
Chi vive il ministero sacerdotale sa che la sofferenza non è un tema astratto. Non appartiene soltanto ai libri di teologia spirituale, né alle riflessioni preparate con calma davanti a una scrivania. La sofferenza arriva. Bussa. Telefona. Si presenta all’improvviso in una voce spezzata, in un messaggio mandato nel cuore della notte, in una confessione, in una visita inattesa, in uno sguardo che fatica perfino a chiedere aiuto.
Quando ero parroco ad Ancona, dicevo spesso ai miei parrocchiani, con quel realismo che ogni tanto salva anche noi preti dal diventare troppo solenni: un sacerdote difficilmente riceve una telefonata per sentirsi domandare semplicemente: “Come stai?”. Più spesso viene cercato perché qualcuno ha bisogno di dire: “Sto male”. Oppure perché non riesce più a capire perché stia male, perché debba soffrire così, perché Dio sembri tacere proprio nel momento in cui sarebbe più necessario sentirlo vicino.
Questa domanda accompagna il ministero sacerdotale. Non sempre arriva formulata bene. A volte è un grido. A volte è rabbia. A volte è silenzio. A volte prende la forma della malattia, del lutto, della depressione, della solitudine, di una famiglia spezzata, di una ferita antica che continua a sanguinare sotto la superficie. Il sacerdote ascolta molte domande davanti alle quali non può permettersi risposte facili. E proprio qui nasce una tentazione sottile, anche quando le intenzioni sono buone: quella di rispondere troppo presto, di mettere una frase religiosa sopra una ferita ancora aperta, di trasformare il mistero del dolore in una spiegazione devota.
È la tentazione che il Papa ha indicato con una parola molto precisa: spiritualizzare il dolore. Spiritualizzare il dolore significa cercare di renderlo ordinato, accettabile, quasi presentabile, prima ancora di averlo ascoltato davvero. Significa dire troppo in fretta che è volontà di Dio, che il Signore sa perché, che bisogna offrire tutto, che dentro ogni cosa c’è un disegno. Sono parole che, dentro un cammino maturo di fede, possono anche trovare il loro posto. Dette nel momento sbagliato, davanti a una persona ancora travolta dalla sofferenza, diventano pesi aggiunti a un’anima già stanca. E noi cristiani, sacerdoti compresi, dovremmo tremare un poco prima di mettere sulle spalle degli altri pesi che Cristo non ha chiesto di portare in quel modo.
Dentro questa esperienza sacerdotale, la veglia di preghiera vissuta ieri sera allo stadio di Barcellona mi ha colpito in modo particolare. Il Papa ha toccato uno dei punti più delicati della vita cristiana: il dolore quando diventa buio, il disagio mentale quando diventa isolamento, il perdono quando sembra superiore alle nostre forze. Non ha risposto con una formula devota. E già questo è una piccola grazia in un tempo in cui molti pensano di consolare gli altri lanciando frasi religiose come coriandoli su una ferita aperta.
La testimonianza della giovane che ha parlato della depressione è stata durissima. Ha chiamato la depressione “malattia silenziosa”, ha raccontato l’oscurità, l’isolamento, il dolore immenso, fino al tentativo di togliersi la vita. La sua domanda non era teorica. Non chiedeva una spiegazione elegante del male. Chiedeva dove sia Dio quando il buio sembra totale e quando perfino la propria vita pare non valere più nulla. Il Papa ha avuto la delicatezza di non trasformare quel dolore in argomento. Ha prima ringraziato, ha riconosciuto la sofferenza, ha parlato di una “seconda possibilità” ricevuta come dono, poi ha collocato quella ferita dentro il mistero di Cristo.
Il punto centrale, secondo me, è questo: il Papa non ha detto che Dio manda la sofferenza per insegnarci qualcosa. Ha detto una cosa più cristiana, più vera, più crocifissa: Dio non abbandona l’uomo nella sofferenza, resta con lui, la porta con lui, piange con lui. Questo spostamento è decisivo. Una certa spiritualità frettolosa, magari con buone intenzioni, davanti al dolore dice subito: “È volontà di Dio”. Qui bisogna fermarsi, perché certe frasi, dette senza discernimento, non consolano: schiacciano. Attribuire direttamente a Dio la sofferenza di una persona depressa, ferita, abusata, violata nella propria storia, rischia di farle credere che Dio sia il mandante del suo tormento. Sarebbe una caricatura del Padre di Gesù Cristo.
Il Papa ha richiamato invece le ultime ore di Gesù. Il Getsemani, la notte, la croce, il buio che avvolge la terra. Là il Figlio di Dio non offre un trattato astratto sul dolore. Entra nel dolore. Assume nella sua carne l’angoscia, la solitudine, la paura, il grido dell’umanità. Quando Gesù dice: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”, non recita una parte. Porta dentro il suo grido tutti i gridi che gli uomini non sanno più dire, tutti i dolori che restano muti, tutte le notti in cui una persona non riesce più nemmeno a pregare.
Qui c’è una grande lezione pastorale. Il dolore non va spiritualizzato troppo presto. Non va spiegato prima di essere ascoltato. Non va ricondotto in fretta a un piano misterioso di Dio, come se il cristiano dovesse trovare subito una frase decorosa per rendere sopportabile l’assurdo. La fede non cancella lo scandalo del dolore. La fede ci impedisce di restare soli dentro quello scandalo. La croce non dice che soffrire sia bello. La croce dice che nessuna sofferenza è ormai senza compagnia, perché Cristo è sceso fino al punto più basso dell’esperienza umana e da lì non se ne è più andato.
