don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

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Calendario liturgico

A Santa Maria degli Angeli Leone XIV ha indicato la radicalità evangelica come forma adulta della fede

C’è un modo facile di parlare ai giovani: compiacerli. Si ascoltano le loro inquietudini, si ripetono alcune parole alla moda e si evita accuratamente di chiedere una decisione. Questa mattina, a Santa Maria degli Angeli, Papa Leone XIV ha scelto una strada diversa. Ha ascoltato domande vere e ha risposto mostrando che il Vangelo può ancora chiedere tutta la vita.

Il Ministro provinciale e custode del santuario ha ricordato che proprio in quel luogo Francesco comprese la propria vocazione, accolse i primi fratelli e vide nascere una forma di vita evangelica destinata a raggiungere il mondo. Ha presentato al Papa giovani provenienti da diversi Paesi europei, giunti ad Assisi con il desiderio di non rimanere «spettatori passivi».

Le domande rivolte a Leone XIV hanno dimostrato che i giovani sanno andare in profondità quando vengono messi nelle condizioni di farlo. Nessuna richiesta banale, nessuna curiosità personale da salotto televisivo. Hanno parlato della testimonianza cristiana, della vocazione e delle ferite della Chiesa. Il Papa ha accolto ciascuna domanda senza ridurne la serietà.

Carolina, una giovane croata cresciuta in una parrocchia francescana, ha chiesto come rimanere autentici discepoli di Cristo e portare speranza ai propri coetanei. La sua domanda nasceva dall’esperienza di una fede vissuta nella vicinanza alle persone, dentro una terra che ha conosciuto la guerra e il pericoloso intreccio tra appartenenza religiosa e nazionalismo.

Leone XIV ha ricordato che oggi ai cristiani viene chiesto di diventare operatori di pace in società tentate di usare la religione per contrapporre le identità. Essere fedeli al Vangelo significa lavorare alla purificazione della memoria, attraversare i pregiudizi e sottrarsi alla cultura della potenza.

Qui il Papa ha pronunciato una frase di grande importanza: «La radicalità evangelica è l’opposto del fondamentalismo». Una distinzione importante anche per il nostro attuale clima ecclesiale dove non pochi confondono radicalità e fondamentalismo. Il fondamentalismo irrigidisce l’uomo e lo rende incapace di incontrare chi è diverso. La radicalità evangelica conduce alla sequela di Gesù, rende umili e apre all’accoglienza. Il cristiano radicale non è colui che grida più forte o costruisce un’identità contro qualcuno. È colui che prende sul serio Cristo fino a lasciarsi cambiare da Lui.

Leone XIV ha poi invitato i giovani a immaginare i primi frati riuniti con Francesco alla Porziuncola, occupati nel «ragionare di Dio», nella preghiera e negli esercizi di carità. Quel silenzio, ha spiegato, era il contrario della guerra. Anche oggi la Chiesa deve tornare a essere un’assemblea nella quale uomini e donne imparano a stare realmente insieme.

Il riferimento alla tecnologia è stato molto concreto. Il Papa ha osservato che essa può disabituare a incontrarsi «fra persone in carne e ossa». Non si è trattato della solita condanna degli strumenti digitali. Ha richiamato il valore della presenza reale. La fede cristiana passa attraverso volti, relazioni e comunità nelle quali Cristo viene riconosciuto vivo.

Giovanni, ventisettenne di Bologna, ha portato il dialogo sul terreno della vocazione. Ha parlato della cultura del provvisorio e della paura delle scelte definitive. Ha chiesto al Papa come sia possibile dire a Dio un sì pieno senza tornare continuamente a guardare indietro.

La risposta di Leone XIV è stata particolarmente originale. Ha ricordato che un tempo la Chiesa educava al senso cristiano del provvisorio: il mondo passa, le cose terrene cambiano, Dio solo rimane. Oggi il provvisorio ha assunto un significato diverso. È diventato la pretesa di non decidere mai, mantenendo aperte tutte le possibilità e sottraendosi alla responsabilità di una scelta.

