don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

Oggi
Calendario liturgico

Nel corso di quest’anno Leone XIV è tornato più volte sul ministero episcopale. La frequenza degli interventi si è fatta particolarmente evidente nelle ultime settimane, e la lettera ai vescovi dell’America Latina e dei Caraibi per il terzo centenario della canonizzazione di san Turibio di Mogrovejo, datata 8 settembre e resa pubblica il 19 settembre, permette ora di riconoscere con maggiore chiarezza un percorso che viene da più lontano.

Il 30 gennaio, incontrando i vescovi del Perù in visita ad limina, il Papa aveva proposto loro di vivere ad instar Apostolorum, alla maniera degli Apostoli, richiamando la comunione e la fedeltà a una Parola ricevuta. Aveva poi insistito sulla vicinanza al popolo e al presbiterio, fino a riprendere l’immagine di san Turibio che portava tutti nel cuore «come se fosse padre di ognuno». L’8 giugno, rivolgendosi ai vescovi spagnoli, aveva definito il vescovo «principio visibile di comunione» e aveva chiesto che i sacerdoti trovassero in lui non soltanto un’autorità riconosciuta, anche un padre capace di accompagnarli.

Settembre ha reso questa attenzione ancora più evidente. Il 3, davanti ai vescovi delle regioni arabe, Leone XIV ha chiesto pastori vicini al proprio popolo, capaci di condividere le ferite delle comunità e di non misurare la fecondità ecclesiale attraverso numeri e strutture. Il 9, parlando a un gruppo di vescovi amici del Movimento dei Focolari, ha ricondotto il servizio dell’unità alla comunione con Dio e alla vita contemplativa. Il giorno successivo, incontrando i nuovi vescovi alla conclusione del loro corso di formazione, è tornato direttamente alla sorgente del ministero: «Siamo Vescovi, ma siamo anzitutto discepoli».

Questa continuità non costituisce ancora una trattazione sistematica dell’episcopato e sarebbe prematuro costruirla al posto del Papa. Permette già di riconoscere una precisa attenzione formativa. Leone XIV sembra accompagnare i vescovi dentro il significato del ministero ricevuto, riportandoli continuamente alla sorgente dalla quale esso prende forma prima delle numerose funzioni che occupano la vita quotidiana di una diocesi.

Anche la biografia di Robert Francis Prevost aiuta a comprendere questa particolare sensibilità. Prima dell’elezione al pontificato aveva conosciuto l’episcopato da prospettive differenti. Era stato vescovo di Chiclayo, dentro una Chiesa concreta della quale aveva condiviso la vita per anni. Dal novembre 2020 era membro della Congregazione per i Vescovi e, dal 12 aprile 2023, aveva assunto la guida del Dicastero per i Vescovi, insieme alla presidenza della Pontificia Commissione per l’America Latina. Per circa due anni si è quindi trovato in un osservatorio singolare sulla vita delle Chiese particolari, partecipando al discernimento che precede la scelta dei nuovi pastori e alla loro formazione.

Nel discorso del 10 settembre ne è affiorata quasi incidentalmente la memoria. Ringraziando quanti avevano preparato il corso per i nuovi vescovi, Leone XIV ha ricordato di conoscere «ciò che significa organizzare questo programma». La sua precedente esperienza non può diventare una spiegazione automatica del magistero che oggi esercita come Successore di Pietro. Consente di riconoscere una continuità significativa: colui che per anni ha conosciuto da vicino le questioni legate alla scelta e alla formazione dei vescovi continua ora, dentro una responsabilità diversa e universale, ad accompagnare l’episcopato nella comprensione della missione ricevuta.

La lettera dedicata a san Turibio rende questa attenzione particolarmente evidente attraverso una scelta originale. Leone XIV avrebbe potuto limitarsi a ricordare il grande arcivescovo di Lima attraverso la sua attività missionaria e le sue fatiche pastorali. Sceglie di rileggere il suo ministero attraverso il rito con cui un vescovo viene accolto nella propria cattedrale. La liturgia diventa così una vera introduzione al ministero episcopale. I gesti compiuti nel giorno dell’ingresso non rimangono confinati a quella celebrazione: contengono ciò che il pastore sarà chiamato a vivere negli anni successivi.

Il percorso comincia alla porta della cattedrale. Il nuovo vescovo arriva in una Chiesa che esisteva prima di lui, possiede già una storia e porta i segni dell’azione dello Spirito. Varcando quella soglia, scrive Leone XIV, «entra in una storia che non è iniziata con lui». San Turibio giunse in una terra che non conosceva e ne divenne progressivamente parte attraverso i viaggi e l’incontro con le popolazioni. Anche la visita pastorale acquista così un significato che supera la verifica delle attività di una comunità. Permette al vescovo di conoscere realmente la Chiesa affidata alle sue cure, raggiungendo persone e situazioni che difficilmente possono essere comprese «stando seduti a una scrivania». Da qui nasce l’immagine scelta dal Papa del successore degli Apostoli che vive «con il cuore rivolto al cielo e i piedi sulla strada».

