
Quando il linguaggio sinodale smette di pensare
Cari amici, stare lontano dai social per lavorare, studiare e scrivere produce una vera pace interiore. Si smette per qualche tempo di rimanere basiti dinanzi alle esternazioni che si susseguono nelle interviste di alti prelati. Anche ora, mentre scrivo, mi sorge una domanda: non sarebbe meglio chiudere tutto e continuare beatamente a dedicarmi ai «leggiadri studi» di leopardiana memoria?
Poi accade qualcosa di simile a ciò che confessava Geremia: «Nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, trattenuto nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, e non potevo». Quel fuoco si manifesta nell’inquietudine che impedisce di tacere ogni volta che ci si trova dinanzi a espressioni capaci di far cadere le braccia.
Vi sono parole che aiutano a comprendere la realtà. Ve ne sono altre che, ripetute senza misura, finiscono per nasconderla. Entrano nel linguaggio comune, acquistano prestigio, vengono inserite in ogni discorso e lentamente cessano di indicare qualcosa di preciso.
Mi sto rendendo conto che una di queste, nella Chiesa, è proprio la parola “sinodo”. Oggi tutto deve essere sinodale. La pastorale deve diventare sinodale, come pure il governo della Chiesa. Persino il linguaggio sembra acquistare dignità soltanto quando assume questo aggettivo. Una decisione appare più nobile se viene presentata come frutto di un processo sinodale. Una scelta controversa sembra trovare una propria legittimazione appena le si applica quella parola. Il termine viene pronunciato con tale frequenza da generare l’impressione che la Chiesa, prima della sua recente riscoperta, abbia vissuto per secoli in una deplorevole assenza di cristianesimo.
Il linguaggio ecclesiastico possiede una singolare capacità: una parola viene ripetuta abbastanza a lungo, nessuno osa più domandare che cosa significhi e tutti fingono di averlo compreso. La nebbia, quando è condivisa, viene scambiata per profondità.
È in questo clima che ci si imbatte in un’espressione pronunciata da un vescovo: «Non si tratta di fare un sinodo, ma di diventare un sinodo per seguire Gesù e diventare suoi discepoli».
Non so se, nel formularla, si sia davvero compreso ciò che si stava dicendo o se si sia semplicemente ripetuto uno slogan suggestivo e conforme al linguaggio del momento. Leggendola, mi è venuto spontaneo parafrasare le parole pronunciate da Cristo sulla croce: «Perdonali, Signore, perché non sanno quello che dicono».
La frase può apparire suggestiva. Possiede il ritmo delle formule destinate a essere citate nei documenti pastorali. Evoca movimento e partecipazione, lasciando intravedere un desiderio di rinnovamento. Appena si cerca di comprenderne il contenuto, l’intero edificio comincia a scricchiolare.
Che cosa significa, realmente, “diventare un sinodo”? Me lo sono domandato cercando di non liquidare la frase con una battuta. Le parole di un vescovo meritano di essere prese sul serio proprio quando suonano imprecise. Forse si voleva dire che non basta convocare un’assemblea, redigere un documento e tornare alla vita ordinaria come se nulla fosse accaduto. Forse si intendeva invitare la Chiesa a vivere un ascolto più reale e una maggiore corresponsabilità.
L’intenzione, così compresa, può essere accolta. La formula rimane teologicamente fragile. Le parole della teologia non sono recipienti nei quali versare qualunque contenuto. Custodiscono realtà precise. Quando vengono adoperate senza rigore, la confusione non resta confinata al vocabolario. Entra nella comprensione della fede.
La Commissione Teologica Internazionale spiega che la comunione esprime la sostanza profonda del mistero della Chiesa. La sinodalità indica il modo concreto attraverso il quale questa comunione viene vissuta e manifestata. È il modus vivendi et operandi del Popolo di Dio convocato dal Signore.
La distinzione è decisiva. La sinodalità appartiene alla vita della Chiesa. Non ne prende il posto. Descrive un modo ecclesiale di camminare e di discernere. Non genera la Chiesa e non le conferisce un’identità che prima le mancava.
La Chiesa cammina insieme perché Cristo l’ha convocata. È Lui che chiama e pone sulla via. Prima viene Cristo, poi il cammino dei discepoli. La Chiesa nasce dalla Pasqua del Signore, vive della sua grazia e viene edificata dai sacramenti. Dentro questa realtà già ricevuta trovano posto l’ascolto reciproco e il discernimento comunitario.
Per questo continuo a trovare incomprensibile l’idea secondo la quale dovremmo “diventare un sinodo” per diventare discepoli. Il rapporto appare capovolto. Non siamo discepoli perché siamo diventati sinodali. Possiamo camminare insieme perché Cristo ci ha chiamati e ci ha resi membra del suo Corpo. Il processo non genera il discepolato. È il discepolato a rendere possibile un autentico cammino ecclesiale.
Quando questo ordine viene dimenticato, la sinodalità smette di descrivere una dimensione della Chiesa e comincia a presentarsi come un principio assoluto. Tutto deve essere reinterpretato attraverso di essa. La liturgia viene valutata secondo la sua capacità di esprimere il paradigma sinodale. Lo stesso Concilio Vaticano II finisce per essere letto come il momento nel quale sarebbe nata una Chiesa nuova, finalmente liberata dalle forme che l’avevano preceduta.
È proprio questo aspetto del resto dell’intervista a preoccuparmi. Il Concilio viene presentato attraverso una lettura che accentua la distanza da ciò che lo ha preceduto. La riforma liturgica sembra diventare l’espressione necessaria di una nuova ecclesiologia, mentre la tradizione liturgica anteriore viene associata a una Chiesa che il Vaticano II avrebbe ormai superato.
