Cari amici, questa mattina, celebrando la solennità dell’Assunzione qui a San Felice, il pensiero va inevitabilmente a ciò che accadde in questo stesso luogo 211 anni fa. Il 15 agosto 1815 appartiene alla storia della Congregazione dei Missionari del Preziosissimo Sangue come il giorno della sua fondazione. Vivendo dentro queste mura, quella data finisce per perdere qualcosa della distanza con cui normalmente guardiamo gli avvenimenti del passato. Diventa quasi una domanda rivolta al presente.
Per molto tempo anch’io ho immaginato quel giorno attraverso l’immagine dei quattro sacerdoti che si trovavano a San Felice: Gaspare del Bufalo, Gaetano Bonanni, Adriano Giampedi e Vincenzo Tani. È naturale che sia così. Sono loro a dare un volto alla prima comunità e Bonanni ne assume la responsabilità come superiore. Una casa finalmente abitata permette di vedere ciò che fino a quel momento aveva vissuto soprattutto nella predicazione e nell’incontro tra sacerdoti impegnati nelle missioni.
Guardando con maggiore attenzione la storia, quell’immagine dei quattro si allarga. Quando San Felice aprì le sue porte, tutto era cominciato già da tempo. Nel giugno del 1813 Gaetano Bonanni aveva dato forma agli Operai Evangelici, raccogliendo sacerdoti desiderosi di dedicarsi con maggiore intensità alla predicazione delle missioni. Avevano un regolamento e un modo condiviso di esercitare il ministero. Gaspare, ancora lontano da Roma, aveva accolto l’invito a unirsi a loro. Prima che esistesse una casa esistevano dunque uomini che partivano, predicavano e condividevano la stessa preoccupazione per la vita cristiana del popolo.
Forse è proprio questo particolare a rendere per me più bello il 15 agosto 1815. Quel giorno a San Felice non nasce dal nulla un gruppo di quattro sacerdoti. Una realtà già viva trova finalmente una dimora. Ciò che fino ad allora si riconosceva soprattutto nel ministero riceve una stabilità capace di attraversare il tempo. La missione trova una casa nella quale ritornare e dalla quale ripartire. Una fraternità apostolica comincia ad assumere un volto quotidiano.
Di quanti sacerdoti fosse composta in quel momento la realtà più ampia degli Operai Evangelici non possediamo, almeno nelle fonti che oggi abbiamo tra le mani, un numero che permetta di ricostruire con sicurezza tutti i volti presenti dentro quella esperienza. E forse proprio questa zona rimasta nell’ombra ci aiuta a comprendere meglio ciò che avvenne.
Noi ricordiamo i quattro di San Felice perché la storia li ha fissati davanti alla porta della prima Casa. Dietro di loro vi erano anche altri sacerdoti impegnati nelle missioni e nelle opere apostoliche romane, uomini che appartenevano a quella stessa corrente di vita senza poter ancora conoscere la forma che avrebbe assunto negli anni successivi.
Per questo il canto di ringraziamento elevato dalla prima comunità assume oggi ai miei occhi un significato più profondo. Quelle quattro voci potevano raccogliere idealmente molte altre voci. Rendevano grazie per una casa che apparteneva immediatamente a chi vi abitava e, attraverso di loro, a un’esperienza missionaria che li precedeva.
Immaginare quel Te Deum in questo modo mi commuove più della consueta rappresentazione della fondazione. Mi fa pensare a quante opere di Dio comincino prima che gli uomini riescano a dare loro un nome definitivo. Si lavora, si predica, ci si incontra, si cercano strade possibili. A un certo punto ciò che è cresciuto attraverso tante fedeltà sparse riceve una forma nella quale può essere custodito e trasmesso. San Felice fu questo per i nostri primi missionari.
Le pietre che oggi percorriamo quotidianamente furono la prima risposta concreta alla necessità di dare continuità a quella esperienza. Qui si poteva partire per una missione sapendo di avere un luogo nel quale ritornare. Qui la vita sacerdotale condivisa poteva proseguire oltre la durata di una predicazione. Qui uomini provenienti da esperienze diverse cominciavano a scoprire che la comunione costruita durante il ministero poteva diventare uno stile di vita.
E qui emerge anche la figura di Gaetano Bonanni con una luce che negli anni abbiamo forse lasciato troppo in ombra. Fu lui il primo superiore di San Felice. L’opera degli Operai Evangelici era nata dalla sua esperienza e dalla sua preoccupazione apostolica. Gaspare avrebbe progressivamente impresso a quella storia il riferimento al Preziosissimo Sangue che le avrebbe dato la fisionomia spirituale destinata a caratterizzarla. All’inizio, tuttavia, le diverse intuizioni vivevano ancora l’una accanto all’altra e cercavano lentamente la loro sintesi.
