L’8 settembre la Segreteria Generale del Sinodo ha reso pubblici due nuovi testi elaborati dai Gruppi di Studio istituiti durante il cammino sinodale: il Rapporto finale del Gruppo 6, dedicato alle relazioni fra vescovi, vita consacrata e aggregazioni ecclesiali, e la seconda parte del Rapporto finale del Gruppo 7, che affronta la natura e lo svolgimento delle visite ad limina Apostolorum. La prima parte di quest’ultimo lavoro, dedicata alla selezione dei candidati all’episcopato, era stata pubblicata lo scorso 5 maggio, mentre resta ancora in elaborazione la parte relativa alla funzione giudiziale del vescovo.
Prima di entrare nel merito, conviene fissare un dato essenziale. Questi rapporti non sono decisioni già assunte dalla Chiesa e non introducono nuove norme. Papa Leone XIV ne ha disposto la pubblicazione e i testi vengono presentati come proposte offerte al Santo Padre, destinate eventualmente a essere tradotte in indicazioni operative dai Dicasteri competenti e dalla Segreteria Generale del Sinodo, per poi essere sottoposte al giudizio del Pontefice.
La distinzione non è secondaria, perché permette di leggere ciò che è stato pubblicato senza attribuire al Papa decisioni che non ha preso e senza trasformare ogni proposta in un nuovo assetto ecclesiale già definito.
A prima vista i due rapporti sembrano muoversi su terreni abbastanza lontani. Il Gruppo 6 si occupa del rapporto fra pastori, vita consacrata e carismi ecclesiali; il Gruppo 7 interviene su uno degli strumenti più antichi attraverso i quali si esprime la comunione tra le Chiese particolari e la Sede di Pietro. Leggendoli insieme, però, emerge una questione comune che merita di essere osservata con attenzione: quale forma deve assumere l’autorità in una Chiesa che desidera rendere più reale e strutturale la partecipazione dell’intero Popolo di Dio?
È probabilmente questa la domanda che attraversa entrambi i documenti e che, nei prossimi anni, accompagnerà buona parte della fase attuativa del Sinodo.
Quando un carisma incontra una Chiesa particolare
Il Rapporto del Gruppo 6 parte da una situazione molto concreta. Le relazioni tra vescovi, istituti di vita consacrata e aggregazioni ecclesiali non sempre hanno trovato forme pienamente mature di comunione. In alcuni casi i religiosi sono stati considerati prevalentemente in funzione delle necessità pastorali delle diocesi, quasi fossero risorse disponibili per colmare mancanze di personale o assumere opere difficili da sostenere. In altri casi, istituti e movimenti hanno vissuto con tale autonomia pratica da apparire scarsamente inseriti nel cammino della Chiesa particolare.
Da qui nasce la richiesta di una «conversione relazionale» e di un superamento di impostazioni puramente funzionali o di rapporti descritti come «meramente gerarchici». Il Gruppo ha lavorato sulle relazioni tra vescovi e consacrati, sulla collaborazione tra Conferenze episcopali e Conferenze dei Superiori maggiori e sul rapporto tra aggregazioni ecclesiali e Chiese locali.
Il problema individuato è reale. La vita consacrata non appartiene alla Chiesa come una forza lavoro qualificata da impiegare secondo le necessità del momento. Ogni carisma autentico è dono dello Spirito alla Chiesa e chiede di essere accolto, custodito e inserito nella comunione ecclesiale. Proprio per questo credo che l’espressione «superare rapporti meramente gerarchici» richieda qualche cautela interpretativa. Ciò che deve essere superato è certamente ogni forma di esercizio dell’autorità ridotta al comando e all’esecuzione. La dimensione gerarchica della Chiesa appartiene invece alla sua costituzione sacramentale e non può essere considerata semplicemente come una struttura organizzativa destinata a lasciare il posto a modelli più relazionali.
La vera questione riguarda piuttosto il modo in cui il ministero gerarchico sa accogliere i carismi e il modo in cui i carismi riconoscono il servizio di discernimento e di governo affidato ai pastori.
Da questo punto di vista, molte proposte del Rapporto 6 appaiono ragionevoli e, in alcuni casi, persino necessarie. Si chiede maggiore chiarezza nei criteri teologici e giuridici per il riconoscimento di nuovi istituti e di nuove forme di vita consacrata, così da evitare approvazioni premature di realtà ancora troppo legate alla personalità del fondatore o non sufficientemente consolidate nella loro forma di governo e di vita. Si propone anche una presenza più stabile di delegati per la vita consacrata nelle diocesi e un rapporto più organico tra vescovi e organismi rappresentativi dei religiosi.
