don Mario Proietti, C.PP.S.

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Leone XIV in Francia. Il Vangelo dentro le domande dell’Europa

Da Parigi a Lourdes e Metz, quattro giorni hanno mostrato qualcosa che va oltre il successo di una visita apostolica: il modo in cui Leone XIV intende abitare il nostro tempo, parlando con chiarezza cristiana dentro una società secolarizzata e ricordando all’Europa che la pace ha bisogno di radici, memoria e conversione.

Quando, nella Cattedrale di Metz, il vescovo ha consegnato a Leone XIV una candela perché la luce della Lanterne du Bon Dieu arrivasse fino in Vaticano, il viaggio in Francia era ormai giunto alla sua conclusione. Quel gesto semplice sembrava raccogliere senza bisogno di molte spiegazioni ciò che era accaduto nei quattro giorni precedenti. Il Papa aveva attraversato una Francia segnata dalla secolarizzazione, dalle domande sulla propria identità, dalla ricerca di nuove forme di convivenza e da una presenza cattolica che continua a mostrare vitalità. Ne ripartiva portando con sé una luce ricevuta proprio in una terra che la storia aveva conosciuto come frontiera dolorosa.

Forse è da questa immagine che conviene rileggere l’intero viaggio.

Leone XIV non è arrivato in Francia con il tono di chi visita le rovine di un’antica cristianità. Ha incontrato un Paese profondamente cambiato, nel quale la fede cristiana non occupa più il posto sociale che aveva conosciuto in altri tempi, e ha parlato senza nostalgia. Nei suoi discorsi non si è avvertita la volontà di riconquistare uno spazio perduto, quanto piuttosto il desiderio di mostrare che il Vangelo continua ad avere qualcosa da dire all’uomo contemporaneo quando viene annunciato con chiarezza e vissuto senza timore.

A Parigi questa impostazione è apparsa subito evidente. Leone XIV è entrato nei luoghi istituzionali della Repubblica, ha parlato all’Eliseo e all’UNESCO, ha incontrato una città che rappresenta come poche altre la cultura europea moderna. Il linguaggio è stato capace di entrare nel dibattito pubblico senza perdere la propria origine cristiana. Dignità dell’uomo, verità, educazione, pace, libertà religiosa e responsabilità comune non sono state presentate come formule diplomatiche, perché nascevano da una visione precisa della persona.

Nello stesso tempo il Papa ha incontrato la Chiesa francese nel suo volto più visibile: Notre-Dame, i giovani, l’assemblea sinodale, la celebrazione di Place de la Concorde. Le folle hanno mostrato una realtà che sfugge alle descrizioni troppo semplici. La Francia rimane uno dei Paesi nei quali la secolarizzazione ha inciso più profondamente sulla vita religiosa e continua ad essere attraversata da una domanda spirituale che riemerge in forme nuove. I battesimi degli adulti, la presenza dei giovani e la partecipazione alle celebrazioni durante il viaggio non autorizzano facili entusiasmi, chiedono almeno di non confondere il cambiamento del cristianesimo con la sua scomparsa.

Leone XIV sembra averlo compreso bene. Non ha parlato a una Chiesa chiamata semplicemente a resistere. Le ha chiesto di tornare a generare, a proporre Cristo, a ritrovare la fiducia nella propria missione dentro una società che non offre più alla fede il sostegno spontaneo della tradizione.

Lourdes ha dato al viaggio una profondità diversa.

Dopo gli incontri istituzionali e le grandi assemblee, il Papa è entrato in un luogo nel quale la fragilità umana non può essere nascosta. Davanti alla Grotta, negli incontri con i malati e nella processione serale, sono tornate al centro la preghiera, la sofferenza, la vita consegnata, l’attesa della guarigione e quella speranza che continua anche quando la guarigione non arriva.

È stato importante che proprio questa tappa si trovasse nel cuore del viaggio.

Prima di parlare all’Europa delle sue radici e della sua responsabilità politica, Leone XIV si è fermato accanto a chi non dispone di forza, efficienza o potere. Ha ricordato che la dignità della persona non diminuisce quando aumenta la sua dipendenza dagli altri, e che una società rivela qualcosa di sé nel modo in cui guarda la malattia, la vecchiaia e la vulnerabilità.

Lourdes ha impedito così che il viaggio venisse letto soltanto attraverso le categorie del consenso, della diplomazia o della presenza pubblica della Chiesa. Ha ricordato che il cristianesimo parte sempre da un Dio che si fa vicino all’uomo concreto, soprattutto quando la sua vita mostra apertamente il limite.

Anche l’incontro con i vescovi francesi si colloca dentro questa prospettiva. Leone XIV non ha offerto ricette organizzative capaci di risolvere rapidamente le difficoltà pastorali. Ha richiamato piuttosto una responsabilità più profonda: custodire la comunione, parlare con libertà, accompagnare una Chiesa che deve imparare a vivere senza il sostegno automatico della cultura circostante e senza perdere per questo la propria fiducia.

Poi è arrivata Metz.

Qui il viaggio ha mostrato con maggiore chiarezza la sua portata europea. L’incontro interreligioso aveva già espresso un principio che Leone XIV sembra considerare decisivo: il dialogo non chiede di sminuire la propria identità. Ci si incontra davvero quando ciascuno porta con sé la verità della propria storia e accetta di ascoltare quella dell’altro.

Poche ore dopo, nello stesso luogo simbolicamente legato a Robert Schuman, il Papa ha portato questo criterio dentro la grande questione dell’Europa.

