull’Eucaristia e su Cristo, indicato come pienezza della vita e criterio attraverso il quale la Chiesa comprende anche la propria missione nella storia.
L’omelia si è aperta con un pensiero alla Chiesa particolare di Malabo e con il ricordo del Vicario Generale, Monsignor Fortunato Nsue Esono, morto pochi giorni prima. Leone XIV ha unito alla preghiera per lui l’auspicio che si faccia piena luce sulle circostanze della morte, chiedendo alla comunità di vivere questo momento nel segno della fede e senza lasciarsi trascinare da conclusioni affrettate.
Da questa ferita concreta il Papa è entrato nella pagina degli Atti degli Apostoli che racconta l’incontro tra Filippo e l’eunuco etiope, un viandante che da Gerusalemme sta tornando proprio verso l’Africa. È un uomo colto, capace di amministrare ricchezze, abituato alla preghiera, eppure porta dentro la propria storia una condizione di dipendenza che il testo biblico rende evidente perfino nel corpo. Possiede molte competenze e maneggia grandi beni, senza essere veramente padrone della propria esistenza.
La domanda rivolta da Filippo, «Capisci quello che stai leggendo?», permette al Papa di mostrare come la Scrittura diventi realmente Parola quando entra nella vita dell’uomo e la illumina dall’interno. L’eunuco non nasconde il proprio limite e risponde con quella frase che attraversa tutta l’omelia: «E come potrei capire, se nessuno mi guida?». La sua umiltà apre lo spazio nel quale la Parola può essere spiegata, accolta e infine riconosciuta come una parola che lo riguarda personalmente.
Leone XIV insiste qui su un elemento che appartiene profondamente alla fede cattolica. La Scrittura non viene affidata all’arbitrio individuale e non diventa comprensibile soltanto attraverso gli strumenti dell’analisi, perché vive dentro una comunità che l’ha ricevuta e continua a leggerla nella fede. L’eunuco ha bisogno di Filippo e Filippo non gli consegna una propria interpretazione privata: gli annuncia Gesù Cristo dentro la fede della Chiesa.
Questo passaggio acquista una particolare attualità in un tempo nel quale siamo facilmente tentati di pensare che ogni verità possa essere costruita autonomamente e che ciascuno possa diventare misura sufficiente della propria interpretazione. Leone XIV ricorda invece che la fede cristiana possiede una forma ecclesiale. Dio raggiunge personalmente l’uomo e lo inserisce dentro un popolo, nel quale la Parola continua a essere custodita, celebrata e trasmessa.
Il Battesimo dell’eunuco diventa allora molto più di un gesto conclusivo. Quell’uomo, che portava dentro di sé il segno di una vita ferita e di una libertà incompleta, riceve una appartenenza nuova. La fede lo rende figlio e fratello, gli consegna una dignità che nessun potere può attribuire o sottrarre e trasforma il ritorno verso l’Africa in un cammino diverso da quello con cui era partito.
Da questa prima immagine il Papa passa all’Eucaristia. La memoria della manna nel deserto permette di riconoscere quanto lunga possa essere la strada della libertà, perché il popolo d’Israele, pur essendo già uscito dall’Egitto, continuava a portarsi dentro la nostalgia della schiavitù. È possibile lasciare esteriormente una condizione di oppressione e continuare interiormente a desiderare ciò che ci teneva prigionieri.
Gesù porta a compimento quella storia offrendo sé stesso come pane vivo. L’uomo non riceve soltanto ciò che gli permette di resistere lungo il cammino, perché nell’Eucaristia riceve Cristo, colui che entra nella sua fame più profonda e la orienta verso la vita eterna. Il Pane che la Chiesa celebra non appartiene a una memoria chiusa nel passato, perché rende presente il Signore che continua a donarsi al suo popolo.
È qui che Leone XIV pronuncia una delle frasi che meglio raccolgono il senso dell’intera omelia: «Chi crede ha la vita eterna». La fede viene presentata come una decisione capace di raggiungere la radice stessa dell’esistenza, perché l’uomo si trova continuamente davanti alla possibilità di lasciarsi determinare dalla disperazione o di affidarsi alla speranza che Dio gli apre.
Questo non significa ignorare le ferite che il viaggio africano ha messo davanti agli occhi del Papa. Nei giorni scorsi abbiamo ascoltato parole sulla povertà, sulle disuguaglianze, sulla fragilità dei malati, sulla condizione dei detenuti, sulla responsabilità della politica e sulla fatica delle famiglie. Proprio dentro queste realtà l’omelia di Malabo impedisce di pensare che il cristianesimo disponga soltanto di un linguaggio morale o sociale, perché riporta ogni domanda al mistero di Cristo.
