don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

Oggi
Calendario liturgico

LE PAROLE CHE CAMBIANO E QUELLE CHE RESTANO

La sera è scesa lentamente sull’abbazia e settembre comincia già a farsi riconoscere. Dopo il caldo dell’estate, l’aria possiede finalmente quella frescura che invita a rimanere qualche minuto fuori, quando ormai tutto si è acquietato e anche le occupazioni della giornata sembrano concedere una tregua. Sopra di me il cielo è limpido, dal prato arriva il canto ostinato dei grilli e una brezza leggera attraversa gli alberi muovendone appena le foglie. Non c’è bisogno di spiegare nulla, perché la natura possiede un linguaggio discreto che l’uomo può ascoltare oppure ignorare e che continua ugualmente a parlare.

Forse è proprio questo che stasera mi colpisce, pensando a quanto noi uomini cambiamo continuamente il significato delle parole. Le riceviamo da chi ci ha preceduto, le riempiamo delle nostre attese e qualche volta, usandole tanto, finiamo per non sapere più con precisione che cosa dicano. Ogni epoca possiede le proprie parole importanti e anche la Chiesa, vivendo dentro la storia, le incontra e impara a pronunciarle. In questi giorni mi è capitato più volte di ritrovarle leggendo documenti e riflessioni sul rapporto della Chiesa con il mondo contemporaneo, e proprio oggi pomeriggio sono tornate davanti a me nella Nota vaticana Un cammino di speranza, dedicata al dialogo con le altre religioni: libertà, dialogo, fraternità, dignità, pace. Sono parole belle, alcune profondamente radicate nell’esperienza cristiana, che il nostro tempo sente come particolarmente preziose. Forse è stata proprio quella lettura a riportare con maggiore insistenza una domanda che già da qualche tempo mi accompagna e che, questa sera, nel silenzio dell’abbazia, continua a tornarmi alla mente.

E mentre il canto dei grilli continua, incurante dei nostri documenti e delle nostre discussioni, quella domanda prende una forma sempre più precisa: quando noi cristiani pronunciamo queste parole, riusciamo ancora a lasciarle attraversare dal Vangelo oppure rischiamo, quasi senza accorgercene, di leggere il Vangelo attraverso il significato che il nostro tempo ha già dato loro?

Guardando il cielo penso che il cristianesimo, in duemila anni, abbia attraversato molte culture senza avere paura di incontrarle. I primi cristiani entrarono nel mondo greco e utilizzarono alcune delle sue parole per parlare del mistero di Dio; vissero dentro il mondo romano e ne assunsero strumenti che sarebbero diventati parte della vita della Chiesa. Ogni epoca ci ha consegnato qualcosa e spesso ci ha anche costretti a comprendere meglio ciò che avevamo ricevuto. Paolo VI aveva trovato un’espressione bellissima per descrivere questo incontro quando scriveva che il Vangelo è capace di raggiungere le culture, di impregnarle profondamente, «senza asservirsi ad alcuna». È proprio quel «senza asservirsi» che continua a tornarmi in mente questa sera, perché imparare il linguaggio dell’uomo al quale desidero annunciare Cristo significa entrare nella sua storia, ascoltarne le domande e riconoscere ciò che vi è maturato di vero, conservando la libertà di lasciare che il Vangelo illumini anche ciò che incontra.

Penso alla libertà e a quanto abbiamo imparato, anche attraverso vicende dolorose, sul rispetto della coscienza e sulla dignità di ogni persona. È un bene prezioso che desidero custodire. Il Vangelo pronuncia quella stessa parola conducendola verso una profondità ulteriore: «La verità vi farà liberi». La libertà diventa così il luogo nel quale l’uomo può incontrare la verità e liberamente lasciarsi raggiungere da essa. Benedetto XVI aveva compreso molto bene questo passaggio quando, parlando della libertà religiosa, riconosceva quanto la Chiesa avesse ricevuto anche dal confronto con la modernità e ricordava insieme che la libertà perde qualcosa di essenziale quando viene separata dalla possibilità di conoscere la verità. Mi affascina questo modo di procedere: una parola viene accolta con tutto ciò che porta di autenticamente umano e l’incontro con Cristo ne scopre una profondità ulteriore.