Macron aveva parlato della necessità di un continente più sovrano e capace di difendersi. Leone XIV ha riportato Schuman alla sua intuizione originaria e ha posto una domanda destinata a rimanere: l’Europa sta ancora compiendo «sforzi creativi» per costruire la pace oppure sta soprattutto imparando a prepararsi meglio alle guerre che teme?

L’avvertimento sull’«illusione del riarmo» non cancellava la gravità delle minacce presenti. Nasceva dalla convinzione che la sicurezza non possa essere affidata soltanto all’accumulo della forza e che la politica abbia il dovere di investire con la stessa serietà nel negoziato, nel diritto internazionale e nella costruzione di relazioni capaci di rendere progressivamente meno possibile il conflitto.

Schuman, in questa lettura, smetteva di essere il volto rassicurante di una fotografia in bianco e nero. Tornava ad essere l’uomo che aveva intuito come le risorse utilizzate per preparare la guerra potessero diventare strumenti di solidarietà fra popoli che si erano combattuti.

È forse qui che il viaggio in Francia ha superato definitivamente i propri confini nazionali.

Leone XIV ha parlato di un’Europa che non può comprendere se stessa senza il cristianesimo, precisando che questo riferimento non costituisce un criterio confessionale di esclusione. Ha ricordato san Benedetto, Schuman e De Gasperi, riconducendo le radici cristiane a una concezione della persona, della dignità, del diritto e della responsabilità.

La questione delle radici, in questo modo, ha perso il carattere di uno slogan identitario. È diventata una domanda rivolta al presente. Se l’Europa continua a parlare di libertà, diritti, democrazia e dignità, deve ancora sapere quale idea dell’uomo sostiene quelle parole e quale visione della convivenza desidera consegnare al futuro.

L’ultima Messa nella Cattedrale di Metz ha dato a tutto questo una forma ancora più semplice.

La pace è stata descritta come un «lavoro di cantiere». Il perdono è stato presentato come una forza capace di spezzare il risentimento. La Mosella, terra un tempo lacerata dalle guerre, è diventata la prova concreta che popoli nemici possono tornare a riconoscersi vicini.

«Il futuro dell’Europa non risiede nell’uniformità, ma nell’armonia delle differenze, dove la ferita del passato diventa una fessura che lascia filtrare luce».

Forse proprio qui si comprende meglio anche il modo in cui Leone XIV sembra voler esercitare il ministero petrino.

È arrivato in Francia come un Papa nato negli Stati Uniti, segnato da una lunga esperienza latinoamericana e oggi vescovo di Roma. In altri contesti una biografia così composita potrebbe apparire distante dalla storia europea. A Metz è accaduto quasi il contrario. Proprio quell’uomo venuto da lontano ha potuto parlare all’Europa delle sue radici senza presentarsi come rappresentante di un’altra nazione.

Il Papato mostra qui una delle sue caratteristiche più singolari. Il Papa appartiene a una Chiesa che attraversa i confini e custodisce una memoria più antica degli Stati contemporanei. Può per questo entrare nelle domande di una nazione senza coincidere con i suoi interessi e può parlare a un continente ricordandogli qualcosa che la politica, assorbita dall’urgenza del presente, rischia di lasciare sullo sfondo.

Anche la vicenda di Emmanuel Macron assume allora un significato più interessante della simpatica formula della Leon mania. Il Presidente francese, che all’inizio del viaggio aveva mantenuto un profilo rigorosamente istituzionale, a Metz ha dichiarato pubblicamente di voler ascoltare il Papa e di avere qualcosa da imparare dalle sue parole. Ha poi modificato la propria agenda per partecipare alla Messa conclusiva.

Non sappiamo quali convinzioni siano realmente cambiate, e sarebbe improprio attribuirgliene di nuove. Resta il valore di una scena nella quale il Presidente della Repubblica riconosce alla parola del Papa un’autorevolezza capace di entrare nello spazio pubblico senza appartenere a uno schieramento politico.

Forse questa è una delle immagini più significative lasciate dal viaggio.

Leone XIV non ha scelto tra una Chiesa chiusa nel sacro e una Chiesa che diventa commentatrice della politica. Ha parlato di Cristo, di Maria, della vita eterna, della conversione e della preghiera; dalla stessa fede ha affrontato la guerra, l’accoglienza, la dignità della vita, il dialogo fra religioni e il futuro dell’Europa.

La coerenza non nasce dalla quantità degli argomenti affrontati. Nasce dalla stessa visione dell’uomo che li attraversa.

Alla fine resta la candela consegnata al Papa nella Cattedrale di Metz.

La luce della «Lanterna del Buon Dio» parte verso Roma mentre Leone XIV lascia alla Francia l’invito a continuare a camminare insieme al servizio di un Regno «di amore, di giustizia e di pace».

Forse questo viaggio è stato proprio questo: l’ingresso del Vangelo dentro alcune delle domande più profonde della Francia e dell’Europa, senza pretese di dominio e senza timore di parlare.

Una luce passata attraverso vetri diversi, capace di rispettarne i colori e di renderli ancora visibili.

E un Papa venuto dall’altra parte dell’Atlantico che, proprio perché chiamato a essere il vescovo di Roma e il pastore della Chiesa universale, ha potuto ricordare all’Europa qualcosa della sua anima.


Viaggio apostolico di Leone XIV in Francia: testi e programma ufficiali della Santa Sede, 25–28 settembre 2026.

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