don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

Discernere il presente con lo sguardo della fede

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La Francia non ha finito la sua missione: Leone XIV con i giovani

Poche ore prima, a Notre-Dame, Leone XIV aveva chiesto ai pastori e ai consacrati di essere pietre vive di una Chiesa che spera e non teme il futuro. La sera, entrando nello Stade de France, quelle parole hanno trovato davanti a sé migliaia di volti. Circa ottantamila giovani tra i diciassette e i trentacinque anni, arrivati dalle città e dalle campagne e appartenenti alle diverse sensibilità della Chiesa cattolica francese, hanno accolto il Papa con un entusiasmo che durante la veglia ha saputo trasformarsi più volte in silenzio e preghiera.

Erano davvero giovani. Lo si percepiva guardando lo stadio e ascoltando le loro voci. Hanno gridato più volte «Leone, Leone», manifestando un affetto spontaneo che il Papa ha accolto con evidente gioia. Quando la celebrazione chiedeva raccoglimento, quello stesso stadio sapeva entrare nel silenzio. La compostezza durante la preghiera e l’emozione nei momenti più intensi hanno mostrato una partecipazione che andava molto oltre la riuscita di un grande evento.

La veglia era stata costruita attorno a una intuizione particolarmente bella: prima di chiedere ai giovani quale futuro desiderino costruire, la Chiesa ha mostrato loro la storia dalla quale provengono. Attraverso una grande rappresentazione scenica è stato ripercorso il cammino dell’evangelizzazione della Francia, dai primi testimoni ai martiri, dai grandi pastori alle esperienze monastiche, fino a san Luigi, Giovanna d’Arco, il Curato d’Ars, Teresa di Lisieux e tanti uomini e donne che nei secoli hanno lasciato che il Vangelo prendesse forma nella loro vita.

La rappresentazione guardava alla storia cristiana della Francia senza trasformarla in nostalgia. Le figure dei santi venivano accostate alle domande che attraversano anche la vita dei ragazzi di oggi: come custodire la speranza quando il futuro inquieta, come scegliere una vita che abbia senso, dove trovare la forza per continuare a servire. La santità appariva per ciò che realmente è, una possibilità concreta che prende forma dentro la storia.

Verso la conclusione di questo grande racconto è risuonata una frase capace di raccogliere il senso della serata: «La Francia non ha finito la sua missione». La lunga storia cristiana del Paese veniva così consegnata ai giovani come una vicenda ancora aperta.

Leone XIV, prendendo la parola dopo la prima domanda, ha compiuto subito un passo ulteriore. Guardando quei ragazzi ha detto: «Voi siete i santi di Francia!».

È difficile trovare una frase che esprima meglio il significato di quanto era appena accaduto. I santi erano stati mostrati perché una nuova generazione riconoscesse dentro quella storia anche la propria chiamata. La Francia cristiana possiede ancora un futuro nella misura in cui altri uomini e altre donne accetteranno di lasciarsi incontrare da Cristo come è accaduto a coloro che li hanno preceduti.

La prima domanda è stata posta da Chloé, venticinque anni, impegnata nei quartieri popolari dell’Île-de-France. Ha raccontato il desiderio di annunciare Cristo dentro una società che appare spesso estranea alla questione di Dio e ha chiesto come vivere questo slancio conservando una fraternità sincera con chi non condivide la fede.

Leone XIV è partito dalle parole di san Paolo: «Per me, vivere è Cristo». Ha riconosciuto che la società contemporanea può diventare indifferente a Dio e ha collegato questa lontananza a una seconda ferita, l’indifferenza verso l’uomo. Ha ricordato chi si disinteressa del prossimo, chi offende i poveri, chi arriva a considerare la persona secondo ciò che produce.

Il discorso pronunciato poche ore prima all’UNESCO trovava così una nuova applicazione. Là il Papa aveva posto la domanda su che cosa significhi essere umani; davanti ai giovani mostrava come la questione di Dio e quella dell’uomo si illuminino reciprocamente.

Anche il rapporto con chi appartiene ad altre religioni è stato collocato dentro questa prospettiva. Leone XIV ha incoraggiato un annuncio cristiano chiaro, capace di generare dialogo e pace, ricordando che «è impossibile testimoniare Cristo senza amare coloro ai quali vogliamo annunciarlo». La fraternità con chi non condivide la fede può diventare essa stessa un esercizio della fede e della carità.

La seconda domanda, posta da François, ha portato dentro lo stadio una inquietudine molto concreta. Come orientare la propria vita, donarsi senza disperdersi e conservare il coraggio quando il futuro appare incerto?

Il Papa ha preso sul serio questa fragilità. Ha parlato della precarietà dei progetti, della provvisorietà degli affetti e della fragilità delle relazioni. Ha nominato anche l’«affaticamento da schermo» e le ansie legate al clima e alla situazione economica e internazionale.