Particolare attenzione viene dedicata agli istituti che attraversano fasi di ridimensionamento e devono affrontare la chiusura di comunità, opere e case, insieme alla destinazione di beni che spesso portano con sé una lunga storia ecclesiale. È una questione destinata a diventare sempre più frequente, soprattutto in Europa, e sarebbe poco serio affrontarla soltanto quando una comunità arriva al momento della chiusura.
In questo quadro si comprende una delle proposte più concrete contenute nel Rapporto: la previsione di accordi o contratti d’intesa obbligatori tra diocesi e istituti religiosi, nei quali siano chiariti gli impegni assunti, gli aspetti economici, la gestione delle opere e le responsabilità reciproche.
L’idea di mettere per iscritto ciò che viene affidato a un istituto non impoverisce affatto la comunione. Può proteggerla, perché sottrae le questioni delicate alla precarietà dei rapporti personali e impedisce che, dopo il cambio di un vescovo o di un superiore, nessuno ricordi più con precisione che cosa era stato concordato molti anni prima.
Resta però necessario custodire la giusta autonomia degli istituti di vita consacrata, riconosciuta anche dal diritto canonico. Il vescovo ha una vera responsabilità pastorale sulla Chiesa particolare e l’istituto vive secondo il proprio carisma, il proprio diritto e una propria struttura di governo. La comunione cresce quando queste responsabilità vengono conosciute e rispettate, senza trasformare la diocesi in amministratrice dell’istituto o l’istituto in una realtà sostanzialmente estranea alla vita della diocesi.
Quando la partecipazione entra nei processi decisionali
Il passaggio che richiede maggiore attenzione arriva quando il Rapporto parla di una rappresentanza più piena di consacrati e laici negli organismi decisionali e di una maggiore presenza dei religiosi negli organismi collegati alle Conferenze episcopali. Le aggregazioni ecclesiali dovrebbero anche essere inserite più stabilmente nella programmazione pastorale e negli organismi di partecipazione delle Chiese particolari.
Qui la parola «decisionale» non può essere lasciata senza spiegazione.
Un consiglio pastorale, una consulta diocesana, una commissione ecclesiale e una Conferenza episcopale possiedono natura e competenze differenti. Possono tutti prevedere forme reali di ascolto e di partecipazione, e in alcuni casi anche compiti molto incisivi nella preparazione delle scelte pastorali. La potestà propria dei pastori conserva però una natura specifica che non deriva dalla rappresentanza della comunità.
Il Concilio Vaticano II lo afferma con grande chiarezza in Lumen gentium 27, quando insegna che i vescovi governano le Chiese particolari loro affidate «come vicari e legati di Cristo» e che la potestà da essi esercitata è propria, ordinaria e immediata.
Questo non consegna il vescovo all’isolamento e non giustifica un governo chiuso all’ascolto. Al contrario, un pastore che non conosce ciò che accade nella propria Chiesa e non ascolta coloro che la abitano rischia facilmente di esercitare male la responsabilità ricevuta. L’ascolto appartiene al buon governo della Chiesa; la responsabilità pastorale conclusiva appartiene al ministero affidato al vescovo.
Per questo trovo particolarmente importante l’espressione utilizzata anche dalla Segreteria Generale del Sinodo: «corresponsabilità differenziata».
È proprio quell’aggettivo a custodire la sostanza della questione. Tutti i battezzati partecipano alla missione della Chiesa e nessuno dovrebbe essere ridotto a spettatore passivo della sua vita. Questa partecipazione assume però forme differenti secondo la vocazione e il ministero ricevuti. La comunione ecclesiale non richiede che tutti esercitino la stessa funzione, quanto piuttosto che ciascuno possa offrire il proprio dono dentro un ordine riconoscibile di responsabilità.
Una visita ad limina preparata da tutta la Chiesa?
Lo stesso problema ritorna nel Rapporto del Gruppo 7, dedicato alle visite ad limina Apostolorum.
Il documento propone di sottrarre queste visite al rischio di diventare un adempimento prevalentemente burocratico, restituendo loro una più chiara dimensione di comunione ecclesiale, di confronto con la Sede Apostolica e di discernimento pastorale. Anche le richieste dei vescovi consultati vanno in questa direzione: relazioni previe meno appesantite da procedure, maggiore tempo per il confronto con il Papa e con i Dicasteri romani, una preparazione capace di restituire con maggiore verità la vita delle Chiese particolari.
La proposta più interessante riguarda proprio la preparazione della relazione previa. Il vescovo dovrebbe «convocare il proprio Popolo» e permettere che sacerdoti, religiosi e fedeli partecipino al discernimento attraverso il quale viene letta la situazione della diocesi prima della visita a Roma.
In sé la proposta mi sembra molto ragionevole. Un vescovo non conosce necessariamente ogni realtà della propria diocesi con la stessa profondità di coloro che vi operano quotidianamente, e un ascolto ben condotto può aiutarlo a presentare alla Santa Sede una situazione più aderente alla vita reale della Chiesa che gli è affidata.
