don Mario Proietti, C.PP.S.

Due palmi sopra il cuore

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Leone XIV alla Maison Bakhita: una Chiesa che fa spazio

La seconda giornata del viaggio apostolico di Leone XIV in Francia è cominciata sotto il cielo grigio di Parigi, con quella leggera nebbiolina che questa mattina sembrava avvolgere la città. Il pensiero corre già a Lourdes, meta attesa delle prossime ore, eppure il Papa ha voluto iniziare la giornata da un luogo molto più piccolo e discreto: la Maison Bakhita, centro di accompagnamento e integrazione sociale della diocesi di Parigi.

Prima dell’incontro, Leone XIV è entrato nella piccola cappella. Si è inginocchiato davanti al Santissimo Sacramento ed è rimasto per qualche momento in adorazione. È un gesto che conviene semplicemente custodire nella memoria di questa visita. Prima delle parole e degli incontri, la preghiera.

La Maison Bakhita è nata cinque anni fa per iniziativa della diocesi di Parigi. Non è una grande struttura e forse proprio questo aiuta a comprenderne il significato. È uno di quei luoghi nei quali una Chiesa particolare prende un volto riconoscibile attraverso la vita quotidiana: persone esiliate, volontari, religiose, operatori, uomini e donne che arrivano portando ferite e capacità, bisogni e qualcosa da offrire. Nella presentazione iniziale è stata descritta attraverso parole molto semplici: accoglienza, incontro, fraternità.

È un tratto che avevamo già incontrato durante il viaggio a Madrid: Leone XIV sembra interessato a conoscere una Chiesa locale anche attraverso quelle opere che difficilmente occupano le prime pagine e che raccontano, nella concretezza, il modo in cui una diocesi cerca di stare accanto alle persone.

Alla Maison Bakhita questa realtà è emersa soprattutto attraverso le storie.

Un uomo afghano, arrivato in Francia nel 2015, ha raccontato di avere conosciuto la casa frequentando i corsi di francese. Nel suo Paese faceva il sarto. Quando alla Maison Bakhita è nato un laboratorio di cucito, ha potuto riprendere in mano ciò che sapeva fare. Da persona accolta è diventato volontario. Oggi insegna ad altri, in particolare alle donne che nel suo Paese avrebbero avuto poche possibilità di formazione e di lavoro. Ha spiegato con una frase semplicissima il senso di questa trasformazione: vuole restituire ciò che egli stesso ha ricevuto.

Gli altri racconti hanno allargato ancora lo sguardo. Lise-Marie, accompagnata dall’associazione À Bras Ouverts, ha parlato della propria esperienza con la naturalezza delle cose diventate familiari: le amicizie, i fine settimana insieme, la Messa, i pellegrinaggi, Lourdes, le Giornate Mondiali della Gioventù. Blessine, giovane nigeriana accompagnata dall’associazione Aux captifs, la libération, ha ricordato invece un tempo molto doloroso della propria vita, del quale ancora fatica a parlare. L’incontro con l’associazione le ha permesso lentamente di immaginare un’esistenza diversa. Ha imparato il francese, ottenuto i documenti, trovato un lavoro. Quelle persone, ha detto, sono diventate per lei come una famiglia. E parlando della propria fede ha confidato di non avere perduto, neppure nelle difficoltà, la certezza della presenza di Dio.

Le parole di Leone XIV sono arrivate dopo avere ascoltato queste storie. Ed è proprio l’ascolto precedente a dare al suo discorso una particolare concretezza.

«I poveri per i cristiani non sono una categoria sociologica, ma la stessa carne di Cristo».

È una formulazione che Leone XIV riprende dalla sua Esortazione apostolica Dilexi te, al n. 110. Parlare dell’Incarnazione, ha spiegato il Papa, non significa fermarsi all’enunciazione di una dottrina. Il Signore si è fatto carne e quella carne ha fame, ha sete, conosce la malattia e la prigionia. Cristo povero e crocifisso continua così a lasciarsi incontrare negli uomini e nelle donne che chiedono al cristiano di uscire da se stesso.

È un’affermazione esigente perché sottrae la carità cristiana alla sola dimensione assistenziale. La persona che abbiamo davanti non è anzitutto il destinatario di qualcosa che possediamo e decidiamo di concedergli. È qualcuno nel quale Cristo stesso viene alla nostra porta.

«Nessuno è così povero da non avere qualcosa da dare; nessuno è così ricco da non avere qualcosa da ricevere».

Pochi minuti prima, quella frase era già diventata carne nel racconto dell’uomo afghano. Era arrivato alla Maison Bakhita perché aveva bisogno di imparare la lingua e di essere accompagnato. Oggi è lui a mettere il proprio mestiere a disposizione degli altri. La persona accolta è diventata persona che accoglie. La relazione non rimane quindi divisa fra chi possiede e chi manca di qualcosa. Ognuno porta un dono e proprio nell’incontro scopre di avere ancora qualcosa da ricevere.

Leone XIV ha legato questa reciprocità all’immagine paolina del corpo. L’occhio non può dire alla mano di non averne bisogno e la testa non può dirlo ai piedi. Le membra che sembrano più fragili sono indispensabili. Una comunità cristiana, dunque, non può considerare alcune persone semplicemente come una periferia alla quale destinare la propria generosità. Esse appartengono al corpo e la loro assenza impoverisce il corpo stesso.

C’è poi un’altra espressione pronunciata questa mattina che merita di accompagnare il viaggio francese. Guardando alla figura di santa Giuseppina Bakhita, il Papa ha osservato che la storia della Chiesa e dell’umanità non viene scritta da quanti danno l’impressione di vincere imponendosi e occupando lo spazio. La scrivono coloro che fanno spazio, suscitano fiducia e aprono possibilità di vita. Non si tratta, ha precisato, di sentimenti generici: sono decisioni e impegni che hanno anche un valore pubblico e preparano il futuro.

Forse è proprio questa la fotografia più fedele della Maison Bakhita. Una casa nata dalla diocesi di Parigi che non pretende di risolvere da sola le grandi questioni dell’immigrazione, della marginalità o della solitudine delle nostre città. Fa qualcosa di più elementare e, proprio per questo, profondamente cristiano: crea uno spazio nel quale una persona può essere guardata nuovamente per ciò che è, può scoprire che la propria storia non coincide con la propria ferita e può tornare ad avere qualcosa da offrire.

Al termine dell’incontro Leone XIV ha salutato a lungo i presenti. I volti distesi e la gioia che si vedevano nella casa raccontavano forse meglio di molte spiegazioni che cosa significhi essere riconosciuti personalmente.

Poi il viaggio è ripartito.

Il Papa si dirige ora verso l’incontro con i membri dell’Assemblea Sinodale Provinciale, insieme ai catecumeni e ai neofiti. È un passaggio particolarmente significativo in una Francia nella quale la richiesta del Battesimo da parte degli adulti sta ponendo alle comunità cristiane domande nuove. Dopo avere incontrato questa mattina una Chiesa che accoglie chi arriva alla sua porta, Leone XIV incontrerà uomini e donne che stanno chiedendo di entrare nella sua vita sacramentale.

E più avanti c’è Lourdes.

La seconda giornata è appena cominciata.

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