Questa mattina l’alba ha anticipato il sole e, mentre il cielo cominciava già a rischiararsi senza che il sole fosse ancora apparso, ho avuto la sensazione che in fondo accada spesso così anche nella vita dello spirito: qualcosa annuncia la luce prima che essa si mostri davvero, lasciandoci in quella condizione un poco sospesa nella quale intuiamo che qualcosa sta per chiarirsi e, nello stesso tempo, non sappiamo ancora fino a che punto riusciremo a vederlo.
Oggi è la memoria degli Angeli Custodi e così, quasi naturalmente, mi sono messo a parlare con il mio, pensando che negli anni deve aver esercitato una pazienza non piccola, perché custodire un uomo significa assistere alle sue ostinazioni, alle domande che ritornano, ai pensieri che non si lasciano mettere a tacere soltanto perché sarebbe più comodo lasciarli dormire. Questa mattina uno di quei pensieri era già sveglio prima di me.
Ieri avevo scritto una riflessione sul dialogo tra cattolici e luterani e un commento mi aveva riportato a una considerazione apparentemente semplice: si tratta di una materia difficile. Più ci pensavo e più mi accorgevo che proprio questa difficoltà chiedeva qualcosa di molto concreto, perché non basta avere una buona disposizione al confronto e neppure conoscere qualche formula dottrinale per poter entrare seriamente in un dialogo che tocca questioni teologiche, ecclesiologiche e sacramentali così profonde.
Una materia difficile richiede anzitutto di conoscere bene la propria fede. Soltanto chi sa veramente che cosa ha ricevuto può comprendere ciò che appartiene al nucleo della fede, ciò che può essere espresso in modo diverso, ciò che può essere approfondito e ciò che invece non può essere modificato soltanto perché una formulazione nuova sembra più adatta alla sensibilità del momento.
È da qui che questa mattina sono tornato a pensare all’ecumenismo, non perché sia diventato improvvisamente il pensiero dominante delle mie giornate, quanto perché la riflessione di ieri mi aveva lasciato una domanda più ampia e, forse, più inquietante: quanto siamo realmente liberi nel giudicare questioni così complesse, quando ciascuno di noi porta con sé convinzioni, preferenze, esperienze, simpatie e persino disagi personali che inevitabilmente finiscono per entrare nel modo in cui interpretiamo ciò che ci sta davanti?
La liturgia di oggi continuava intanto a riportarmi a quella parola tanto semplice: «Ascolta la sua voce». È una richiesta che sembra quasi elementare e che invece contiene una profondità enorme, perché l’angelo custodisce e illumina senza sostituirsi alla libertà dell’uomo, e proprio per questo l’uomo può ascoltare davvero oppure può convincersi di aver ascoltato mentre, in realtà, ha soltanto adattato ciò che gli veniva indicato alla strada che aveva già deciso di percorrere.
Mentre pensavo a questo mi è tornata alla memoria una pagina di David Maria Turoldo.
Raccontando i suoi primi anni milanesi, ricorda di aver cominciato a introdurre alcune parti in italiano nella celebrazione liturgica, prima i Salmi e poi il Vangelo, mentre il sacerdote continuava a celebrare in latino. Quando la cosa divenne nota, ne parlò con il cardinale Schuster che, secondo il suo racconto, gli avrebbe consentito di continuare con prudenza, accompagnando il consenso con quella frase che mi è rimasta dentro più dell’episodio stesso: «Speriamo che Roma non si accorga».
Quando l’ho letta ho sorriso, perché nella frase c’è anche qualcosa di molto umano, quasi una complicità tra chi pensa di avere intravisto una strada nuova e chi, pur occupando un posto di responsabilità, ritiene forse opportuno lasciare che quella strada venga percorsa senza attirare troppo l’attenzione. Poi però il sorriso è passato, perché mi sono accorto che il vero problema non era l’italiano nella liturgia, che la Chiesa avrebbe poi accolto, quanto il criterio con cui si può arrivare a considerare legittimo anticipare ciò che ancora non è stato deciso.
Mi sono chiesto allora se il fatto che una scelta venga successivamente accolta basti davvero a rendere giusto averla anticipata quando ancora non era consentita, e soprattutto quanto siamo sicuri che ciò che viene poi approvato sia sempre il riconoscimento di una intuizione profetica e non anche, almeno in parte, il risultato di un lungo processo attraverso il quale determinate convinzioni sono state rese sempre più familiari, sempre meno problematiche e infine quasi inevitabili.
È una domanda che supera di molto Turoldo, perché nella vita ecclesiale accade spesso che le trasformazioni non inizino con una decisione solenne, ma con un gesto introdotto in anticipo, con una concessione pastorale che nessuno corregge, con una prassi lasciata crescere perché all’inizio sembra marginale. Quel gesto viene ripetuto, qualcuno lo imita, chi arriva dopo lo trova già esistente e, senza nemmeno accorgersene, finisce per considerarlo parte della normalità.
Quando poi qualcuno tenta di richiamare la norma, si produce quasi un rovesciamento curioso: non sembra più che si stia correggendo una deviazione, sembra piuttosto che si voglia introdurre una novità in una prassi ormai pacificamente accettata. Forse è proprio questo che mi inquieta più dell’abuso evidente, perché l’abuso evidente conserva ancora il proprio nome e può essere riconosciuto, mentre la prassi che diventa abitudine lentamente perde il carattere di eccezione e finisce per entrare nella memoria delle persone come qualcosa che si è sempre fatto.