Alla porta della cattedrale il vescovo riceve il Crocifisso e lo bacia. Quel gesto contiene già la forma che il ministero è chiamato ad assumere. Il pastore può essere condotto lungo strade impreviste e può incontrare sacrifici che non aveva immaginato quando ha accolto la missione. La Croce gli ricorda che la fedeltà al gregge possiede un prezzo. Leone XIV arriva a osservare che l’abbandono può cominciare molto prima di una partenza visibile, quando il comfort, la paura o l’interesse personale prendono progressivamente il posto del bene dei fedeli. San Turibio continuò idealmente quel bacio nelle fatiche sostenute per raggiungere le comunità lontane e nella difesa di quanti subivano abusi. Il governo episcopale viene così ricondotto alla logica evangelica del pastore che offre qualcosa di sé per coloro che gli sono affidati.

L’acqua benedetta ricevuta poco dopo riconduce il vescovo al Battesimo. Prima di presiedere il Popolo di Dio, egli appartiene al popolo dei battezzati. Prima di guidare altri, rimane un discepolo che deve lasciarsi guidare. La santità personale non viene garantita dal ministero ricevuto e chi è chiamato a santificare gli altri continua ad avere bisogno della misericordia e della conversione. Le parole rivolte ai nuovi vescovi il 10 settembre trovano qui quasi una spiegazione rituale: il pastore rimane discepolo e il suo ministero nasce dallo stare con Cristo.

Lo stesso ordine appare quando il rito conduce il vescovo davanti al tabernacolo. Prima di raggiungere la cattedra e prima di prendere la parola, egli si inginocchia e adora. Leone XIV scrive: «I vescovi vanno e vengono, ma Cristo rimane sempre». La successione dei pastori e il mutare delle necessità trovano qui la loro misura, perché la vita della Chiesa rimane radicata nel Signore. Da questa convinzione il Papa ricava una delle indicazioni pastorali più esplicite dell’intera lettera, chiedendo di fare dell’adorazione eucaristica una priorità pastorale. La programmazione conserva la propria necessità e riceve il suo giusto posto dentro una vita ecclesiale la cui fecondità viene da Cristo. La sua presenza, accolta e adorata nella fede, «sostiene ciò che le nostre forze non possono realizzare e apre strade che nessun progetto può immaginare».

Il bacio dell’altare introduce poi il vescovo nel mistero della comunione. San Turibio servì una Chiesa vastissima e attraversata da profonde differenze, cercando di custodirne l’unità. Anche oggi il vescovo riceve una diocesi nella quale convivono sensibilità ed esperienze differenti. L’unità non nasce dall’uniformità e trova il proprio centro in Cristo, che raduna il suo popolo attorno all’altare. Pochi giorni prima, parlando ai vescovi amici dei Focolari, Leone XIV aveva ricondotto la comunione ecclesiale alla sua sorgente trinitaria e aveva invitato i pastori a nutrire una vita interiore segnata dalla preghiera davanti al tabernacolo e dalla celebrazione attenta dell’Eucaristia.

Quando il rito conduce alla cattedra viene letta la Lettera apostolica con la quale il Romano Pontefice ha affidato a quell’uomo la guida della Chiesa particolare. Il vescovo riceve la missione e la esercita nella comunione della Chiesa, unito al Successore di Pietro e al Collegio episcopale. Da questa origine ricevuta deriva anche il senso del suo insegnamento. Leone XIV ricorda che dalla cattedra il vescovo non offre semplicemente una parola personale. Ha ricevuto la fede della Chiesa ed è chiamato a custodirla, approfondirla e renderla comprensibile al popolo affidato alle sue cure.

Lo stesso pensiero era già apparso il 30 gennaio davanti ai vescovi peruviani, quando il Papa aveva ricordato che san Turibio «non proclamò una parola propria, ma una Parola ricevuta». Ora Leone XIV chiede ai vescovi un insegnamento chiaro e paziente, radicato nella comunione ecclesiale, capace di aiutare i fedeli a riconoscere la voce dell’unico Pastore tra le molte voci che cercano di raggiungerne la coscienza. L’autorità episcopale acquista così la propria consistenza proprio perché non nasce dall’autoreferenzialità del pastore e rimane legata al deposito che egli ha ricevuto.