Da qui la frase forse più forte dell’intero incontro: «Il coraggio di compiere una scelta definitiva è forse l’atto più rivoluzionario». Decidere per sempre, ha spiegato il Papa, significa entrare in un cammino più grande senza sentirsi chiudersi in una gabbia. Amare è un esodo, una strada che Dio percorre con noi. Chi passa continuamente da un’esperienza all’altra può restare immobile interiormente. Si moltiplicano i contatti e cresce il vuoto, fino al rischio di usare le persone e lasciarsi usare.

Il «per sempre» è stato presentato come una grazia alla quale l’uomo risponde con la propria fedeltà. La vocazione non è un’emozione iniziale conservata nel ricordo. È una chiamata che continua a risuonare dentro le decisioni già prese.

Leone XIV ha parlato anche di sé. Ha ricordato il cammino verso il sacerdozio, l’appartenenza alla comunità agostiniana e la missione. Poi ha accennato al sì pronunciato davanti alla chiamata inattesa a diventare Papa. Non ha descritto una scalata ecclesiastica ordinatamente predisposta, quella strana versione clericale della Provvidenza che somiglia tanto a un organigramma aziendale. Ha raccontato una fedeltà sostenuta da Dio e accompagnata da persone concrete.

La domanda di Luigi, giovane della Gioventù Francescana siciliana, ha condotto il dialogo dentro la ferita ecclesiale. Ha ricordato che Francesco conobbe una Chiesa segnata da contraddizioni e rimase fedele al Papa e ai suoi successori canonicamente eletti e alla Chiesa romana. Non scelse l’eresia, non si pose come giudice e non trasformò la riparazione in una condanna pronunciata dall’esterno.

Luigi ha chiesto come sia possibile continuare ad amare la Chiesa come madre quando le sue ferite provocano sofferenza e delusione. Il Papa non ha nascosto la gravità degli scandali. Ha riconosciuto che alcune persone non hanno potuto incontrare la Chiesa come Cristo la desidera. Le ferite inflitte dai discepoli possono persino diventare un ostacolo alla fede, specialmente per i piccoli e per i più fragili.

Leone XIV ha ricondotto tutto al desiderio di Gesù sulla Chiesa. Cristo raduna attorno a sé persone che altrimenti non si sarebbero mai incontrate. Crea un popolo nel quale i muri invisibili cadono e la grandezza assume la forma del servizio. La forza cristiana non umilia. Solleva.

Riparare la Chiesa significa allora permettere alla vita di Cristo di agire in noi. Non è questione di dichiararsi migliori della comunità alla quale si appartiene. Chi ama la Chiesa riconosce le sue ferite, assume la propria responsabilità e lavora dentro quel «cantiere sempre aperto» evocato dal Papa.

Solo appartenendo alla Chiesa si può parlare di lei con l’affetto riservato a una madre. L’appartenenza non impedisce la correzione. Le conferisce verità, perché nasce dall’amore e dal desiderio che il volto di Cristo risplenda nella vita dei suoi discepoli.

Questa mattina Leone XIV non ha offerto ai giovani un cristianesimo alleggerito e non ha ridotto san Francesco a un simbolo innocuo di bontà universale, come purtroppo si è abituato a considerarlo e a propagandarlo. Ha mostrato un uomo conquistato dal Vangelo, capace di costruire la pace, di impegnare per sempre la propria libertà e di riparare la Chiesa rimanendo suo figlio.

Il Papa ha preso sul serio i giovani perché li ha ritenuti capaci di radicalità evangelica. Ha parlato alla loro libertà senza adularla e ha mostrato che Cristo non sottrae nulla alla vita. Le dona una direzione. A Santa Maria degli Angeli la Chiesa non ha incontrato un pubblico da intrattenere. Ha incontrato giovani chiamati a diventare discepoli.

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