Quest’anno sento tutto questo in maniera particolare. Solo poche settimane fa le spoglie di mons. Gaetano Bonanni sono tornate per una notte proprio qui, nella casa della quale fu il primo superiore. Dopo più di due secoli abbiamo pregato nuovamente accanto a lui. Oggi, nel giorno in cui ricordiamo l’apertura di questa Casa, quel ritorno recente rende quasi fisica la continuità fra ciò che accadde allora e la responsabilità che oggi ci è consegnata.
Anche il legame con l’Assunzione acquista così una profondità che supera la semplice coincidenza del calendario. Nella Vergine assunta contempliamo la redenzione giunta alla sua pienezza nella creatura umana. La Congregazione che cominciava a prendere forma in quel giorno avrebbe trovato nel Sangue di Cristo la propria chiave spirituale per guardare l’uomo salvato da Dio.
Dopo tanti anni trascorsi come Missionario del Preziosissimo Sangue, vivere il 15 agosto proprio a San Felice porta inevitabilmente anche verso la propria storia personale. Si entra giovani in una Congregazione pensando soprattutto a ciò che si desidera fare. Gli anni insegnano lentamente a riconoscere ciò che una appartenenza ha fatto dentro di noi. Il carisma entra nel modo di leggere il Vangelo e accompagna il ministero sacerdotale fino a diventare uno sguardo sulle persone incontrate lungo la strada.
Oggi mi accorgo che anche noi viviamo qualcosa che assomiglia, nella distanza dei secoli, alla condizione di quei primi missionari. Conosciamo ciò che abbiamo ricevuto e ignoriamo quale forma assumerà dopo di noi. La storia futura della Congregazione rimane nascosta esattamente come lo era per loro nell’estate del 1815. Possiamo soltanto consegnarle qualcosa di vivo.
Forse per questo, pensando al Te Deum cantato dalla prima comunità di San Felice, quella scena mi appare oggi con una luce nuova. Le quatto voci che salirono da questa casa il 15 agosto 1815 appartenevano agli uomini che vi abitavano e nello stesso tempo raccoglievano una realtà apostolica più vasta, fatta di sacerdoti impegnati nelle missioni e nelle opere che avevano preparato quella nascita. La prima comunità stabile dava voce anche a quanti, pur vivendo altrove il proprio ministero, appartenevano alla medesima esperienza.
Questa mattina, nella cripta di San Felice, don Peppino ed io rinnoveremo quel Te Deum. Saremo soltanto in due, e proprio questo rende per me ancora più eloquente ciò che faremo. Anche oggi la Congregazione è molto più grande delle persone presenti in questa casa. I suoi figli vivono e lavorano in luoghi lontani, parlano lingue diverse, le mille lingue sognate da san Gaspare, portano il carisma ricevuto dentro Chiese e popoli che i primi missionari non avrebbero neppure potuto immaginare. Nel canto che eleveremo questa mattina vorrei sentire anche la loro presenza.
San Felice continua così ad essere Casa Madre non perché tutti i suoi figli debbano ritornarvi materialmente, quanto perché da qui una storia ha ricevuto la sua prima dimora e da qui continua idealmente ad abbracciare quanti ne condividono la vita. Una madre vede partire i propri figli e conserva per ciascuno un posto dentro la casa dalla quale sono usciti. La distanza non scioglie l’appartenenza e, forse, qualche volta la rende ancora più percepibile.
Mi piace pensare che oggi questa antica abbazia raccolga nuovamente nel proprio grembo l’intera famiglia missionaria. Ci saranno i confratelli delle grandi comunità e quelli che vivono quasi soli nel loro ministero, quanti attraversano una stagione feconda della propria vita e quanti portano il peso degli anni, i giovani che stanno iniziando a comprendere dove li condurrà la loro vocazione e coloro che hanno consumato gran parte della propria esistenza al servizio della Congregazione. Non saranno fisicamente nella cripta, eppure il Te Deum sarà anche il loro.
Duecentoundici anni fa quattro voci cantarono in questa casa mentre un’opera già viva riceveva finalmente una dimora stabile. Questa mattina due voci torneranno a cantare nello stesso luogo, portando davanti a Dio una famiglia che da quella casa è partita verso il mondo.
Forse è questo che San Felice continua silenziosamente a ricordarci: si può partire molto lontano senza cessare di appartenere al luogo nel quale una storia ha imparato per la prima volta ad essere casa.

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