Cari amici, seguendo di settimana in settimana le catechesi di Leone XIV sulla Gaudium et Spes, comincia ad apparire con sempre maggiore chiarezza il cammino che il Santo Padre ci sta facendo percorrere attraverso la Costituzione pastorale. Non siamo davanti a una successione di temi semplicemente accostati tra loro. Il Papa procede seguendo l’architettura del documento conciliare e lascia che una domanda conduca alla successiva.
Nella prima catechesi ci aveva invitati a guardare il mondo contemporaneo con lo sguardo di una Chiesa che vive dentro la storia, ne ascolta le attese e le sofferenze e impara a discernere i segni dei tempi alla luce del Vangelo. Al centro aveva posto Cristo, «la chiave, il centro e il fine di tutta la storia umana», ricordandoci che l’apertura al mondo nasce dall’Incarnazione e dalla missione ricevuta dal Signore. Nella seconda catechesi lo sguardo si era concentrato sull’uomo: la sua dignità viene da Dio, precede capacità, condizioni e meriti, attraversa una libertà ferita dal peccato e trova la sua piena luce in Cristo, perché «solo in lui trova vera luce il mistero dell’uomo».
Oggi Leone XIV compie il passo che necessariamente segue. Se ogni persona possiede una dignità ricevuta dal Creatore e se l’uomo comprende pienamente se stesso alla luce di Cristo, questa verità deve prendere forma nel modo in cui viviamo gli uni con gli altri. Il secondo capitolo della Gaudium et Spes, dedicato alla comunità umana, conduce così dalla dignità della persona alla responsabilità per la vita comune.
Il punto di partenza scelto dal Papa appartiene al testo del 1965 e possiede una sorprendente attualità. Il Concilio osservava che «il moltiplicarsi delle relazioni tra gli uomini costituisce uno degli aspetti più importanti del mondo di oggi» e riconosceva il contributo decisivo offerto dal progresso tecnico. Aggiungeva immediatamente che il dialogo fraterno non raggiunge il proprio compimento attraverso il semplice aumento delle relazioni, perché ha bisogno di diventare «comunità delle persone» fondata sul rispetto della loro piena dignità spirituale.
Leone XIV porta questa intuizione dentro il nostro tempo. I mezzi di comunicazione, i social media e il crescente ricorso all’intelligenza artificiale hanno abbattuto distanze e aperto possibilità che i Padri conciliari potevano appena intravedere. Proprio questa enorme capacità di connessione rende ancora più urgente la domanda sulla qualità delle nostre relazioni. Il Papa osserva che esse possono diventare sempre meno personali e sempre più virtuali, fino al rischio di affidare agli algoritmi decisioni che appartengono alla coscienza umana.
È un passaggio importante anche nel cammino che stiamo seguendo. Nella catechesi precedente Leone XIV aveva parlato della coscienza come luogo nel quale la verità viene riconosciuta e della libertà come possibilità di assumere responsabilmente le proprie decisioni. Oggi mostra una conseguenza concreta di quel principio: nessuno strumento tecnologico può sostituire il soggetto morale. La capacità di calcolo può essere affidata alla macchina; il giudizio che coinvolge la dignità delle persone domanda una coscienza capace di verità e una libertà capace di assumersi la responsabilità delle proprie scelte.
Per comprendere quale forma debbano assumere le relazioni umane, il Papa torna ancora una volta all’origine. Il Concilio afferma che Dio «ha voluto che tutti gli uomini formassero una sola famiglia e si trattassero tra loro come fratelli». La comunità umana trova quindi il proprio fondamento più profondo nel progetto creatore: gli uomini provengono dallo stesso Dio e sono chiamati al medesimo fine, che è Dio stesso. Per questo l’amore di Dio e del prossimo costituisce il grande comandamento che in Cristo ha ricevuto la sua piena rivelazione e il suo compimento.
Ritroviamo così Cristo al centro anche di questa terza catechesi. Nella prima Egli illuminava la storia; nella seconda rivelava l’uomo a se stesso; ora ci permette di comprendere la relazione con gli altri come vocazione alla fraternità. La dimensione sociale della persona non nasce semplicemente dalla necessità di organizzare la convivenza. Appartiene al progetto di Dio sull’uomo.
Si comprende allora la forza dell’affermazione conciliare ripresa da Leone XIV: «la persona umana, che di natura sua ha assolutamente bisogno d’una vita sociale, è e deve essere principio, soggetto e fine di tutte le istituzioni sociali». L’uomo cresce attraverso le relazioni, il dialogo e la reciprocità, e proprio per questo ogni organizzazione della vita comune deve essere ricondotta alla persona concreta. Le istituzioni trovano la loro ragion d’essere nel servizio alla crescita umana e devono continuamente misurarsi sulla dignità di coloro per i quali esistono.
Da qui il Papa passa al bene comune, riprendendo ancora una volta quasi alla lettera la Gaudium et Spes: esso è «l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono tanto ai gruppi quanto ai singoli membri di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente». Il bene comune riguarda dunque le condizioni che permettono alle persone di crescere e di realizzare la propria vocazione dentro una società nella quale anche gli altri possano fare altrettanto. L’interdipendenza crescente fra i popoli conferisce a questo principio un orizzonte sempre più ampio, fino a comprendere, come dice il Concilio, «il bene comune dell’intera famiglia umana».