Ed è allora che il mio pensiero è tornato nuovamente all’ecumenismo, perché anche in questo campo abbiamo conosciuto situazioni nelle quali i confini indicati dalla Chiesa sono stati anticipati, reinterpretati o progressivamente resi meno evidenti. Ci sono stati ministri non cattolici che hanno assunto ruoli impropri durante celebrazioni eucaristiche, situazioni nelle quali la partecipazione fraterna si è avvicinata a una forma di comunione sacramentale che la disciplina della Chiesa non prevede, gesti e simboli provenienti da altre tradizioni religiose introdotti in contesti cristiani con il desiderio di esprimere vicinanza o inculturazione e poi spiegati in modi diversi quando ormai il gesto era stato compiuto.
Ripensando a tutto questo mi sono accorto che stavo mettendo insieme episodi differenti e che alcuni richiederebbero un discernimento molto più accurato di quello che può nascere da un’immagine, da un titolo o da una impressione immediata. Eppure proprio questa difficoltà mi riportava alla domanda iniziale: se la materia è complessa, chi la affronta deve conoscerla ancora più profondamente, perché quando la conoscenza è incompleta diventa molto facile sostituire ciò che la Chiesa insegna con ciò che personalmente ci sembra più ragionevole, più pastorale o più adatto al tempo presente.
A quel punto il problema non riguarda più soltanto il singolo sacerdote che introduce un gesto improprio. Diventa anche una questione di autorità e di responsabilità, perché un vescovo può tollerare quella prassi, un ambiente ecclesiale può cominciare a considerarla significativa, qualcuno può leggerla come anticipazione di ciò che verrà e, col passare degli anni, diventa sempre più difficile distinguere ciò che è nato dalla verità ricevuta da ciò che è diventato familiare semplicemente perché lo abbiamo visto accadere molte volte.
Ed è qui che mi sono chiesto quanto una decisione successiva sia veramente libera quando per anni una determinata possibilità è stata presentata come inevitabile, desiderabile o addirittura profetica. Non mi interessa arrivare alla conclusione facile secondo cui tutto ciò che viene dopo debba essere sospetto, perché sarebbe un altro modo di semplificare. Mi interessa capire se siamo abbastanza consapevoli del potere che le abitudini, i precedenti e le autorevolezze personali esercitano sul nostro modo di giudicare.
La storia ha infatti una strana tendenza a trasformare in profeti coloro che alla fine hanno visto prevalere la propria intuizione. Se qualcuno anticipa una riforma che vent’anni dopo viene approvata, la sua scelta viene riletta come segno di lungimiranza; se quella stessa riforma non arriva, resta semplicemente l’atto di chi ha agito senza averne l’autorità. Questo mi lascia inquieto, perché rischia di affidare alla storia il compito di stabilire retroattivamente ciò che era vero e ciò che non lo era.
E forse il problema del potere nella Chiesa passa anche attraverso questa possibilità molto umana di confondere ciò che riteniamo buono con ciò che ci è realmente affidato.
L’autorità è necessaria alla Chiesa e appartiene alla sua struttura voluta da Cristo, e proprio per questo non può essere considerata come un potere capace di rendere vero ciò che prima non lo era o di trasformare automaticamente in profezia ciò che nasce da una convinzione personale. Chi riceve l’autorità riceve insieme una responsabilità verso ciò che lo precede, perché il deposito della fede non nasce dalla volontà della generazione che in un determinato momento occupa gli uffici della Chiesa.
Più pensavo a questo e più mi rendevo conto che la mia inquietudine non nasceva dalla paura del cambiamento. La Chiesa ha conosciuto cambiamenti profondi nella sua disciplina, nelle forme pastorali e nel modo di esprimere verità antiche. Ciò che mi inquieta è piuttosto la possibilità che il cambiamento venga preparato attraverso una lenta modifica delle abitudini, così che ciò che all’inizio appariva problematico venga progressivamente percepito come normale e, quando arriva il momento di giudicarlo, nessuno riesca più a guardarlo come se lo vedesse per la prima volta.
Forse è proprio qui che la parola dell’angelo continua a tornarmi dentro: ascolta. Ascoltare prima di decidere significa anche lasciare che la verità abbia il tempo di correggere le nostre convinzioni, invece di usare le nostre convinzioni per stabilire in anticipo che cosa la verità debba dirci.
Il cielo intanto diventava sempre più chiaro e il sole ancora non era apparso. Mi sono accorto che stavo aspettando quella luce quasi come si aspetta la luce del Signore, quando tutto intorno comincia già a rischiararsi e non sappiamo ancora da quale punto dell’orizzonte arriverà il primo raggio.
Forse anche nella Chiesa accade qualcosa di simile, perché esistono momenti nei quali si intravede qualcosa prima che sia pienamente chiaro e si avverte che una comprensione può crescere, che una forma può cambiare, che una questione merita di essere ripensata. Proprio in quei momenti, però, diventa ancora più necessario non confondere il chiarore dell’alba con il sole stesso e non decidere noi, per impazienza, da quale parte debba sorgere.
Il mio angelo, naturalmente, continuava a tacere. E forse quel silenzio era già una risposta sufficiente, perché certe domande non chiedono di essere chiuse in fretta, ma di restare accanto a noi abbastanza a lungo da impedirci di trasformare troppo presto le nostre intuizioni in certezze.
Poi il sole è sorto e, guardandolo finalmente apparire dopo tutto quel chiarore che lo aveva preceduto, ho pensato che forse anche la verità ha qualcosa di simile: può essere attesa, cercata, riconosciuta nei suoi segni, ma non ha bisogno che siamo noi a spingerla all’orizzonte per convincerci che stia sorgendo.

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