don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

Oggi
Calendario liturgico
Rappresentanti delle Pievanie presentano le loro restituzioni durante l’Assemblea diocesana del clero

Le Pievanie raccontano il cammino: primi frutti, fatiche e corresponsabilità

Quando una nuova struttura pastorale viene presentata, il rischio più semplice è giudicarla attraverso gli organigrammi, gli orari e il numero delle attività comuni. Le restituzioni ascoltate nella prima giornata dell’Assemblea di Cannaiola hanno offerto un criterio più ecclesiale. Le Pievanie possono essere comprese guardando le relazioni che stanno generando, la capacità delle comunità di riconoscersi parte di una stessa Chiesa e il modo in cui sacerdoti e laici imparano a portare insieme la responsabilità dell’annuncio.

Il punto di partenza è stato diverso per ciascuna realtà. In alcune zone il cammino ha incontrato fin dall’inizio una buona disponibilità; altrove sono emersi timore, senso di inadeguatezza e difficoltà nel comprendere la direzione del progetto. La conformazione della diocesi rende inevitabile questa varietà. Le comunità cittadine, i paesi della valle, le frazioni e i territori montani vivono condizioni differenti. Le distanze geografiche incidono sugli incontri, mentre gli impegni familiari, il lavoro e la salute limitano talvolta la continuità della partecipazione.

Questi limiti chiedono realismo. Una Pievania comincia con l’istituzione e prende vita nel tempo attraverso le relazioni. Ha bisogno che le persone si conoscano, imparino ad ascoltarsi e scoprano che il bene della propria comunità locale può essere custodito dentro un’appartenenza più ampia. Le forti identità dei paesi costituiscono una ricchezza quando conservano la memoria e alimentano la partecipazione. Diventano un ostacolo quando impediscono di riconoscere i doni presenti nella comunità vicina.

Una comunione che comincia dalle relazioni

Tra i primi frutti è emersa la crescita dei legami all’interno delle équipe pastorali. Il lavoro condiviso, compresi i tentativi poco riusciti, ha favorito una maggiore fiducia e ha insegnato uno stile di confronto. Diverse restituzioni hanno raccontato che persone provenienti da comunità differenti hanno iniziato a spostarsi per partecipare a una catechesi, a un momento di preghiera o a una celebrazione comune. Sono passi piccoli rispetto all’ampiezza del progetto, eppure dicono che un confine ritenuto invalicabile può diventare una strada.

Le esperienze narrate comprendono adorazioni eucaristiche, incontri quaresimali, Rosario itinerante, visite alle comunità e iniziative rivolte alle famiglie. Il loro valore si riconosce soprattutto nella capacità di far crescere il desiderio di camminare insieme e di aiutare a percepire che la vita cristiana supera il recinto della singola parrocchia.

L’Arcivescovo ha invitato ad ascoltare le esperienze altrui con il cuore, riconoscendo il bene seminato dal Signore e lasciandosi incoraggiare. Questo atteggiamento evita due errori frequenti: pretendere risultati immediati e copiare meccanicamente ciò che ha funzionato altrove. Ogni territorio deve trovare forme adatte alla propria storia, accogliendo dalla Chiesa diocesana una direzione comune.

Il posto delle équipe pastorali

Le équipe stanno diventando luoghi nei quali la corresponsabilità battesimale può maturare. La presenza dei laici perderebbe significato se fosse confinata all’esecuzione pratica delle decisioni già prese. Il loro contributo riguarda la conoscenza della vita quotidiana, l’ascolto delle famiglie, la lettura dei bisogni del territorio e il discernimento delle possibilità reali delle comunità.

Anche il compito dei sacerdoti appare decisivo. La collaborazione tra loro rende credibile il progetto agli occhi dei fedeli e impedisce che ogni comunità continui a muoversi come un’isola. Il pievano, insieme con i sacerdoti collaboratori, custodisce l’unità del cammino e favorisce la relazione tra le diverse realtà. L’autorità pastorale esercita qui la propria funzione più feconda: dare una direzione, riconoscere i carismi e comporli in vista del bene comune.

La corresponsabilità richiede formazione e tempo, poiché nasce dal Battesimo, cresce nella comunione della Chiesa e supera la semplice distribuzione dei compiti. Le équipe hanno bisogno di comprendere sempre meglio la propria identità, di mantenere un legame vivo con i sacerdoti e di evitare che la preoccupazione organizzativa occupi tutto lo spazio disponibile.

La preghiera custodisce il cammino

Le restituzioni hanno mostrato che il cammino procede con maggiore solidità dove esistono occasioni stabili di preghiera. Questo dato merita attenzione. Le Pievanie sono state pensate per servire l’incontro con il Signore; senza un ascolto comune della Parola e senza la vita sacramentale, potrebbero ridursi a una risposta amministrativa alla diminuzione del clero.

La preghiera permette di accogliere le inevitabili lentezze con uno sguardo più libero. Aiuta anche a distinguere ciò che nasce dal desiderio di conservare abitudini rassicuranti da ciò che appartiene davvero al bene delle persone. Una Chiesa che prega può attraversare il cambiamento senza recidere le proprie radici, custodendo quanto la tradizione ha consegnato e lasciando maturare forme nuove quando risultano necessarie.

Dalle voci ascoltate a Cannaiola emerge quindi un cammino reale, ancora giovane e diseguale. Le Pievanie stanno prendendo corpo ogni volta che una comunità accetta di conoscere l’altra, quando un sacerdote sostiene la collaborazione e quando un laico assume con maturità la propria parte di responsabilità. Il progetto continuerà a vivere se resterà orientato verso il suo fine: aiutare le persone a incontrare Cristo e a riconoscersi membra dell’unico corpo della Chiesa.

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