Una simile lettura non rende giustizia né al Concilio né alla riforma liturgica. Il Vaticano II non ha fondato un’altra Chiesa. Ha parlato alla stessa Chiesa di Cristo, chiamandola a un rinnovamento fedele alla propria identità. Benedetto XVI ha indicato con chiarezza la differenza tra un’ermeneutica della rottura e un’ermeneutica della riforma nella continuità dell’unico soggetto-Chiesa. La Chiesa cresce nel tempo e rimane se stessa.
Anche la costituzione Sacrosanctum Concilium, quando parla della riforma liturgica, unisce la «sana tradizione» al «legittimo progresso». Chiede che le nuove forme scaturiscano organicamente da quelle già esistenti e che ogni innovazione risponda a una vera utilità della Chiesa.
Non vi è dunque alcun fondamento conciliare per trasformare la liturgia in un campo di battaglia tra una Chiesa vecchia e una Chiesa nuova. La riforma liturgica va accolta con fedeltà. Proprio per questo non può essere usata come vessillo di una discontinuità ecclesiologica che il Concilio non ha mai proclamato.
Quando la liturgia viene giudicata anzitutto in base alla sua compatibilità con un progetto sinodale, l’ordine viene nuovamente rovesciato. Non è più la liturgia ricevuta dalla Chiesa a formare il popolo cristiano. È il progetto ecclesiologico del momento a stabilire quale liturgia sia autorizzata a esistere.
A quel punto la parola “sinodo” è diventata una chiave universale. Spiega tutto e giustifica tutto. Basta anteporre l’aggettivo “sinodale” a una proposta perché essa acquisti l’apparenza di un’ispirazione evangelica.
Sorge allora un sospetto: non sarà che stiamo utilizzando continuamente questa parola proprio perché non sappiamo più definirla? Le parole ripetute senza precisione producono consenso e non richiedono comprensione. Chi le pronuncia viene riconosciuto come appartenente alla sensibilità corretta. Chi domanda quale sia il loro significato rischia di essere considerato ostile al cammino.
È il funzionamento ordinario dell’ideologia. Un concetto preciso pone confini. Lo slogan resta elastico e può contenere progetti molto diversi. Chi contesta quei progetti viene accusato di rifiutare l’ascolto, la comunione o la partecipazione.
Si può criticare una lettura ideologica della sinodalità restando pienamente fedeli alla comunione ecclesiale. Si può chiedere chiarezza senza desiderare una Chiesa chiusa. La difesa della costituzione apostolica della Chiesa non trasforma il passato in un museo.
Quando a usare formule confuse è un fedele privo di preparazione, si può correggere con pazienza. Quando la stessa confusione proviene da un vescovo, la questione diventa molto più grave. Il vescovo è maestro della fede. È chiamato a custodire il deposito apostolico e a trasmetterlo con chiarezza al popolo che gli è affidato. Per questo ministero non basta una generica sensibilità pastorale. Occorre comprendere l’ecclesiologia e misurare il peso delle parole.
La consacrazione episcopale conferisce la grazia propria dell’ufficio. Non rende ogni intervista un atto del Magistero e non trasforma una metafora fragile in una formula teologicamente corretta. Anche una frase pronunciata da un vescovo può essere sbagliata. La dignità di chi parla rende più serio il danno, poiché molti fedeli presumono giustamente di ricevere da lui un orientamento sicuro.
Qui risuona la massima latina: corruptio optimi pessima. Non sto parlando anzitutto di corruzione morale. Penso alla deformazione di un bene altissimo. Il maestro che dovrebbe illuminare e finisce per confondere ferisce proprio nel luogo nel quale il fedele cercava protezione.
Anche la crisi lefebvriana riceve alimento da queste imprudenze. Lo scisma rimane una ferita grave e nessuna confusione episcopale può giustificarlo. Certe letture della Tradizione, del Concilio e della liturgia offrono però ai lefebvriani una propaganda formidabile: permettono loro di presentarsi come gli unici custodi di ciò che alcuni pastori cattolici sembrano desiderosi di superare.
La loro conclusione è errata. Le premesse offerte da certe esternazioni sono dolorosamente reali. In mezzo resta il popolo di Dio, sempre più disorientato. È questo l’aspetto che considero velenoso. Non la sinodalità, che appartiene alla vita della Chiesa. È velenosa la sua trasformazione in slogan e il suo uso come criterio per reinterpretare ogni cosa.
La sinodalità autentica pone Cristo all’origine del cammino. Riceve la Tradizione come memoria viva della fede apostolica e riconosce il compito proprio dei pastori. L’ascolto non sostituisce l’insegnamento. Il discernimento non crea la Rivelazione.
Un vescovo sinodale non è colui che pronuncia più spesso la parola “sinodo”. È colui che ascolta e continua a insegnare con chiarezza. Guida il popolo affidatogli senza trasformare l’autorità in dominio personale e senza dissolverla nella semplice facilitazione dei processi.
Prima di invitare la Chiesa a “diventare un sinodo”, sarebbe dunque opportuno comprendere che cosa sia un sinodo. Prima di collegarlo alla sequela, occorre ricordare che è Cristo a generare il cammino ecclesiale.
Non è il processo a produrre i discepoli. Sono i discepoli, convocati dal Signore e uniti dalla grazia, a poter camminare insieme. Cristo non ci ha chiesto di diventare un sinodo. Ci ha chiesto di seguirlo.
Quando un fedele confonde queste realtà, gli si può spiegare con pazienza. Quando a confonderle è un successore degli Apostoli, corruptio optimi pessima.
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