Mi sembra molto importante anche un’altra affermazione: non possiamo farcela da soli. Il Papa lo ha detto con grande lucidità. Nelle ore più buie abbiamo bisogno di qualcuno che ci aiuti a pregare, o anche solo a respirare, a restare vivi, a non consegnarci alla menzogna della solitudine. A volte la preghiera di chi soffre è solo un grido. A volte è protesta. A volte è silenzio. A volte è la mano di un altro che prega mentre noi non riusciamo. Qui la Chiesa deve tornare a essere madre, non tribunale di frasi fatte. Deve stare accanto senza fretta di spiegare, senza impazienza di correggere, senza quel bisogno molto ecclesiastico, e spesso molto umano, di mettere tutto in ordine mentre l’altro è ancora sotto le macerie.
Poi è arrivato il tema del perdono. Anche qui, il Papa ha evitato una scorciatoia pericolosa. La giovane che ha raccontato la violenza del padre contro la madre non ha chiesto una teoria: ha chiesto come perdonare una ferita reale, familiare, sanguinante. E il Papa ha ricordato una cosa necessaria: non possiamo attribuire a Dio ciò che appartiene alla responsabilità dell’uomo. Se esiste la violenza, se un padre diventa carnefice, se l’amore familiare si trasforma in paura, la domanda non può essere soltanto: “Dov’era Dio?”. Occorre anche domandarsi dove fosse l’uomo, dove fosse la coscienza, dove fosse la responsabilità, dove fosse una società capace di proteggere i fragili. Il male non diventa meno grave perché Dio sa trarne un bene. Il male resta male. Pare incredibile doverlo ricordare, segno che la nostra epoca possiede tecnologie raffinatissime e una certa difficoltà a distinguere una ferita da un concetto.
Sul perdono, poi, il Papa ha detto qualcosa di pastoralmente prezioso: il perdono è un cammino, non un interruttore. Non basta dire a una persona ferita: “Devi perdonare”. Certo, il Vangelo chiama al perdono. Nessuno può cancellare questa esigenza senza mutilare il cristianesimo. Eppure il Vangelo non va usato come una pietra lanciata contro chi è già ferito. Il perdono va chiesto come grazia. Si invoca, si attende, si lascia maturare. Può richiedere anni, forse una vita. Può avanzare a piccoli passi, attraverso la preghiera, l’accompagnamento, la riconciliazione interiore, la liberazione lenta dal rancore.
E il Papa ha aggiunto un chiarimento che sarebbe bene incidere nelle sacrestie, nei confessionali e in qualche bacheca parrocchiale, così magari evitiamo disastri con timbro pastorale: perdonare non significa sempre tornare alla situazione precedente. Non significa riaprire automaticamente un rapporto con chi ha ferito, specialmente quando c’è stata violenza. Il perdono cristiano non coincide con l’ingenuità. Non chiede alla vittima di esporsi di nuovo al male. Chiede di non consegnare il cuore all’odio, di rinunciare alla vendetta, di pregare quando possibile, di lasciare che Dio dilati lentamente lo spazio interiore della misericordia. La prudenza, in questi casi, non è mancanza di fede. È carità verso la persona ferita e verso la verità dei fatti.
Ho molto riflettuto sugli insegnamenti offertici dal Santo Padre. Insegnamenti che lasciano una consegna molto seria. Non dobbiamo avere paura del dolore altrui. Dovremmo temere, piuttosto, le risposte rapide, le spiegazioni pie, le frasi spirituali dette per difendersi dalla sofferenza degli altri. Davanti a chi soffre, la prima forma della carità è restare. Restare senza invadere. Ascoltare senza possedere. Accompagnare senza pretendere risultati immediati. Pregare senza trasformare la preghiera in anestesia.
Cristo non ci salva spiegando il dolore dall’esterno. Ci salva entrando nel dolore e aprendo, dal suo interno, una via verso il Padre. Per questo, quando tutto sembra buio, non dobbiamo immaginare Dio lontano, come uno spettatore che osserva dall’alto il dramma umano. Il Dio cristiano è il Crocifisso. È Colui che porta il grido dell’uomo dentro il suo stesso grido. È Colui che non elimina magicamente ogni notte, eppure vi accende una presenza. E a volte questa presenza passa attraverso una persona che ascolta, una comunità che non giudica, un sacerdote che non banalizza, un medico che cura, un amico che resta.
Forse questa è la parola più necessaria da offrire oggi: Dio non vuole la sofferenza. Dio non gode della nostra prova. Dio non costruisce la santità distruggendo la creatura. Dio prende su di sé il peso del dolore e ci chiama a non lasciarci soli gli uni gli altri. La croce non è l’esaltazione del male, è la rivelazione dell’amore che scende fin dove l’uomo non riesce più a risalire.
E quando il perdono sembra impossibile, non bisogna fingere di averlo già raggiunto. Si può cominciare dicendo: “Signore, io non riesco. Tu comincia in me”. Forse questa è già preghiera. Forse è già un passo. Forse è il primo modo con cui la grazia entra nella ferita senza violentarla.
Perché la fede cristiana non chiede all’uomo di sorridere sopra le rovine. Gli chiede di non credere che le rovine siano l’ultima parola. Gesù crocifisso resta lì, nel punto in cui il dolore sembra avere vinto, e proprio lì apre la strada della risurrezione. Non una scorciatoia. Una strada. E sulla strada, finalmente, non siamo soli.
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