Quando la polarizzazione ci toglie la capacità di distinguere

Dopo aver ricevuto un commento alla mia riflessione sul documento della Commissione Teologica Internazionale, nel quale mi si diceva che davo la percezione di voler difendere sempre tutto, mi sono preso del tempo per andare a leggere alcuni blog e siti nei quali quel documento veniva presentato e commentato. Volevo capire quale interpretazione ne venisse proposta, quali passaggi fossero messi maggiormente in evidenza e, soprattutto, quale immagine complessiva del testo arrivasse a chi difficilmente avrebbe affrontato integralmente i suoi centoquarantotto paragrafi.
Ho trovato letture diverse. Alcune cercavano di restituire l’impianto complessivo del documento, altre ne sottolineavano soprattutto gli aspetti ritenuti nuovi o problematici; in altri casi avevo invece la sensazione che il testo fosse già collocato dentro una valutazione generale della situazione ecclesiale, così che determinate frasi finivano per diventare immediatamente la conferma di un giudizio maturato molto prima che quel documento venisse pubblicato.
Fin qui, in fondo, nulla di particolarmente sorprendente, perché ogni lettore porta con sé una sensibilità, una storia e alcune domande attraverso le quali accosta ciò che legge.
Ho voluto allora dedicare del tempo anche ai commenti lasciati sotto questi articoli, perché mi interessava comprendere quale effetto producesse sulle persone il modo in cui il documento veniva raccontato. Ed è stato proprio lì che la mia attenzione ha cominciato lentamente a spostarsi dal testo della Commissione al modo con cui oggi leggiamo, interpretiamo e costruiamo i nostri giudizi.
Ho trovato chi considerava «ridicolo» parlare di «peccato contro il creato e il Creatore», osservando che tutti i peccati sono contro Dio e ironizzando sull’idea di confessarsi per avere tagliato un albero o ucciso un piccione; qualcun altro vedeva in questo linguaggio una svalutazione della potestà affidata all’uomo sul creato e concludeva che sarebbe stato meglio lasciare morire le «idiozie di Bergoglio».
Altrove il breve riferimento alla tradizione buddista diventava la prova di un’assimilazione tra l’illuminazione di Buddha e l’esperienza di san Francesco; il passaggio dedicato all’evoluzione veniva interpretato come conferma di una lettura modernista del peccato originale, mentre poche righe sulla possibile base biblica di una scelta vegetariana finivano per trasformarsi nell’affermazione che il vegetarianesimo contemporaneo pretenderebbe di essere «più sapiente e giusto di Dio stesso». Ho letto perfino giudizi sul pontificato di Leone XIV formulati a partire da quelle poche pagine, fino a considerarlo già peggiore del predecessore.
Ognuna di queste osservazioni potrebbe essere discussa nel merito e alcune nascono da domande reali che sarebbe scorretto liquidare con sufficienza. Il riferimento a Buddha e san Francesco, per esempio, può legittimamente far domandare se l’analogia sia stata formulata con sufficiente precisione; allo stesso modo vi sono espressioni presenti nel documento che, a mio avviso, meritano attenzione teologica e non devono essere accolte semplicemente perché compaiono in un testo proveniente da una Commissione della Santa Sede.
Ciò che mi ha colpito maggiormente è stata la rapidità con cui una singola questione veniva assunta come chiave di lettura dell’intero documento e, talvolta, della direzione stessa della Chiesa. Una formulazione discutibile o ambigua, invece di essere confrontata con il contesto e con le pagine successive, finiva così per confermare una deriva già data per acquisita.
A quel punto mi è tornato con maggiore chiarezza il commento dal quale era partita questa ricerca, quello nel quale mi si diceva che davo la percezione di voler sempre difendere ciò che avviene nella Chiesa. Dopo avere letto il modo in cui il documento veniva presentato e, soprattutto, le reazioni che quelle letture suscitavano, ho cominciato a comprendere meglio da dove potesse nascere una simile impressione.
Nella mia riflessione avevo cercato di fare ciò che considero necessario davanti a un testo complesso: leggerlo integralmente, comprenderne l’impostazione, riconoscere ciò che mi sembrava teologicamente solido e indicare i passaggi nei quali ritenevo opportuna una maggiore cautela. Eppure, dentro un clima nel quale il giudizio tende sempre più facilmente a disporsi tra approvazione e condanna, il fatto stesso di non essere arrivato a un rifiuto complessivo poteva essere percepito come una difesa.