Qualcosa di simile mi sembra accadere con la fraternità, parola della quale avvertiamo un bisogno quasi doloroso mentre continuiamo a vedere popoli contrapposti, guerre che sembravano impossibili tornare nel cuore dell’Europa e del mondo, uomini capaci di riconoscersi nemici prima ancora di essersi incontrati. Questa sera, sotto un cielo che appartiene a tutti, mi viene spontaneo pensare che per un cristiano la fraternità possieda una radice particolare: posso chiamare un uomo fratello perché ho imparato a riconoscere Dio come Padre. Anche chi non condivide la mia fede può vivere una fraternità sincera e compiere gesti che qualche volta interrogano la mia stessa vita cristiana; proprio per questo sento ancora più forte la responsabilità di ricordare quale sorgente quella parola possieda per me e quale profondità riceva dal Vangelo.

Lo stesso interrogativo accompagna il dialogo, diventato inevitabile in un mondo nel quale religioni, convinzioni e culture differenti abitano ormai le stesse strade. Ho imparato anch’io, nella vita e nel ministero, quanto sia importante ascoltare prima di giudicare e incontrare una persona prima di identificarla con le idee che rappresenta. Ho imparato anche che l’incontro vero può correggere i miei pregiudizi e costringermi a guardare con occhi nuovi realtà che pensavo di conoscere. Proprio per questo sento che il dialogo cristiano può essere vissuto senza paura di ciò che siamo: posso ascoltare sinceramente l’altro, ricevere quanto di vero la sua esperienza mi consegna e portare nello stesso incontro Colui che considero il dono più prezioso ricevuto nella mia vita. Mi domando qualche volta se il timore di ferire o di apparire invadenti possa renderci più esitanti nel parlare di Cristo; quando avverto questa esitazione, anzitutto in me stesso, sento il bisogno di ricordare che proprio Lui spiega perché desidero incontrare ogni uomo con rispetto e libertà.

È forse qui che nasce una parte della mia inquietudine quando incontro il linguaggio ecclesiale contemporaneo. Vi trovo richiami alla fede, a Cristo e alla missione della Chiesa e, nello stesso tempo, mi sorprendo qualche volta a domandarmi quale immagine complessiva del cristianesimo rimanga nel cuore di chi ascolta. Parliamo giustamente della costruzione della pace, della fraternità, del dialogo e di un mondo più umano, perché il Vangelo ci impedisce di essere indifferenti alla sofferenza degli uomini e alla storia nella quale siamo stati posti. Poi alzo gli occhi verso questo cielo di settembre e ricordo che sono stato ordinato sacerdote per annunciare una speranza che abbraccia tutto questo e conduce ancora oltre: l’uomo è fatto per Dio, è cercato da Dio e porta dentro di sé una sete che nessuna realizzazione della storia riesce interamente a saziare.

Forse il rischio che accompagna ogni epoca è proprio quello di vedere con maggiore facilità ciò che le sta più vicino. Anche noi possiamo esserne partecipi. Possiamo dedicare così tante energie a ciò che l’uomo è chiamato a costruire nella storia da lasciare più sullo sfondo ciò che l’uomo è chiamato a ricevere da Dio. Non occorre negare nulla perché avvenga questo spostamento; qualche volta può bastare che alcune parole diventino sempre più frequenti e altre sempre più rare. Per questo sento utile chiedermi quale posto abbiano ancora, nel mio modo di parlare e di predicare, parole come salvezza, redenzione, vita eterna, conversione, grazia. Non appartengono a un cristianesimo del passato. Dicono qualcosa dell’uomo che anche la più giusta delle società non potrebbe dargli da sola.

Benedetto XVI aveva riflettuto a lungo su questa tensione quando, nella Spe salvi, osservava come la modernità avesse progressivamente affidato una parte crescente delle proprie speranze al progresso e alla capacità dell’uomo di costruire un mondo migliore. Sarebbe ingeneroso dimenticare i beni che abbiamo ricevuto da questo cammino e le sofferenze che il progresso umano ha realmente alleviato. Rimane ugualmente una domanda alla quale nessuna scoperta scientifica e nessuna organizzazione politica possono rispondere pienamente: che cosa può salvare l’uomo intero, raggiungendolo anche là dove le nostre possibilità finiscono?