La fraternità di cui parla Leone XIV conosce anche le ferite della storia. La diversità delle persone e dei popoli possiede una potenzialità di arricchimento e di crescita, mentre il peccato può deformare il modo di guardare l’altro fino a trasformare la differenza in contrapposizione e la contrapposizione in violenza. Ritorna qui il realismo della catechesi precedente: anche la vita sociale porta i segni di quella divisione interiore che attraversa il cuore umano e domanda una continua conversione.
Quando il discorso arriva alle conseguenze concrete, Leone XIV lascia parlare a lungo il Concilio e le parole di Gaudium et Spes 27 conservano intatta la loro forza. Sono contrari alla dignità umana l’omicidio, il genocidio, l’aborto, l’eutanasia e il suicidio volontario; lo sono le mutilazioni, le torture e le costrizioni psicologiche, come pure le condizioni di vita subumana, le incarcerazioni arbitrarie, le deportazioni, la schiavitù, la prostituzione, il mercato delle persone e quelle condizioni di lavoro nelle quali il lavoratore viene ridotto a semplice strumento di guadagno.
Vale la pena fermarsi davanti all’ampiezza di questo elenco. Il Concilio guarda la persona nella totalità della sua esistenza e chiede che la sua dignità venga custodita ovunque possa essere violata. La difesa della vita, la tutela dell’integrità personale e il rispetto delle condizioni nelle quali l’uomo vive e lavora scaturiscono dalla stessa radice: ogni essere umano possiede quella dignità che, come Leone XIV ci aveva ricordato la settimana scorsa, viene prima delle sue capacità, della sua condizione e delle sue scelte.
Con la stessa concretezza il Papa richiama il rispetto e l’amore verso coloro che pensano o agiscono diversamente da noi. Anche questo passaggio della Gaudium et Spes ha bisogno di essere letto per intero. Il Concilio chiede che l’amore raggiunga chi assume posizioni differenti nelle questioni sociali, politiche e religiose e precisa che tale atteggiamento lascia intatta la responsabilità verso la verità e il bene. L’errore continua a dover essere rifiutato, mentre la persona conserva la propria dignità anche quando porta con sé concezioni che riteniamo false o insufficienti.
È una distinzione preziosa in un tempo nel quale il confronto pubblico può facilmente trasformare il dissenso in disprezzo. La verità può essere annunciata senza diminuire la persona che pensa diversamente, e il rispetto dell’altro permette un dialogo autentico proprio perché non chiede di rinunciare alla ricerca di ciò che è vero e buono.
Lo stesso fondamento sostiene il richiamo alla fondamentale uguaglianza degli uomini. Il Concilio riconosce le differenze reali che attraversano l’umanità e afferma l’identica origine e vocazione delle persone create a immagine di Dio e redente da Cristo. Per questo ogni discriminazione nei diritti fondamentali fondata sul sesso, sulla razza, sul colore, sulla condizione sociale, sulla lingua o sulla religione deve essere superata come contraria al disegno di Dio.
Leone XIV giunge così al superamento dell’etica individualistica e alla responsabilità di ciascuno nella vita comune. La dignità personale porta con sé una vocazione alla partecipazione, perché nessuno realizza pienamente la propria umanità chiudendosi nel proprio interesse. Il Concilio chiedeva già di prendere a cuore le solidarietà sociali e di educare uomini capaci di assumersi consapevolmente il proprio dovere verso la comunità. Il Papa raccoglie oggi questa consegna e la propone come criterio anche per il discernimento sui progetti sociali e politici del nostro tempo, richiamando la dignità della persona umana, la giustizia sociale e la libera partecipazione alla costruzione del bene comune.
Seguendo queste tre catechesi, possiamo ormai riconoscere il movimento che Leone XIV sta facendo emergere dalla Gaudium et Spes. La Chiesa guarda il mondo perché Cristo ha assunto la storia umana; dentro questa storia incontra una persona la cui dignità viene da Dio e che Cristo rivela pienamente a se stessa; quella stessa persona scopre ora che la propria vocazione si realizza anche nella relazione con gli altri e nella responsabilità verso la comunità.
È significativo che il Papa abbia scelto proprio l’intelligenza artificiale per mostrare quanto questa pagina del Concilio sia ancora capace di parlare al presente. Una società può moltiplicare indefinitamente le connessioni e perdere progressivamente la profondità della relazione personale. Può accrescere la potenza degli strumenti e indebolire la responsabilità di chi deve usarli. Il problema decisivo diventa allora l’idea dell’uomo alla quale affidiamo il futuro.
Leone XIV ci sta conducendo precisamente qui. Prima ci ha chiesto con quale sguardo la Chiesa debba entrare nel mondo; poi ci ha ricondotti alla domanda sull’uomo; oggi ci ricorda che quell’uomo è creato per vivere con gli altri e che la sua dignità diventa responsabilità verso il fratello.
La Gaudium et Spes continua così a portarci verso Cristo, perché è in Lui che l’uomo comprende da dove viene, chi è e quale comunione è chiamato a costruire.

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