È stato allora che la questione mi è apparsa più ampia del documento che avevo davanti. Mi sono chiesto se la polarizzazione non stia modificando, poco alla volta, anche il modo con cui esercitiamo il giudizio, restringendo lo spazio tra approvazione e rifiuto e rendendo sospetto proprio quel luogo interiore nel quale si cerca di comprendere prima di prendere posizione. Quando accade questo, distinguere può apparire come indecisione e chiedere di considerare il contesto come un tentativo di attenuare ciò che dovrebbe essere denunciato.
Eppure la capacità di distinguere appartiene profondamente alla tradizione intellettuale cristiana. San Tommaso d’Aquino costruisce buona parte del proprio metodo lasciando anzitutto spazio alle obiezioni, senza ridurle a caricature e senza scegliere soltanto quelle più facili da confutare; spesso, anzi, le formula con una forza tale che il lettore può perfino domandarsi da quale parte stia il Dottore Angelico. Soltanto dopo avere lasciato emergere il problema nella sua consistenza, Tommaso distingue i significati, chiarisce i termini e formula la risposta.
Quel metodo presuppone qualcosa che oggi rischiamo di perdere: per giudicare seriamente una posizione bisogna prima averla compresa nella forma più forte che essa può assumere. Quando questa disciplina scompare, prendiamo invece la formulazione più debole dell’argomento dell’altro, la assumiamo come rappresentativa dell’intera posizione e la confutiamo con relativa facilità. Il risultato può essere retoricamente efficace, soprattutto nei social, ma abitua progressivamente la mente a non cercare più ciò che l’altro realmente pensa, accontentandosi di riconoscere in lui ciò che aveva già deciso di trovare.
È interessante osservare come questo modo di procedere possa appartenere a sensibilità ecclesiali apparentemente opposte. In alcuni ambienti tradizionalisti la lettura della realtà viene spesso organizzata attorno alla ricerca della discontinuità, del modernismo o dell’abbandono della tradizione; in alcuni ambienti progressisti compaiono con analoga rapidità le categorie della resistenza, della chiusura, del clericalismo o dell’incapacità di accogliere il cambiamento. Le convinzioni di fondo possono essere molto diverse, eppure la struttura mentale finisce per assomigliarsi quando il giudizio precede l’ascolto e la denuncia diventa la forma abituale del rapporto con ciò che non appartiene al proprio orizzonte.
Anche la parola “profezia” rischia allora di impoverirsi, quasi che il profeta fosse soprattutto colui che denuncia e smaschera. La Scrittura ci consegna una figura molto più ricca, perché il profeta parla dopo avere ascoltato la Parola e da quell’ascolto può nascere la denuncia quando la fedeltà a Dio la esige, come anche la consolazione di un popolo ferito e la capacità di rileggere ciò che accade alla luce dell’alleanza. Ridurre la profezia alla necessità permanente di trovare qualcuno da accusare significa perderne proprio la radice biblica.
Sarebbe tuttavia troppo comodo attribuire l’intera responsabilità di questo impoverimento ai lettori o alle testate che hanno costruito la propria identità sulla polemica ecclesiale, perché esiste anche una responsabilità di chi scrive e soprattutto di chi, nella Chiesa, possiede il compito di elaborare testi destinati ad avere una particolare risonanza.
In alcuni documenti ecclesiali incontro talvolta formulazioni che possono certamente ricevere un’interpretazione corretta, ma che richiedono subito dopo una lunga spiegazione per escludere significati diversi o perfino incompatibili. Quando accade questo, mi domando se non sarebbe stato più utile esprimere direttamente il pensiero con maggiore precisione.
La precisione teologica non rappresenta una raffinatezza per specialisti. È una forma di responsabilità nei confronti di chi legge, perché le parole utilizzate in un documento proveniente da organismi ecclesiali non rimangono confinate nella pagina in cui sono state scritte: vengono citate, riprese, utilizzate da altri autori e possono progressivamente entrare nel linguaggio abituale della Chiesa.
A questo proposito mi è tornato alla mente un episodio di molti anni fa, quando ero cappellano militare. All’inizio pensavo che, per risolvere un problema, fosse sufficiente rivolgersi al comandante. Un maresciallo, che conosceva molto meglio di me il funzionamento concreto della caserma, mi fece capire che molte volte l’andamento reale delle pratiche dipendeva da chi preparava gli atti, organizzava i passaggi e determinava i tempi attraverso i quali una decisione poteva giungere a compimento.