La riverenza e l’obbedienza manifestate dal clero e dai fedeli durante il rito diventano immediatamente responsabilità per chi le riceve. Leone XIV concentra l’attenzione soprattutto sul rapporto con i sacerdoti. La vita di san Turibio gli permette di richiamare la cura della formazione e la vicinanza personale lungo gli anni del ministero. Il sacerdote non dovrebbe potersi rivolgere al proprio vescovo soltanto quando esiste un problema da risolvere. La paternità episcopale si riconosce anche nella libertà con cui un sacerdote sa di poter bussare alla porta del suo vescovo.

Questa attenzione al presbiterio attraversa diversi interventi del Papa. In Spagna aveva parlato di sacerdoti che trovano nel vescovo «un padre che li accompagna». Il 10 settembre ha chiesto ai nuovi vescovi di essere per i loro sacerdoti padri e fratelli, dedicando una cura particolare a quanti sono anziani o malati. Nella lettera su san Turibio il medesimo tema ritorna dentro il gesto liturgico dell’obbedienza, mostrando come l’autorità ricevuta chieda al vescovo una corrispondente responsabilità paterna.

Soltanto dopo questo itinerario il vescovo prende la parola davanti al popolo. La liturgia lo ha prima fatto entrare in una Chiesa che lo precede, gli ha consegnato la Croce e lo ha condotto davanti all’Eucaristia. Dopo il Vangelo può parlare. Leone XIV richiama espressamente questo ordine perché la predicazione del pastore nasce dalla preghiera e da una Parola che egli stesso ha ascoltato prima di annunciarla. San Turibio rese credibile la propria predicazione lasciando che il Vangelo modellasse la sua esistenza. Da qui nasce il richiamo rivolto ai vescovi di oggi perché nessuna urgenza pastorale sottragga il tempo necessario all’ascolto della Parola e alla preparazione dell’annuncio.

La celebrazione conduce infine all’offertorio, dove il Papa invita quasi a deporre sulla patena l’intera vita del vescovo: il lavoro quotidiano e le decisioni da assumere, insieme al popolo che gli è stato affidato e ai momenti nei quali sperimenta la propria insufficienza. Il ministero episcopale assume progressivamente la forma dell’offerta eucaristica. Ciò che il vescovo celebra sacramentalmente è chiamato a prolungarsi nella sua esistenza, mentre il frutto del suo servizio rimane nelle mani di Dio.

Verso la conclusione san Turibio non rimane una figura isolata. Leone XIV richiama una «costellazione» di vescovi santi e beati dell’America Latina e invita a conoscerne il ministero e gli scritti, attribuendo alla loro testimonianza un valore particolare per la formazione dei seminaristi e dei sacerdoti. La stessa missione episcopale, osserva il Papa, assume forme differenti secondo i tempi e le circostanze. Rimane la sorgente dalla quale nasce e rimane il legame con Cristo che consente al pastore di viverla dentro una Chiesa concreta.

Anche l’ultimo riferimento alla Madonna di Guadalupe completa questa visione. Maria manda Juan Diego dal vescovo perché egli possa discernere e accogliere ciò che Dio sta compiendo attraverso un messaggero inatteso. Il pastore deve dunque conoscere la Chiesa affidata alle sue cure e deve rimanere abbastanza libero da riconoscere l’azione di Dio anche quando essa raggiunge la comunità attraverso strade che non aveva programmato.

Gli interventi di questi mesi acquistano così una coerenza sempre più riconoscibile. Leone XIV non sembra interessato a offrire una nuova teoria dell’episcopato. Sta accompagnando i vescovi a riscoprire ciò che la Chiesa ha già consegnato loro attraverso la Scrittura, la liturgia e la tradizione del ministero apostolico. L’esperienza maturata come vescovo in Perù e il successivo servizio al Dicastero per i Vescovi aiutano a comprendere perché questo accompagnamento abbia spesso un carattere molto concreto. Si parla della porta alla quale un sacerdote deve poter bussare e delle strade che il vescovo deve percorrere, del tempo davanti al tabernacolo e della parola che egli riceve prima di annunciarla.

Da Prefetto Robert Francis Prevost partecipava al discernimento sulla scelta dei vescovi e alla loro formazione iniziale. Da Papa il suo compito è profondamente diverso e possiede una responsabilità universale. Negli interventi di questi mesi sembra continuare, su un piano nuovo, quella preoccupazione formativa: aiutare i pastori a comprendere ogni giorno ciò che hanno ricevuto con l’ordinazione e ciò che la Chiesa attende dal loro servizio.

Forse proprio la porta della cattedrale offre l’immagine capace di raccogliere tutto. Un vescovo arriva e attraversa quella soglia. Dall’altra parte trova una storia già cominciata, un popolo che gli viene affidato e la presenza di Dio che lo ha preceduto. Il suo compito sarà entrare in quella storia fino ad amarla come propria, servire quel popolo e condurlo continuamente a Cristo. Verrà il giorno in cui un altro pastore attraverserà la stessa porta. Cristo, intanto, rimane.


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