Ieri sera mi sono addormentato mentre si sentivano i tuoni. Ero alle prese con il primo raffreddore di stagione e avevo cercato un po’ di sollievo con lo spray nasale. Quando questa mattina sono uscito per andare in abbazia era ancora buio. Cadeva una pioggerellina leggera e soffiava un vento tiepido, che rendeva piacevole perfino l’umidità di ottobre. Camminavo senza fretta, contento di quell’aria mite, quando qualcosa mi ha costretto a fermarmi.
Un profumo intensissimo di menta mi aveva improvvisamente avvolto. Ho respirato a fondo e mi è sembrato che il naso si liberasse, regalandomi una sensazione di freschezza e di sollievo che, dopo la notte trascorsa, ho gustato con vero piacere. Sono rimasto lì, nella pioggerellina, cercando di capire da dove provenisse quella fragranza, così forte e inattesa in ottobre. Forse era menta selvatica, forse nepitella cresciuta tra l’erba e le pietre. Più tardi, incuriosito, ho cercato una spiegazione: alcune piante aromatiche custodiscono nelle foglie sostanze odorose che il contatto e determinate condizioni ambientali favoriscono a liberare. Quel profumo era già lì, anche quando io non lo avvertivo. E chissà quante volte gli ero passato accanto senza accorgermene.
Mi trovavo bene e ho indugiato. In quel silenzio, insieme al profumo, sono riaffiorate alcune preoccupazioni che portavo nel cuore, specialmente quelle che nascono dalle richieste di preghiera per chi è gravemente malato. Sono parole che conosco da tanti anni di ministero: quando una persona amata soffre, l’invocazione sale al Signore con la forza di un grido. Vorremmo che il male sparisse, che l’esito temuto fosse scongiurato, che la vita tornasse finalmente serena. Quando la paura ci prende, sappiamo descrivere con grande precisione il miracolo che desideriamo.
Con questi pensieri ho aperto sul telefono le letture della Messa che avrei celebrato poco dopo. Nel Vangelo di Luca, Gesù racconta di un uomo che, nel cuore della notte, va da un amico per chiedergli del pane. Ha ricevuto una visita inattesa e non ha nulla da offrire. Bussa con insistenza e Gesù prende spunto proprio da quella necessità per insegnarci a chiedere, a cercare, a bussare. Poi parla di un figlio che domanda da mangiare: se chiede un pesce, quale padre gli darebbe una serpe? E se chiede un uovo, chi potrebbe consegnargli uno scorpione?
Mi sono fermato su quelle immagini domestiche. Il figlio ha fame e si rivolge a chi conosce il suo bisogno. Il padre sa distinguere ciò che nutre da ciò che può far male, e Gesù, partendo da una paternità umana che conosce anche debolezze e limiti, ci invita a fidarci della bontà infinitamente più grande del Padre celeste. Quante volte la nostra preghiera nasce precisamente da questa fame! Chiediamo la guarigione, la vita, la liberazione dalla sofferenza. Sono beni autentici, che Gesù stesso ha avuto cura di donare ai malati che incontrava. Eppure, alla conclusione del brano, la promessa prende una direzione che non avevo considerato abbastanza: «Quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!».
Lo Spirito Santo. Dopo il pane, il pesce e l’uovo, Gesù ci conduce al dono di Dio stesso. Mi sono domandato allora che cosa chiediamo realmente quando ci presentiamo davanti al Padre. Conosciamo bene ciò che ci manca nell’immediato, e facciamo bene a presentarglielo. Lo Spirito ci permette di vivere da figli, sostiene la fiducia quando l’angoscia ci stringe e ci insegna a riconoscere la presenza del Signore anche mentre la risposta desiderata tarda a venire. Non rende inutile la domanda di guarigione e non cancella l’incertezza: custodisce la relazione con il Padre dentro tutto ciò che stiamo attraversando.
In quel momento mi è tornata alla mente l’espressione con cui san Paolo apre la prima lettura: «O stolti Gàlati! Chi vi ha incantati?». Ho quasi sorriso di fronte alla severità dell’Apostolo. I Galati avevano accolto l’annuncio di Cristo crocifisso e ricevuto lo Spirito mediante l’ascolto della fede. Ora, persuasi da altri insegnamenti, cercavano nelle osservanze della Legge il compimento di ciò che avevano ricevuto gratuitamente. «Dopo aver cominciato nel segno dello Spirito, ora volete finire nel segno della carne?», domanda Paolo. Il suo rimprovero tocca il cuore della salvezza cristiana, perché nessuna nostra osservanza può sostituire la grazia di Cristo.
Quel richiamo a ciò che i Galati avevano già ricevuto, tuttavia, mi ha condotto a interrogarmi su una nostra diversa stoltezza. Quando siamo colpiti da una nuova prova, quanta parte della strada percorsa scompare dalla nostra memoria! Ci siamo trovati altre volte davanti a situazioni che sembravano senza via d’uscita, abbiamo conosciuto sostegni inattesi e sviluppi che non avremmo saputo prevedere, abbiamo ringraziato il Signore per la sua vicinanza. Poi arriva una nuova malattia, una notizia che ci spaventa, un’attesa dolorosa, e tutto pare ricominciare da zero. Il presente si fa così ingombrante da sottrarre luce al passato.