La Chiesa non è una caserma e ogni analogia possiede limiti evidenti, eppure quell’esperienza mi insegnò qualcosa che appartiene alla vita di tutte le grandi istituzioni: accanto a chi detiene l’autorità esiste una rete di persone che prepara i testi, seleziona i problemi, propone le categorie e offre a chi deve assumere una decisione una realtà già in parte elaborata.
Anche nella Chiesa operano dicasteri, segreterie, commissioni, consultori e teologi che partecipano, ciascuno secondo il proprio ruolo, alla preparazione dei documenti. Per questo credo sia imprudente attribuire automaticamente al Papa ogni formulazione contenuta in un testo elaborato da uno di questi organismi, come se potessimo conoscere il grado del suo coinvolgimento personale nella redazione o sapere quali singoli passaggi abbia esaminato e discusso.
Sarebbe allo stesso tempo ingenuo considerare irrilevante il lavoro di queste strutture, perché proprio attraverso di esse maturano categorie e linguaggi che, quando vengono ripresi e consolidati, possono contribuire a orientare il modo con cui determinate questioni saranno affrontate negli anni successivi.
Proprio perché le parole sedimentano, la continuità e la discontinuità raramente si manifestano attraverso una dichiarazione clamorosa; spesso diventano riconoscibili soltanto dopo un certo tempo, quando alcune espressioni sono entrate stabilmente nel linguaggio ecclesiale e altre sono progressivamente scomparse. Per questo una formulazione suggestiva che richiede poi molte spiegazioni per essere correttamente interpretata non rappresenta sempre un guadagno: la precisione iniziale evita che l’ambiguità diventi, più avanti, il vero contenuto percepito.
È in questo punto che i due problemi finiscono per incontrarsi. Un linguaggio teologico poco sorvegliato offre materia a una lettura polemica; quest’ultima assume l’interpretazione più estrema di quella formula e la trasforma nella prova di un orientamento generale, mentre il lettore, esposto continuamente a questo meccanismo, finisce per avvicinarsi a ogni nuovo testo con il sospetto che dietro le parole esista sempre un significato nascosto e che ogni successiva precisazione sia soltanto un tentativo di giustificazione.
È questo il fenomeno che chiamerei progressivo impoverimento dell’intelligenza.
Non penso naturalmente a una diminuzione delle capacità intellettuali delle persone, quanto al progressivo deterioramento del modo in cui siamo abituati a servircene. Anche una persona intelligente può perdere l’abitudine a sospendere il giudizio abbastanza a lungo da comprendere, può smettere di riconoscere una verità quando proviene da chi considera avversario e può finire per vivere l’obiezione dell’altro come qualcosa da respingere prima ancora di averne misurato la consistenza.
L’intelligenza, in questo modo, continua a funzionare e può perfino diventare molto abile nel trovare conferme, costruire collegamenti e individuare contraddizioni; perde però quella libertà interiore che le permette di lasciarsi correggere dalla realtà.
Forse è proprio questa libertà che abbiamo bisogno di recuperare, ricordando che comprendere un testo non equivale ad approvarlo e che riconoscere un’obiezione fondata non obbliga ad accettare tutte le conclusioni di chi la formula. Una pagina teologicamente solida può convivere con espressioni discutibili, così come una critica seria può riconoscere un problema senza trasformarlo nella prova che tutto sia ormai compromesso. Anche l’amore per la Chiesa non ci obbliga a difendere ogni parola pronunciata al suo interno, né la denuncia di un errore deve diventare la forma abituale della nostra appartenenza ecclesiale.
È in questo spazio che vive il discernimento cristiano, perché l’intelligenza rimane aperta alla verità anche quando essa complica le nostre appartenenze e impedisce di sistemare rapidamente persone e fatti negli schieramenti che avevamo preparato.
In un tempo nel quale disponiamo di una quantità di informazioni senza precedenti, sarebbe paradossale diventare meno capaci di comprenderle proprio perché abbiamo perduto la pazienza necessaria per pensarle. Forse anche il profetismo di cui oggi abbiamo bisogno passa attraverso questa pazienza dell’intelligenza, capace di ascoltare abbastanza a lungo da comprendere e di giudicare senza lasciarsi imprigionare dagli schieramenti.
Perché il vero impoverimento dell’intelligenza comincia quando la ricerca della verità cede il posto al bisogno di avere ragione.

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