Il punto da custodire riguarda la responsabilità con cui il vescovo assume ciò che ha ascoltato. La relatio non dovrebbe diventare semplicemente il risultato di un documento assembleare da trasmettere a Roma. Rimane l’atto attraverso il quale il pastore presenta la Chiesa affidata alle sue cure, dopo averla ascoltata con maggiore ampiezza e averne discernuto la situazione.
Anche la proposta che una rappresentanza diocesana possa accompagnare il vescovo a Roma può essere letta nella stessa prospettiva. Una presenza di sacerdoti, consacrati e fedeli può rendere visibile la comunione della Chiesa locale con il proprio pastore. La visita ad limina conserva però la sua identità propria: è la visita dei vescovi alle tombe degli Apostoli e il loro incontro con il Successore di Pietro.
Il filo che unisce la scelta del vescovo e la visita ad limina
Questo nuovo Rapporto diventa ancora più interessante se viene letto accanto alla prima parte del lavoro del Gruppo 7, pubblicata nel maggio scorso e dedicata alla scelta dei candidati all’episcopato.
Anche in quel testo veniva proposta una consultazione più ampia del Popolo di Dio, coinvolgendo sacerdoti, consacrati e laici nella fase di conoscenza e discernimento che precede la nomina di un nuovo vescovo. Il Nunzio dovrebbe poter raccogliere una percezione più larga della Chiesa locale e delle sue necessità, così da offrire al processo di scelta elementi più completi.
La decisione resta però affidata al Romano Pontefice secondo quanto stabilito dal diritto della Chiesa.
Qui si comprende forse la struttura che sta emergendo da questi rapporti: allargare il discernimento e rendere più partecipato il processo attraverso il quale una decisione matura, mantenendo riconoscibile il soggetto al quale compete assumerla.
È questo equilibrio che dovrà essere verificato con attenzione.
La tradizione cattolica conosce da sempre il valore del consiglio. San Tommaso, parlando della prudenza, ricorda che chi deve giudicare rettamente ha bisogno di conoscere la realtà e di lasciarsi aiutare dal consiglio di coloro che possono offrirgli elementi necessari al giudizio. Un governante che rifiuta di ascoltare finisce facilmente per scambiare la propria percezione con la realtà.
Il consiglio prepara il giudizio e lo rende più prudente. Non sottrae a chi governa la responsabilità di assumere la decisione che gli compete.
Questa prospettiva può aiutare anche a comprendere la sinodalità senza costringerla dentro categorie che non appartengono alla natura della Chiesa. Un vescovo può ascoltare molto di più di quanto spesso sia avvenuto, può rendere più trasparenti i processi decisionali, può coinvolgere realmente sacerdoti, religiosi e fedeli nella lettura della situazione pastorale. Tutto questo non indebolisce necessariamente il suo ministero. Può renderlo più aderente alla realtà della Chiesa che gli è affidata.
Il problema sorgerebbe quando la partecipazione venisse progressivamente interpretata come condivisione indistinta della potestà e quando l’organismo consultivo cominciasse a essere considerato la fonte della legittimità della decisione pastorale.
Nei Rapporti 6 e 7 questa conclusione non viene formulata. Alcune espressioni restano però aperte e chiedono un chiarimento ulteriore, soprattutto quando si parla di organismi «decisionali», di rappresentanza e di forme strutturate di corresponsabilità.
Per questo non credo sia utile leggere questi testi con l’ansia di trovare immediatamente la prova di una rivoluzione ecclesiologica. Sarebbe ugualmente poco serio considerarli corretti in ogni loro formulazione solo perché nascono dal processo sinodale.
Meritano di essere letti per ciò che sono: tentativi di rispondere a una domanda concreta e ormai inevitabile per la vita della Chiesa.
Come può l’autorità diventare più capace di ascoltare e di valorizzare i doni presenti nel Popolo di Dio senza perdere la propria natura sacramentale?
Il Gruppo 6 incontra questa domanda nel rapporto tra pastori e carismi. Il Gruppo 7 la ritrova nella scelta dei vescovi e nel rapporto fra le Chiese particolari e la Sede Apostolica.
Molto dipenderà dal significato che verrà realmente dato a quella «corresponsabilità differenziata» che accompagna il linguaggio di questi documenti.
Se la differenza verrà custodita, la sinodalità potrà aiutare la Chiesa a vivere forme più mature di comunione, nelle quali l’autorità ascolta con maggiore profondità e la partecipazione non viene ridotta a semplice presenza decorativa.
Se quella differenza cominciasse progressivamente a scolorire, la questione cambierebbe natura e richiederebbe un discernimento molto più severo.
Per ora siamo ancora davanti a proposte.
Ed è precisamente questo il momento giusto per discuterle.

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