Con sant’Ambrogio, Leone XIV può allora affermare che Cristo è tutto per noi. Quando l’uomo viene oppresso dall’ingiustizia, Cristo è la sua giustizia; quando sperimenta la debolezza, Cristo diventa forza; quando incontra la morte, Cristo è vita; quando cerca una strada, Cristo è la via che conduce al Padre. La confessione cristiana non allontana dalla concretezza della storia, perché offre il punto dal quale quella storia può essere letta senza consegnarla definitivamente alla paura, al male o alla morte.
Questa affermazione appare quasi come il sigillo spirituale di tutto il viaggio africano. Leone XIV non ha attraversato quattro Paesi per offrire una teoria sul continente e non ha guardato l’Africa da una distanza protetta. Ha incontrato popoli diversi, è entrato nelle loro ferite e nelle loro attese, e continuamente ha cercato di mostrare come Cristo possa essere annunciato dentro situazioni che hanno nomi, volti e responsabilità precise.
Per questo l’omelia conduce naturalmente alla missione. Il Papa riprende l’insegnamento di Francesco sulla gioia del Vangelo e richiama quella tristezza individualista che nasce quando il cuore si chiude nella comodità, smette di ascoltare la voce di Dio e perde la capacità di lasciarsi raggiungere dalla vita degli altri. Una Chiesa ripiegata su sé stessa può continuare ad avere strutture e attività, ma smarrisce la sorgente dalla quale nasce il desiderio di comunicare ciò che ha ricevuto.
Il Battesimo diventa allora sacramento di fraternità, perdono e speranza, e l’evangelizzazione riguarda l’intero popolo di Dio. La missione non appartiene soltanto a coloro che partono verso terre lontane, perché ogni battezzato è chiamato a rendere visibile nella propria vita ciò che celebra e ciò che professa.
Prima della benedizione finale, Leone XIV ha rivolto il suo ultimo saluto alla Guinea Equatoriale e all’Africa intera. Le sue parole hanno mostrato che questo viaggio non è stato soltanto un atto del ministero petrino rivolto al continente, perché il Papa stesso riconosce di avere ricevuto qualcosa da esso. Ha detto di ripartire portando con sé un tesoro di fede, speranza e carità, fatto di storie, di volti e di testimonianze che accompagneranno il suo ministero di Successore di Pietro.
È forse uno dei passaggi più importanti del congedo. Pietro non lascia semplicemente un insegnamento all’Africa, perché riconosce che anche l’Africa consegna qualcosa a Pietro e, attraverso di lui, alla Chiesa universale. Il continente non viene descritto come destinatario permanente di una missione proveniente dall’esterno, perché possiede una vitalità ecclesiale capace di offrire santità, testimonianza e forza missionaria all’intero popolo cristiano.
Leone XIV lo afferma esplicitamente ricordando che, come accadde nei primi secoli della Chiesa, oggi l’Africa è chiamata a contribuire in modo significativo alla santità e al carattere missionario della comunità cristiana. Dopo giorni nei quali il Papa ha ripetutamente chiesto alle Chiese africane di assumere la responsabilità della fede ricevuta, questa parola finale ne raccoglie il significato e lo allarga all’intera Chiesa.
Il congedo viene affidato alla Vergine Maria, sotto il cui sguardo il Papa pone le famiglie, le comunità e i popoli del continente. Anche qui non c’è bisogno di aggiungere molto, perché la conclusione torna semplicemente al gesto ecclesiale più essenziale: affidare a Dio ciò che l’uomo ha incontrato, sapendo che nessun viaggio apostolico può esaurire la profondità delle storie che ha attraversato.
Si chiude così il viaggio africano di Leone XIV. La sua ultima omelia non prova a riassumere ogni discorso e ogni tappa, perché sceglie qualcosa di più radicale: ricorda alla Chiesa da dove viene e che cosa deve continuare a portare con sé. La Parola ascoltata nella comunione ecclesiale, il Battesimo che rende figli, l’Eucaristia che nutre il cammino e Cristo riconosciuto come pienezza della vita formano la sorgente dalla quale ogni missione può ripartire.
Pietro torna a Roma dopo avere attraversato l’Africa e avere ricevuto dai suoi popoli volti, domande e testimonianze che ormai appartengono anche al suo ministero. Alla Chiesa resta una consegna che non ha bisogno di essere trasformata in uno slogan, perché basta la confessione pronunciata questa mattina a Malabo: Cristo è tutto.
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