Leone XIV ha invitato i giovani ad attraversare queste inquietudini alla luce del Vangelo: «insieme noi formiamo la Chiesa: fragile e santa, come vasi di creta che custodiscono un tesoro». La fragilità, vissuta con Cristo, può diventare un luogo nel quale la fede si trasforma in testimonianza.

Il discernimento nasce proprio dall’amicizia con Gesù. Il Papa ha invitato a ritrovare la Parola, la preghiera, il servizio e quel «silenzio così raro e così necessario, lontano dal frastuono mediatico».

Questa parola sul silenzio aveva una risonanza particolare dentro lo stadio. Quegli stessi ragazzi che pochi minuti prima gridavano il nome del Papa erano capaci di raccogliersi quando la preghiera chiedeva di entrare più profondamente nel mistero. La veglia mostrava concretamente che entusiasmo e vita interiore possono appartenere alla stessa esperienza cristiana.

Dentro il discorso sul discernimento Leone XIV si è rivolto direttamente ai giovani che avvertono una possibile chiamata al sacerdozio o alla vita consacrata. «La Chiesa in Francia ha tanto bisogno di voi! Prega per voi, vi aspetta», ha detto, aggiungendo che una vita affidata a Cristo può diventare «meravigliosamente bella e feconda».

La vocazione emergeva dall’amicizia con Cristo, dalla certezza di essere chiamati per nome e dalla scoperta che donare la propria vita può renderla piena.

La veglia è quindi entrata in un tempo ancora più raccolto. La Santa Tunica di Argenteuil è stata portata davanti all’assemblea e i santi che prima erano stati raccontati sono diventati santi invocati. Le litanie hanno nuovamente attraversato la storia cristiana della Francia e una delle intenzioni ha chiesto allo Spirito di fortificare i giovani riuniti affinché, a loro volta, diventino testimoni del Vangelo.

La scenografia trovava qui il suo significato più profondo. I santi di ieri venivano invocati perché potessero nascere i testimoni di oggi.

Dopo le litanie è stata proclamata la Prima lettera a Timoteo e Leone XIV ha sviluppato la meditazione conclusiva attorno alla libertà e al cammino della santità. Essere uomini e donne «di Dio», ha spiegato, significa vivere un legame dal quale nasce la vera libertà. Parlando ai giovani francesi, ha incontrato una parola profondamente iscritta nella storia del loro Paese e l’ha ricondotta alla sua sorgente cristiana: «la fonte della vera libertà» è «il rapporto vivente con Gesù».

San Paolo offre tre verbi, «evita, tendi, combatti», che Leone XIV ha inserito dentro un unico cammino di santità. Evitare ciò che rende schiavo prepara alla scelta del bene, e proprio questa scelta permette alla libertà di maturare.

Il criterio indicato dal Papa è di una semplicità disarmante: «il bene dà la vita, non la toglie mai; il bene si prende cura, non prende per sé». Il bene possiede il volto dell’amore e conduce l’uomo verso quella libertà che lo rende autenticamente se stesso.

Quando arriva al verbo «combattere», Leone XIV richiama anche Giovanna d’Arco e precisa immediatamente il significato cristiano di quella immagine. «Il nostro combattimento non è una lotta contro gli altri», non ricorre alla violenza, al disprezzo o all’oppressione, perché «la nostra unica arma è quella dell’amore che si dona».

Dopo aver attraversato l’intera storia cristiana della Francia, questa precisazione acquista un significato particolare. La memoria dei santi viene consegnata ai giovani come scuola di una identità cristiana capace di tradursi in servizio, pace e dono.

Leone XIV ha ricordato infine che questo cammino viene percorso nella comunione. I santi sono amici e compagni, la loro intercessione sostiene quando le scelte chiedono coraggio.

Davanti alla Tunica e alla Croce tutto è tornato poi alla sorgente. La storia cristiana della Francia, le domande dei ragazzi e l’intercessione dei santi convergevano verso Cristo. Da Lui nasce quella Chiesa che il Papa ha inviato a diventare, dentro la società, «luminosi testimoni» del Vangelo.

La veglia ha mostrato così una continuità profonda con quanto era accaduto poche ore prima a Notre-Dame. Nella cattedrale Leone XIV aveva chiesto ai pastori e ai consacrati di rinascere con quelle pietre restaurate; allo Stade de France la Chiesa ha mostrato ai giovani le vite attraverso le quali è stata edificata e ha ricordato loro che quella costruzione continua.

La Francia non ha finito la sua missione. Questa sera lo hanno mostrato anche quei ragazzi, capaci di gridare con gioia «Leone, Leone» e di entrare poco dopo in un silenzio sorprendente, lasciandosi guidare dalla preghiera. Leone XIV li ha guardati e ha detto: «Voi siete i santi di Francia».

Forse la parola più impegnativa della veglia è proprio questa. La santità che ha attraversato la storia francese non appartiene soltanto alla memoria. Cerca ancora vite nelle quali diventare presente. E questa sera, nello Stade de France, la Chiesa ha indicato ai suoi giovani il posto che li attende dentro quella storia.

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