Mentre penso a queste cose il canto dei grilli continua e mi sorprende la naturalezza con cui questa sera di settembre sta già annunciando un cambiamento. Tra qualche settimana quel canto si farà più raro, le foglie muteranno colore, l’aria diventerà più fredda e le giornate più brevi. La natura cambia continuamente e proprio osservandola mi accorgo che il suo linguaggio non viene meno. Le stagioni si succedono senza che ciascuna debba inventare nuovamente il mondo; tutto muta e, dentro quel mutamento, qualcosa rimane fedele a un ordine che non abbiamo stabilito noi.

Forse è questo che la creazione sta dicendo alla mia domanda meglio di tante parole. Nella Scrittura Dio conduce spesso l’uomo fuori, gli mostra il cielo, il mare e il deserto, quasi a ricordargli che la realtà lo precede. Quando i nostri ragionamenti diventano troppo complicati, la creazione continua a suggerirci con la sua semplice presenza che il mondo non comincia da noi e che il significato delle cose non dipende interamente dalle definizioni che decidiamo di dar loro. Anche la fede mi precede, perché l’ho ricevuta prima di poterla spiegare; posso approfondirla, trovare parole nuove per comunicarla, lasciarmi interrogare dalle domande del mio tempo e riconoscere ciò che di autenticamente umano è maturato anche lontano dai luoghi nei quali ero abituato a cercarlo. Tutto questo appartiene alla vitalità del cristianesimo, purché continui a risuonare quella piccola e decisiva espressione di Paolo VI: «senza asservirsi ad alcuna».

Forse è questo il discernimento che ci viene chiesto oggi: entrare pienamente nel nostro tempo conservando la libertà di lasciarlo incontrare davvero con Cristo. Anche le parole che questo tempo ci consegna possono diventare più profonde dopo quell’incontro. La libertà può ritrovare il suo rapporto con la verità, la fraternità può aprirsi al mistero di un Padre comune, il dialogo può diventare incontro nel quale ciascuno offre con rispetto ciò che possiede di più prezioso, la speranza può sostenerci nell’impegno per un mondo più umano senza chiederci di credere che saremo noi a costruire con le nostre mani il compimento della storia.

Stasera tutto questo mi appare più semplice, forse perché le stelle non hanno bisogno delle nostre definizioni per continuare a indicare il cielo. Noi abbiamo bisogno di parole nuove, perché ogni generazione deve poter ascoltare il Vangelo nella propria lingua, e questo continuo lavoro appartiene alla missione della Chiesa. Vorrei soltanto vigilare affinché, mentre cerco parole capaci di raggiungere gli uomini del mio tempo, non perda senza accorgermene la direzione verso la quale quelle parole dovrebbero condurre.

La brezza intanto si è fatta più fresca e settembre ricorda che anche questa estate passerà. I grilli presto taceranno, gli alberi cambieranno colore e un’altra stagione prenderà il posto di questa; proprio dentro questo continuo mutare la creazione continuerà a parlare la lingua che ha ricevuto. Forse è ciò che vorrei chiedere anche alla mia fede: attraversare ogni tempo, imparandone il linguaggio e accogliendo quanto porta di vero, lasciandomi interrogare e anche correggere quando necessario, senza perdere quella Parola dalla quale tutto ha avuto origine.

Sotto queste stelle, allora, la domanda che la lettura di oggi pomeriggio ha riportato alla mia attenzione perde qualcosa della sua severità e diventa anzitutto una domanda rivolta a me stesso. La Chiesa continuerà giustamente a cercare parole capaci di parlare agli uomini del proprio tempo, e anch’io, nel piccolo del mio ministero, dovrò continuare a farlo, imparando ad ascoltare, ad accogliere ciò che di vero matura nella storia e a trovare linguaggi che rendano ancora comprensibile il Vangelo. Questa sera sento però che, insieme alla ricerca delle parole, dovrò continuare a chiedermi verso chi esse conducono e quale volto rimane riconoscibile quando tutto è stato detto. Perché le parole possono cambiare, come cambiano le stagioni, e alcune di quelle che oggi ci sembrano indispensabili forse domani lasceranno il posto ad altre; ciò che non vorrei smarrire è Colui dal quale quelle parole ricevono per me la loro luce e verso il quale vorrei che continuassero a condurre. È la risposta che ho ricevuto, quella per la quale ho speso la mia vita e che, anche questa sera, sotto lo stesso cielo, rimane per me la stessa: Gesù Cristo.

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