Non mi sentirei mai di rimproverare la paura a chi soffre. Conosco la forza che può avere l’angoscia quando è in gioco la vita di qualcuno che amiamo. Il nostro cuore, nella prova, può diventare smemorato senza neppure accorgersene. Ci concentriamo con tutte le forze su ciò che speriamo di ottenere e perdiamo di vista il bene che abbiamo ricevuto. Così finiamo per chiedere a Dio una nuova dimostrazione del suo amore, come se la fedeltà che ci ha accompagnati fino a oggi non appartenesse più alla nostra storia.
Mi è tornato in mente il popolo d’Israele nel deserto. Aveva conosciuto la liberazione dall’Egitto e attraversato il mare, eppure la fame del momento gli aveva fatto rimpiangere perfino la schiavitù. Il salmista lo ricorda con parole severe: «Dimenticarono le sue opere, le meraviglie che aveva loro mostrato» (Sal 78,11). Rileggendo quelle parole, mi sono riconosciuto nella fatica di un popolo che deve imparare ogni giorno a fidarsi del Dio che lo ha già liberato.
Ho ripensato allora al figlio del Vangelo. Quel bambino può chiedere da mangiare proprio perché conosce suo padre: la relazione precede la domanda. Anche noi, bussando alla porta del Padre celeste, non ci rivolgiamo a uno sconosciuto. Portiamo il nostro bisogno a Colui che ci ha già accompagnato per tanta strada. Questo ricordo non assicura che quanto domandiamo accadrà esattamente come desideriamo, e certamente non deve diventare una facile spiegazione della sofferenza altrui. Ci aiuta piuttosto a non lasciare che la paura decida, da sola, quale immagine di Dio conserveremo nel cuore.
A questo punto la prima lettura e il Vangelo hanno cominciato a illuminarsi a vicenda. Paolo domanda ai Galati come abbiano ricevuto lo Spirito; Gesù ci invita a chiedere quello stesso Spirito al Padre. Viviamo di un dono già ricevuto e abbiamo continuamente bisogno che esso porti frutto in noi. Ho ricordato anche la promessa di Gesù secondo cui lo Spirito avrebbe ricordato ai discepoli tutto ciò che egli aveva detto (Gv 14,26). Forse dobbiamo chiedergli con maggiore insistenza proprio questa memoria spirituale, capace di riportarci a Cristo quando le preoccupazioni restringono il nostro sguardo.
Continuo a credere che si possa domandare al Signore una guarigione anche quando sembra umanamente improbabile. La Chiesa non ha mai cessato di pregare per i malati e non ha motivo di rinunciare a farlo. Il miracolo desiderato resta affidato alla libertà e alla sapienza di Dio; la sua fedeltà non si misura soltanto sull’esito immediato delle nostre suppliche. Talvolta, guardando agli anni trascorsi, ci accorgiamo di aver attraversato passaggi che parevano impossibili. Altre volte custodiamo il dolore di ciò che non è avvenuto. Nell’uno e nell’altro caso, il Crocifisso ci impedisce di ridurre l’amore del Padre alla sola assenza di sofferenza.
Intanto la pioggerellina continuava a cadere, il vento rimaneva tiepido e quel profumo di menta sembrava essersi fatto più discreto. Ho alzato gli occhi verso l’abbazia e mi sono ricordato che dovevo celebrare la Messa. Proprio allora ho colto un particolare che mi ha fatto sostare ancora nel pensiero: ero venuto a celebrare l’Eucaristia, il memoriale della Pasqua del Signore, e avevo trascorso quei minuti a riflettere sulla nostra facilità a dimenticare.
Perfino il salmo responsoriale di oggi, tratto dal cantico di Zaccaria, canta il Dio che «si è ricordato della sua santa alleanza». Noi dimentichiamo così facilmente, mentre la Scrittura ci annuncia un Dio fedele alla sua promessa. Ed ero sul punto di celebrare quel sacramento nel quale la Chiesa, obbedendo al «Fate questo in memoria di me», rende presente l’unico sacrificio di Cristo. Non una semplice commemorazione di ciò che fu, dunque, quanto l’incontro sacramentale con l’amore che ci ha raggiunti nella sua morte e Risurrezione e dal quale continua a nascere la nostra speranza.
Sono entrato in abbazia con le stesse preoccupazioni che avevo portato uscendo di casa. Non avevo trovato risposte facili alle domande che mi accompagnavano e continuavo a desiderare con tutto il cuore la guarigione di coloro per i quali avrei pregato. Avevo però compreso meglio che, nel chiedere al Padre ciò di cui abbiamo fame, possiamo invocare anche il dono che Gesù pone al termine del suo insegnamento: lo Spirito Santo, perché custodisca in noi la fiducia dei figli e ravvivi la memoria della grazia.
E mentre mi preparavo all’altare, mi è tornato alla mente quel profumo inatteso, custodito nell’erba e liberato nell’aria umida del mattino. Non era una promessa sul futuro né la soluzione dei problemi che mi stavano a cuore. Mi aveva dato l’occasione di fermarmi, di respirare e di ascoltare la Parola con maggiore attenzione. Tra le tante cose che chiediamo a Dio, forse dovremmo imparare a domandargli più spesso anche questa: di non diventare così smemorati da dimenticare, proprio nell’ora della prova, la mano che ci ha accompagnato fino a oggi.

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